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    Hacker “prelevano” un milione di euro dai conti correnti in Campania: 35 indagati

    Un milione di euro per un Natale tranquillo, un milione di euro “prelevato” da un abile hacker dai conti correnti di numerosi cittadini della Campania presso un noto istituto di credito.Una cosa del genere si vede solo nei film: è invece è accaduto per l’abilità di un falso operatore di assistenza tecnica ma anche per l’ingenuità di chi dall’istituto di credito gli ha dato l’accesso consentendogli di mettere in atto la truffa milionaria di Natale.
    La Polizia di Stato ha così denunciato 35 persone per aver sottratto un milionario importo ad una nota banca italiana. L’attività investigativa è stata svolta dai poliziotti del Centro operativo per la sicurezza cibernetica della Polizia postale per la Toscana, coordinati dal gruppo reati informatici della procura della Repubblica presso il Tribunale di Firenze.
    Secondo quanto emerso dall’operazione, denominata ‘Front name’, gli indagati, residenti in diverse province del territorio italiano (prevalentemente in Campania), hanno sottratto circa 1.000.000 di euro utilizzando oltre che sofisticate ed insidiose metodologie di attacco cyber, abili e convincenti tecniche di vishing.
    L’attività di indagine è scaturita dalla segnalazione fatta proprio dall’Istituto bancario in questione. Come ricostruito dalla polizia, un dipendente, infatti, ha rilevato un grave ammanco, frutto dell’intrusione nei sistemi informatici della banca di un falso operatore di assistenza tecnica, che, da remoto, dopo aver convinto con una serie di raggiri alcuni operatori ad accreditarlo sui loro pc, ha disposto bonifici bancari immediati per l’importo complessivo di un milione di euro.
    Dalle indagini è emerso che la banca e i suoi correntisti erano oggetto di un duplice attacco che prevedeva anche una fortissima campagna di smishing, finalizzato alla sottrazione delle credenziali degli home banking.
     La polizia è riuscita a recuperare 400mila euro
    L’intervento immediato dei poliziotti del Centro operativo per la sicurezza cibernetica della Polizia postale di Firenze, ha consentito in poche ore di bloccare e recuperare la somma di 400.000 euro, ormai destinata ai frodatori.
    Nonostante la complessità tecnica delle indagini, finalizzata all’individuazione delle tracce informatiche frutto delle connessioni di accesso ai sistemi bancari e allo sviluppo delle tracce finanziarie, gli investigatori sono riusciti ad individuare gli istituti di credito su cui erano radicati i conti beneficiari delle somme illecitamente sottratte.
    L’ulteriore analisi delle movimentazioni ha permesso di individuare i soggetti titolari dei conti, consentendo all’autorità giudiziaria di emettere 35 decreti di perquisizione a carico degli stessi. Le perquisizioni sono state coordinate dal Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni e realizzate con l’ausilio di personale dei Centri Operatovi Sicurezza Cibernetica ”Campania”, ”Lazio”, ”Marche” e ”Trentino-Alto Adige”.
    Sono state trovate carte postepay e revolut afferenti all’indagine, documentazione bancaria relativa all’attivazione dei conti correnti beneficiari delle transazioni fraudolente e, in alcuni casi, le chat tra i complici in cui stabilivano percentuali e accordi operativi, dall’analisi delle quali potrebbero verosimilmente emergere ulteriori sviluppi.

