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    Scandalo mascherine, arrestati l’ex re degli stampatori e 2 imprenditori: indagato ex ministro

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    Roma. Mascherine e camici senza certificazione per rifornire la Protezione civile del Lazio: ai domiciliari 3 noti imprenditori, indagato l’ex ministro Saverio Romano.
    Un appalto da 22 milioni di euro per mascherine e camici non conformi e ottenuto nel pieno della prima ondata della pandemia da covid lo scorso anno: è il nucleo dell’indagine che ha portato agli arresti di stamane. L’inchiesta dei finanzieri del Gruppo Tutela Spesa Pubblica del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, è nata sulla base di una segnalazione dell’Agenzia Regionale della Protezione Civile del Lazio alla Procura di Roma e riguarda le vicende relative alla fornitura di 5 milioni di mascherine FFP2 e 430.000 camici alla Regione Lazio da parte della European Network Tlc nella prima fase dell’emergenza sanitaria, tra marzo e aprile 2020, per un prezzo complessivo di circa 22 milioni di euro. Tre gli imprenditori finiti agli arresti domiciliari: Andelko Aleksic, Domenico Romeo e Vittorio Farina. Quest’ultimo è il personaggio più controverso dell’inchiesta: ‘Re’ degli stampatori italiani negli anni ’90 e signore delle ‘Pagine gialle’, finì sotto accusa per bancarotta fraudolenta aggravata per il fallimento della società Ilte e nel 2017 fu arrestato dai finanzieri di Torino con l’accusa di aver creato un ‘buco’ da 50 milioni di euro nelle casse dell’azienda.

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    Aversa, sequestrato opificio clandestino che produceva sigarette elettroniche

    Il gip del tribunale di Roma, Francesca Ciranna, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare ha anche disposto un sequestro preventivo di quasi 22 milioni di euro a carico dei tre e della società European Network Tlc, una casa editrice di Milano riconducibile a Andelko Aleksic, nei cui confronti è stata emessa la misura interdittiva del divieto di contrarre con la pubblica amministrazione. Farina è stato socio, tra l’altro, dell’affarista Luigi Bisignani nonché tra i finanziatori della Fondazione Open di Matteo Renzi.Il gip scrive nell’ordinanza che “l’attivita’ tecnica ha evidenziato il quadro relazionale di cui Farina”, definito il faccendiere, “si avvantaggia nello svolgimento della sua attivita’ di procacciatore di affari per conto della Ent Srl. L’imprenditore vanta rapporti con personaggi noti, come Roberto De Santis, l’ex senatore Romano, soggetti per il tramite dei quali riesce ad avere contatti con pubblici amministratori che in questo periodo si occupano delle forniture pubbliche di dispositivi medici e di protezione individuale”. Dunque, factotum dell’operazione mascherine sarebbe stato Vittorio Farina che in almeno tre occasioni, come si evince dalle intercettazioni acquisite dagli inquirenti, vanta rapporti con Arcuri. Il 15 luglio, si legge nell’ordinanza “Farina ha chiamato Massimo Cristofori e nel corso della conversazione ha giurato di aver parlato” con l’ex commissario per “inserire” la European Network Tlc “quale fornitore sussidiario a Fiat e Luxottica per l’approvvigionamento di mascherine destinate alla riapertura delle scuole”. Intercettato, l’imprenditore dice: “Quello delle mascherine, stiamo, quello che non fornisce Luxottica e Fiat, sai che gli hanno fatto, che so grandi produttori no? Se non ce la fanno, subentriamo noi, adesso sappiamo tra qualche giorno… sono stato ieri giuro”.Dagli atti dell’indagine emergono anche altri particolari.Il 3 settembre scorso, secondo quanto scrive il Gip Farina “è riuscito ad incontrare” Arcuri “come sembra emergere” da quello che riferisce ad Aleksic: “Domenico mi ha promesso che se gli arriva le lettera, autorizza quell’acquisto (…) la dovrebbe fare oggi, oggi la deve fare e oggi pomeriggio ci deve fare l’ordine”, si legge nelle intercettazioni. E conclude: “C’ho anche un settanta possibilità che ti faccio pure il Lazio… sopra ste cose … sto facendo un buon lavoro … avanti indietro avanti indietro avanti indietro”. Lo stesso giorno, in un’altra telefonata, sempre Farina sostiene di avere “una promessa dal commissario unico, dal commissario straordinario, che se va in rottura di stock con i due fornitori principali che so Fiat e Luxottica e, le prende da me”.I finanzieri hanno ricostruito che a fronte dei contratti sottoscritti, che prevedevano la consegna di dispositivi di protezione individuale marcati e certificati CE, rientranti nella categoria merceologica di prodotti ad uso medicale, l’impresa milanese facente capo ad Aleksic, che fino al mese di marzo 2020 era attiva soltanto nel settore dell’editoria ha, secondo gli inquirenti, “dapprima fornito documenti rilasciati da enti non rientranti tra gli organismi deputati per rilasciare la specifica attestazione” e, successivamente, “per superare le criticità emerse durante le procedure di sdoganamento della merce proveniente dalla Cina, ha prodotto falsi certificati” di conformità forniti da Romeo “anche tramite una società inglese a lui riconducibile, ovvero non riferibili ai beni in realtà venduti”. E ne erano pienamente consapevoli: “Tanto so’ tutti falsi ‘sti certificati”, diceva Aleksic intercettato.Nei confronti degli indagati le accuse sono, a vario titolo, di frode nelle pubbliche forniture, truffa aggravata in relazione e traffico di influenze illecite. L’ex ministro Francesco Saverio Romano, finito nel registro degli indagati con l’accusa di traffico di influenze illecite respinge le accuse affermando di avere svolto una regolare attivita’ di consulenza.“Nessun affidamento, promessa o incarico alla societa’ e alle persone coinvolte”, la secca replica dell’ex commissario Domenico Arcuri.  In relazione all’inchiesta, nella quale da conversazioni tra gli indagati pubblicate oggi risulta citato l’ex Commissario all’Emergenza Covid, peraltro estraneo alle indagini e probabilmente ancora una volta oggetto di traffico di influenze illecite – sottolineano dalla struttura dell’ex Commissario Arcuri- riteniamo utile precisare che ne’ la societa’ European Network Tlc ne’ le persone coinvolte nelle indagini, hanno ricevuto alcuna promessa, alcun affidamento o alcun incarico dall’ex Commissario o dalla Struttura commissariale”. “La societa’, come tante altre – concludono gli uffici di Arcuri – aveva inviato diverse proposte a nessuna della quali è stato mai dato alcun seguito dalla struttura stessa”. (r.f.)