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    Violenza sessuale di gruppo, il pm chiede 6 anni per il calciatore Manolo Portanova

    Condanna a sei anni per Manolo Portanova, 22 anni, calciatore del Genoa, e per suo zio Alessio Langella, 24 anni; rinvio a giudizio per Alessandro Cappiello, 25 anni.Sono le richieste del pubblico ministero Nicola Marini nel corso dell’udienza, con rito abbreviato, davanti al gup del tribunale di Siena Ilaria Cornetti, nell’ambito del procedimento sulla presunta violenza sessuale di gruppo che avrebbe subito una ragazza nel corso di una festa in un’abitazione del centro storico della città del Palio nella notte tra il 30 e il 31 maggio del 2021.
    I tre devono rispondere del reato di violenza sessuale di gruppo. Per un altro indagato, che sarebbe stato presente all’episodio denunciato dalla ragazza ma che all’epoca non era ancora maggiorenne, procederà il tribunale dei minorenni di Firenze.
    Dopo nove ore di discussione e’ stata aggiornata al 6 dicembre dal Gup Ilaria Cornetti l’udienza, svoltasi con rito abbreviato, riguardante la vicenda della ragazza che aveva denunciato una violenza sessuale nel corso di una festa che si svolse nella notte tra il 30 e il 31 maggio del 2021 in una abitazione del centro storico di Siena.
    Manolo Portanova, ha fatto nel corso dell’udienza una dichiarazione spontaneo confermando la sua innocenza. Per un minorenne presente all’episodio procedera’ il tribunale dei Minori di Firenze. L’udienza questa mattina si e’ aperta con le richieste del Pm Nicola Marini, procuratore facente funzione della procura senese che ha chiesto: sei anni per Manolo Portanova e Alessio Langella e rinvio a giudizio per Alessandro Cappiello.
    Il rinvio consentira’ al Gup Cornetti di esaminare tutti gli aspetti e circostanze messi in evidenza dal legali degli imputati e della parte civile dove e’ presente anche l’associazione ‘Donna chiama donna’.
    “Ho chiesto il non luogo a procedere per il mio assistito” ha puntualizzato l’avvocato Antonio Voce, legale di Cappiello. Di diverso parere il legale della donna. “Per quanto ci riguarda abbiamo fatto la nostra discussione e le nostre analisi, abbiamo chiesto i danni. Informero’ ora la mia assistita di come e’ andato il dibattimento: lei non ha mai espresso il suo consenso come invece ha sostenuto la difesa degli imputati” ha precisato il suo legale, Jacopo Meini.
    “Ritengo – ha sottolineato Alessandro Betti legale di Langella – che il rinvio dell’udienza sia dovuto all’esigenza del Gup per fare le sue valutazioni. I dati sono stati forniti sono vari e su larga scala. Il fatto e’ stato sviscerato in tutti i suoi aspetti” ha concluso.

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    Banda del pezzotto: 70 indagati. Le intercettazioni

    Chi controllava il mercato del “pezzotto” ovvero lo streaming illegale operava come un vero e proprio boss.L’operazione portata a termini dalla Polizia di Stato contro la pirateria audiovisiva (il giro d’affari stimato è di 30 milioni mensili), disposta dalla procura distrettuale di Catania, attraverso l’attività dei Centri operativi sicurezza cibernetica della Polizia postale, vede 70 indagati a vario titolo per associazione per delinquere a carattere transnazionale, riciclaggio, trasferimento fraudolento di beni, sostituzione di persona e altro.
    Le indagini, avviate dal Centro operativo sicurezza cibernetica di Catania con il coordinamento del Servizio polizia postale di Roma, hanno permesso di delineare l’esistenza di una associazione criminale organizzata in modo gerarchico (capo, vice capo, master, admin, tecnico, reseller), i cui capi erano distribuiti sul territorio nazionale (Catania, Roma, Napoli, Salerno e Trapani) ed all’estero in Inghilterra, Germania e Tunisia. Le vittime sono le più note piattaforme televisive, quali Sky, Dazn, Mediaset, Amazon Prime, Netflix, attraverso il sistema delle Iptv illegali con profitti mensili per molti milioni di euro.
    Nell’ambito della associazione, un gruppo più ristretto, operante tra Catania, Roma, Napoli, Salerno e Trapani, ha costituito una sorta di gotha del mercato nazionale illegale dello streaming.
    Nelle conversazioni tra gli associati si evidenzia la loro consapevolezza di essere una vera organizzazione criminale: “C’è un boss… 5 capi decine”. Così come vi è risolutezza nel dirimere eventuali contrasti anche con azioni violente, nonché l’indicazione di tenere un basso profilo:: “Virunu ca tu t’accatti na machina all’annu virunu ca ci spenni 50 mila euro na machina nova, virunu ca t’accatti scappi di 300 euro. Io ho dovuto fare mettere a posto pure a mia moglie, che non ci va a lavorare per pulire i soldi”.
    Le indagini hanno preso avvio grazie agli spunti probatori di una precedente operazione della Polizia postale di Catania (operazione “Blackout”). Ingenti i guadagni, solamente nei mesi di indagine ammontano a circa 10 milioni di euro ma si ritiene che i danni per l’industria audiovisiva potrebbero ammontare ad oltre 30 milioni di euro mensili, considerato che l’operazione odierna ha fatto luce sul 70% di streaming illegale nazionale pari a oltre 900 mila utenti.
    Le città interessate dalle perquisizioni sono Ancona, Avellino, Bari, Benevento, Bologna, Brescia, Catania, Cosenza, Fermo, Messina, Napoli, Novara, Palermo, Perugia, Pescara, Reggio Calabria, Roma, Salerno, Siracusa, Trapani, L’Aquila e Taranto. L’operazione si è avvalsa dell’ausilio del personale dei Centri Operativi Sicurezza Cibernetica di Palermo, Reggio Calabria, Roma, Bologna, Napoli, Perugia, Ancona, Pescara, Milano, Bari e Torino.

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    Cassazione, cade il dogma dell’irreperibilità degli assegni di separazione di divorzio

    Cassazione, cade il dogma dell’irreperibilità degli assegni di separazione di divorzio. Una sentenza molto attesa che chiarisce se le somme pagate all’ex coniuge debbano o meno essere restituite quando il provvedimento viene successivamente modificato.
    Una importante decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione segna un nuovo passo evolutivo della giurisprudenza in materia di crisi del rapporto coniugale e, in particolare, per gli assegni di separazione e divorzio.
    Una sentenza molto attesa perché chiarisce una questione controversa, ovvero se le somme pagate all’ex coniuge – in base ad un primo provvedimento (cautelare o di merito) – debbano o meno essere restituite quando il provvedimento viene successivamente modificato.“Fino ad oggi – dichiara il legale sannita Egidio Lizza, che ha ottenuto il risultato dinanzi agli Ermellini – si riteneva che la restituzione non dovesse praticamente mai esserci, ma le Sezioni Unite con questa pronuncia cambiano radicalmente rotta, stabilendo che la ripetibilità sia la regola e definendo quali sono i casi, limitatissimi, in cui la restituzione non è dovuta”.
    Cade, dunque, il dogma della irripetibilità delle somme versate a titolo di assegno di separazione e divorzile, una volta che sia decretata l’illegittimità dell’originario provvedimento, rimanendo preclusa la “condictio indebiti”, ovvero l’azione giudiziale volta alla restituzione, in circoscritte ipotesi.
    “Tali ipotesi residuali – continua l’avvocato Lizza – ricorrono solo quando l’assegno abbia ad oggetto somme di modesta entità, idonee a far fronte alle strette esigenze di vita, e sempre che si verta in ipotesi di mera riduzione dell’assegno, oppure, nel caso di sua successiva esclusione, quando ciò non consegua ad una mancanza ab initio del diritto al contributo, ma sia frutto del mutamento delle condizioni economiche del soggetto obbligato”.
    Nei restanti casi, gli importi versati in esecuzione di un provvedimento poi modificato resteranno sempre e comunque ripetibili da chi li abbia corrisposti.

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    Uccide il nonno e filma la scena: 15enne a processo

    Uccide il nonno e filma la scena: 15enne a processo. Comparirà davanti al Tribunale per i minorenni il 15enne affetto da disturbi psichici.
    Sarà processato il 25 gennaio del 2023 dinanzi al Tribunale per i Minori di L’Aquila il ragazzo di 15 anni di Bucchianico (Chieti), con problemi psichiatrici, che lo scorso 8 luglio uccise dentro casa il nonno materno affidatario colpendolo anche mentre era ormai inerme, a terra, con pugni, calci, sedie e un aspirapolvere e saltandogli addosso con i piedi; il giovane aveva anche ripreso con lo smartphone alcune scene dell’aggressione.
    Il decreto che fissa il giudizio è del gip del Tribunale per i minorenni di L’Aquila, Cristina Tettamanti, che ha accolto la richiesta di rito immediato, che permette di saltare l’udienza preliminare, presentata dal pm Lorenzo Maria Destro.
    La vittima, che aveva 78 anni, morì la notte seguente, il 9 luglio, all’ospedale di Pescara dove era giunto in condizioni disperate a causa delle numerose lesioni. Il ragazzo, difeso dall’avvocato Roberto Di Loreto, accusato di omicidio volontario con l’aggravante di aver commesso il fatto ai danni di un ascendente e per futili motivi, nell’immediatezza venne arrestato dai carabinieri e successivamente è stato raggiunto da ordinanza di custodia cautelare: è rinchiuso nell’istituto penitenziario di Casal del Marmo a Roma.
    Il fatto ha destato una particolare impressione a Bucchianico e non solo: sembra infatti che per il quindicenne, già ad aprile scorso, fosse stato previsto l’inserimento in una struttura, ma la cosa non ebbe seguito e così il giovane era rimasto a vivere con i nonni materni.

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    In autostrada sulla Napoli-Roma con due valigie piene di 84 chili di hashish

    Il corriere è stato tradito dal suo nervosismo perché sapeva di aveva un ingente carico di droga in auto.
    Due valigie, infatti, sono state trovate nel bagagliaio di un’auto fermata per controlli mentre era in transito sull’autostrada Roma Napoli: erano farcite di 84 chili di hashish. Gli agenti della polizia stradale della sottosezione di Cassino, hanno fermato il mezzo insospettiti dall’atteggiamento di nervosismo che ha tradito il conducente.
    Nel bagagliaio, i poliziotti hanno trovato le due valige che contenevano numerosi involucri di varie dimensioni e peso contenente hashish, per un totale di oltre 84 chilogrammi hascisc. L’uomo alla guida e’ stato arrestato per traffico di sostanza stupefacente e condotto alla casa circondariale di Cassino.

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    Colpo ai narcos della ‘ndrangheta: 24 arresti. Anche in Campania

    Duecento militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e dello S.C.I.C.O., sotto il coordinamento della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, diretta dal Dott. Giovanni Bombardieri, stanno eseguendo – con il supporto di altri Reparti del Corpo, nelle province di Reggio Calabria, Catania, Messina, Vibo Valentia, Salerno, Milano e Pavia – provvedimenti restrittivi della libertà personale, emessi dalla Sezione G.I.P. del Tribunale di Reggio Calabria, nei confronti di nr. 24 soggetti (nr. 15 in carcere e nr. 9 ai domiciliari) coinvolti in un traffico internazionale di sostanze stupefacenti.L’attività in rassegna costituisce lo sviluppo di una precedente operazione – denominata “Magma” – eseguita sempre dal Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata (G.I.C.O.) del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Reggio Calabria e dallo S.C.I.C.O., diretta dalla Procura reggina – che avrebbe consentito di destrutturare un noto casato di ‘ndrangheta attivo nella provincia reggina – conclusa nel novembre 2019 con l’esecuzione di nr. 45 misure cautelari personali.
    Nel dettaglio – allo stato del procedimento e fatte salve successive valutazioni in merito all’effettivo e definitivo accertamento della responsabilità – l’operazione odierna avrebbe confermato la forza e la capillarità, sia su scala nazionale che internazionale, dei narcos calabresi, che continuano a porsi quali interlocutori privilegiati con le più qualificate organizzazioni mondiali, garantendo una sempre maggiore affidabilità.
    La disponibilità di ingenti capitali di provenienza illecita e la spiccata capacità di gestione dei diversi segmenti e snodi del traffico hanno permesso all’organizzazione investigata, che sarebbe stata promossa e diretta da un membro di vertice del citato casato reggino, di consolidare un ruolo rilevante nel narcotraffico internazionale servendosi, tra l’altro, di preferenziali e collaudati canali di approvvigionamento esteri.
    Il gruppo criminale, che per comunicare faceva uso di telefoni cellulari criptati, ovvero di cabine telefoniche pubbliche, si interfacciava con differenti organizzazioni aventi le proprie basi operative in Albania ed in Brasile.
    In tale contesto, sarebbe stato scoperto che l’organizzazione era in grado di far giungere dal Brasile ingenti partite di cocaina, stoccate in Svizzera, per poi essere trasportate in Lombardia ed essere cedute ad individuati acquirenti, tra i quali figura un soggetto albanese di particolare rilievo criminale.
    A seguito di problematiche legate al pagamento del narcotico, attesi i solidi rapporti in essere, un membro dell’organizzazione brasiliana fornitrice si sarebbe finanche recato in Calabria per incontrare il capo del sodalizio criminale, per addivenire ad una soluzione.
    Prima dell’incontro – monitorato dagli investigatori – al fine di far comprendere in maniera chiara l’importanza del soggetto che si apprestava ad incontrare, un indagato palesava al referente brasiliano lo spessore criminale del proprio dominus, ostentando, al fine di fugare ogni dubbio, il contenuto di articoli stampa da cui spiccava la caratura della compagine criminale di appartenenza.
    L’inchiesta, ancora, avrebbe consentito di scoprire come la consorteria criminale producesse, in proprio, ingenti quantitativi di cannabis indica curandone i successivi processi di lavorazione (asciugatura, essicazione, pesatura e confezionamento).Invero, nel corso dell’attività è emerso come gli indagati, al fine di diversificare ed intensificare la fiorente attività illecita, hanno realizzato una coltivazione di marijuana all’interno di una zona rurale del Comune di Candidoni (RC) nella quale sono stati rinvenuti e sottoposti a sequestro  1227 piante di cannabis, nonché 74 Kg della medesima sostanza stupefacente, consentendo l’arresto di due dei responsabili, colti nella flagranza di reato
    .La compagine criminale gestiva, inoltre, una consolidata attività di smistamento dello stupefacente attraverso l’impiego di appositi corrieri, sempre pronti a rifornire molteplici “piazze di spaccio”, fungendo da spola tra il territorio calabrese e quello siciliano. In un’occasione, infatti, veniva arrestato, in flagranza di reato, un affiliato in procinto di imbarcarsi per la Sicilia.

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    Firenze, turista straniera violentata all’ingresso di un B&B del centro storico

    Una turista straniera di 51 anni è stata violentata da un uomo nella nottata tra venerdì e sabato scorso all’interno di un b&b nel centro di Firenze. La donna ha denunciato la violenza ai carabinieri.
    Al vaglio degli investigatori anche le telecamere di sorveglianza della zona. Lo stupro sarebbe avvenuto all’ingresso della struttura. Sono in corso le indagini del comando provinciale dei carabinieri.

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    Stalking all’attrice: condannato il napoletano Marcello Schiattarella

    Condanna a 2 anni e 4 mesi di reclusione per Marcello Schiattarella, accusato di atti persecutori ai danni dell’attrice e influencer romana Waina Vitullo.
    Il processo si è svolto con il rito abbreviato davanti al gup di Roma. L’uomo, originario della provincia di Napoli, era stato destinatario della misura del divieto di avvicinamento. Nei suoi confronti il tribunale della Capitale aggravò la misura dopo che l’allora indagata ha continuato nelle vessazioni alla donna tempestandola di messaggi minacciosi, anche di morte.
    La vittima aveva conosciuto Schiattarella nel maggio del 2021 ma la relazione era durata pochi mesi. Da quel momento il 35enne ha cominciato a prendere di mira l’attrice con atteggiamenti anche violenti.La donna, 43 anni, ex volto tv e un passato nel mondo del porno, era seguita, minacciata e tempestata di messaggi.
    “Voglio ringraziare la polizia, i giudici, l’avvocato Licia d’Amico e l’associazione Bon’t Worry. Finalmente sono libera di uscire, andare al bar, da un parrucchiere, di passeggiare senza sentirmi in pericolo. Un ottimo lavoro di magistrati e polizia”, aveva detto la donna subito dopo l’arresto di Schiattarella.
     Le minacce di morto e le frasi violente contro il figlio
    Il pm Daniela Cento aveva raccolto la sua denuncia che ripercorreva la loro breve frequentazione:  “È ossessionato da me, mi manda 600 messaggi al giorno”. Poi la situazione è andata peggiorando: minacce, insulti, inquietanti allusioni al fatto di potere arrivare a lei in qualunque momento, pesanti riferimenti al padre morto, frasi di odio anche a suo figlio. Più volte lui le ha fatto sapere di essere a Roma e di seguire i suoi spostamenti, tanto da costringerla a lasciare la sua casa al quartiere Tuscolano per trovare rifugio in una struttura protetta.

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    Omicidio cantante neomelodica, ergastolo al marito

    Omicidio cantante neomelodica, ergastolo al marito. La giovane cantante neomelodica palermitana, Piera Napoli fu uccisa a coltellate dal marito il 7 febbraio scorso
    La Corte d’Assise di Palermo, presieduta da Sergio Gulotta, ha condannato all’ergastolo Salvatore Baglione, accusato di avere ucciso a coltellate la moglie Piera Napoli, giovane cantante neomelodica, il 7 febbraio dell’anno scorso.
    L’uomo si era consegnato ai carabinieri e aveva confessato.I giudici hanno accolto le richieste della procura che riteneva l’imputato lucido durante la commissione del delitto efferato avvenuto in bagno, nella abitazione dei due coniugi in via Vanvitelli, nel quartiere Cruillas a Palermo.
    Subito dopo l’omicidio il marito si era ripulito, aveva lavato il coltello, si era anche preoccupato di allontanare i figli, perché non assistessero alla scena. Baglione aveva anche postato su Facebook una frase sull’importanza del “rispetto” accompagnata da una foto di Robert De Niro.La decisione dei giudici è arrivata dopo 4 ore di camera di consiglio.
    La famiglia della donna si era costituita parte civile assistita dagli avvocati Massimiliano Ficarra, Francesca Legnazzi e Silvana Terrasi.

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    Nella pizzeria Spaccanapoli di Viareggio l’Hub della droga per la Versilia

    Il clan di Vincenzo Saetta  aveva trasformato la storica pizzeria Spaccanapoli di Viareggio in un vero e proprio hub della droga.Nella pizzeria venivano confezionate ingenti partite di cocaina e hashish acquistate da altri clan a Napoli. Lo stupefacente veniva distribuito a mediatori che poi a loro volta lo smerciavano in modo capillare ai pusher di strada operanti nella parte ovest della Toscana. Stamane è stato stroncato dalla Dda un hub della camorra per il traffico e la distribuzione all’ingrosso degli stupefacenti in Toscana, sulla costa ovest sull’asse Pisa-Viareggio-Versilia, in un’operazione con decine di perquisizioni e 14 misure cautelari eseguite dalla Dda di Firenze coi carabinieri e le Fiamme gialle di Lucca.
    Le misure riguardano soggetti raggiunti a Viareggio, Napoli e Pisa. Quattro vanno in carcere, cinque ai domiciliari, per gli altri nove ci sono obblighi di dimora. L’accusa è di associazione a delinquere per il traffico di stupefacenti ma i carabinieri riferiscono chiaramente di “gruppo criminale di matrice camorristica”.
    La presenza delle mafie in Versilia è fenomeno ridondante dagli anni ’70 con i primi impianti causati da quello che era il soggiorno obbligato. In questa inchiesta, su un filone parallelo a quello della droga, le indagini bancarie e patrimoniali curate dalla guardia di finanza ha messo in luce che il quartier generale degli indagati, dove, secondo la Dda, essi organizzavano incontri per pianificare affari illeciti, era nello storico stabilimento balneare Balena, uno dei più antichi d’Italia, la prima concessione demaniale a Viareggio.
    L’attuale gestione, sottolineano le fonti investigative, è nuova, c’è da pochi mesi ed è totalmente estranea alle indagini, il bagno Balena non è più nella disponibilità degli indagati già da tempo. Ma, secondo la Dda dopo che soggetti vicini agli indagati ne hanno preso la gestione dalla famiglia storicamente proprietaria – le indagini sulla droga sono partite nel marzo 2021 – il Balena è divenuto luogo d’incontro per gli affari criminali.Incontri che per gli investigatori risultano curati da Vincenzo Saetta, oggi tra i 14 destinatari delle misure eseguite.
    Saetta è stato sottoposto alla misura cautelare del carcere ed è una figura nota nel panorama criminale della Toscana, sempre nell’area occidentale della regione, poiché era già stato condannato definitivamente per il reato di usura aggravato dal metodo mafioso ma, tornato in libertà, continuava le sue attività.
    Quanto al traffico di cocaina, hashish e marijuana messo in luce da questa inchiesta, ingenti carichi venivano acquistati da affermati clan a Napoli, trasportati su auto e conducenti ‘puliti’ a Viareggio e qui gestiti nel retro di una pizzeria, la Spaccanapoli, adesso chiusa, che ha fatto da base logistica sotto copertura per la distribuzione a mediatori attivi in Versilia, che poi affidavano lo smercio di dettaglio ai pusher attivi nelle strade e nelle pinete.
    Il giro di soldi sporchi sarebbe stato reimpiegato in Toscana ma gli accertamenti coordinati dal pm Luca Tescaroli sono in pieno corso. Per questa operazione sono stati impegnati dall’alba 100 carabinieri e 30 militari della guardia di finanza di Lucca. Sequestrati nella giornata una decina di rolex ed altra droga con peso consistente.
     Il riciclaggio attraverso lo stabilimento balneare Il Balena di Viareggio
    Invece, sul filone del riciclaggio del denaro sporco in Toscana, le Fiamme Gialle hanno svolto indagini bancarie e patrimoniali da cui è emerso che pregiudicati, tra i vari beni, avevano acquistato uno storico stabilimento balneare di Viareggio, uno dei più antichi d’Italia, il Balena.
    Il bagno, si specifica però, non è più nella disponibilità degli indagati dato che il tribunale di Lucca nelle settimane scorse, dopo la stagione estiva, lo ha assegnato a un nuovo titolare che è completamente estraneo a queste vicende. Il Balena negli ultimi anni era divenuto luogo d’incontro per gli affari criminali della camorra sulla Costa Toscana.
    Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, furono avviate nel marzo 2021 dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Lucca, per far luce sul presunto traffico di sostanze stupefacenti nel territorio della Versilia.
    L’attenzione degli investigatori si è concentrata su un sodalizio di persone di origine campana ma da tempo radicato nella provincia di Lucca, considerato vicino a strutturati ambienti della criminalità organizzata di matrice camorristica, operante tra le province di Napoli e Lucca.
     La droga acquistata a Napoli e spacciata in Versilia
    Il sodalizio criminale, gestito in modo “imprenditoriale”, acquistava all’ingrosso considerevoli partite di cocaina e hashish da esponenti appartenenti ai clan camorristici di Napoli, per poi confezionarla all’interno di una pizzeria di Viareggio e distribuirla ai mediatori della Versilia, i quali a loro volta provvedevano a darla ai pusher per lo smercio al dettaglio a innumerevoli clienti.
    Dall’attività di indagine è emersa la particolare scaltrezza degli indagati i quali, per rifornirsi degli ingenti quantitativi di stupefacente, utilizzavano autovetture sempre diverse e persone insospettabili nonché i locali di una pizzeria durante l’orario di chiusura per il confezionamento e la suddivisione dei quantitativi da distribuire ai pusher locali per il successivo spaccio al dettaglio.
    Nel corso dell’attività investigativa è stato possibile accertare come il sodalizio criminale, in pochi mesi, sia riuscito a commercializzare numerosi chili di sostanza stupefacente del tipo cocaina e hashish.
    Congiuntamente, sempre sotto la guida della DDA fiorentina, sono state delegate alle Fiamme Gialle indagini bancarie e patrimoniali, mirate a corroborare l’eventuale riciclaggio di capitali illeciti ad opera di pregiudicati nell’acquisizione, tra l’altro, di uno storico stabilimento balneare di Viareggio.
    I carabinieri e finanzieri hanno accertato che lo storico Bagno viareggino, uno dei più antichi d’Italia (ora non più nella disponibilità degli indagati), era luogo d’incontro per gli affari illeciti, i quali erano curati dal principale indagato, ossia il capostipite di una nota famiglia di provenienza campana operante da diversi anni in Versilia.
    Vincenzo Saetta era già stato condannato per usura
    Il capo dell’associazione, oggi sottoposto a misura cautelare in carcere, era già stato condannato definitivamente per il reato di usura, aggravato dal metodo mafioso.
    Il frutto di questa importante attività investigativa è stato reso possibile grazie al costante monitoraggio effettuato dalla DDA di Firenze, la quale ha coordinato i reparti investigativi dei carabinieri e della Guardia di Finanza.
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    Storica sentenza: le Cartelle notificate dalla ex Equitalia per Pec sono nulle

    Le Cartelle Esattoriali notificate per PEC da Agenzia Entrate Riscossione sono nulle perchè provengono da pec non presenti nei pubblici registri, ancora una importante sentenza dell’associazione “Difesa Consumatori e Contribuenti” a favore dei contribuenti.
    Come riporta il responsabile legale dell’associazione, avv. Cristiano Ceriello, la cartelle esattoriali che sono state inviate a mezzo pec presentano un importante illegittimità, e cioè sono inviate da un indirizzo che inizia con “ “, indirizzo che non è quello presente nei pubblici registri e che rende l’atto nullo.
    Difatti gli atti di riscossione, così gli atti giudiziari, devono essere inviati da indirizzi che sono presenti nei pubblici registri, come ad esempio Registro delle Pubbliche Amministrazioni o INI-PEC, in mancanza si tratta di un mero invio di PEC e non di una valida notifica di atto giudiziario, amministrativo o di riscossione.
    E’ così che lo sancisce anche una delle sentenze ottenute dall’avv. Cristiano Ceriello con “Difesa Consumatori e Contribuenti”, Sent_CTP_Napoli_3370_2022 emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Napoli che appunto stabilisce come: “è priva di effetti giuridici la notificazione di una cartella di pagamento eseguita in via telematica dall’agente della riscossione utilizzando un indirizzo PEC non risultante da pubblici elenchi”.
    Una buona notizia per i contribuenti continua il dott. Pasquale Di Carluccio, presidente di “Difesa Consumatori e Contribuenti” che hanno un’arma in più per difendersi e soprattutto tutelare i propri diritti, ma attenti a controllare le pec, per tutelare i propri diritti spesso ci sono poche settimane, tra i 20 e 60 giorni. LEGGI TUTTO