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    Femminicidio, indennizzo ‘iniquo’ per la figlia della donna uccisa: ricorso del legale

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    Roma. “Lo Stato deve indennizzare la vittima del reato violento”: è un principio che farà giurisprudenza quello stabilito dal giudice della II sezione civile del Tribunale di Roma, ma per il legale l’indennizzo è iniquo.

    Il giudice ha condannato la presidenza del consiglio dei ministri e il ministero della giustizia a pagare 60mila euro più 6mila di spese a favore di Sara Terracciano, figlia di Marisa Della Rocca, la dipendente Inps uccisa, nel novembre del 2007 a Cagliari, a colpi di fucile dal marito Giuseppe Terracciano dal quale voleva separarsi. Terracciano originario della provincia di Salerno dopo l’omicidio si costituì in carcere e successivamente è stato condannato.I 60mila euro sono stati quantificati secondo il decreto del 22 novembre del 2019, riguardante la “Determinazione degli importi dell’indennizzo alle vittime dei reati intenzionali violenti”, e per il fatto che “il delitto di omicidio commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa, nell’importo fisso di euro 60.000 esclusivamente in favore dei figli della vittima”. Il difensore della vittima, l’avvocato milanese Claudio Defilippi, ricorrerà in appello perché, a suo avviso, la cifra ‘standard´ di 60mila euro non tiene conto delle diverse circostanze in cui si trovano i famigliari delle vittime e l’omicida. “Assolutamente non ci siamo – ha detto il legale -. La somma è inadeguata e lo affermiamo in base alla direttiva 80 del 2004, quella del Libro verde del consiglio d’Europa. Bisogna rispettare il principio che la riparazione sia da commisurare alla reale situazione della vittima”. Il legale sottolinea inoltre come il ricorso al giudice sia necessario in quanto non arrivano risposte dalle Prefetture presso le quali è istituito il fondo per gli indennizzi dei famigliari stessi che vi potrebbero ricorrere in via amministrativa. Secondo il giudice la direttiva Ue è stata “tardivamente trasposta nell’ordinamento” italiano con alcuni limiti limitatamente e che è stata “integralmente attuata” solo con una legge del 2016. L’avvocato Defilippi aggiunge: “Faremo ricorso in appello. Chiediamo un indennizzo congruo e sottolineamo che si obbliga il cittadino, vittima di un reato, ad andare dal giudice per vedere riconosciuto un principio affermato a chiare lettere nell’Unione europea. Se vengo accoltellato a Parigi prendo dei soldi e se accade in Italia molto meno. Perché?”.Marisa Della Rocca fu uccisa a colpi di fucile, il suo corpo fu ritrovato in auto nelle campagne di Decimoputzu in provincia di Cagliari.

    Nel 2019 presso la direzione regionale dell’Inps della Sardegna fu dedicata una sala a Marisa Della Rocca, centralinista dell’Istituto di previdenza. In quell’occasione era presente anche la figlia Sara. LEGGI TUTTO

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    Camorra: minacce e soldi a teste perche’ ritratti, 5 in carcere

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    Sequestro a scopo di estorsione di un soggetto, fatto salire su un’autovettura per poi essere condotto in un luogo isolato di Castel Volturno, dove veniva minacciato con una pistola e una corda legata al collo laddove non avesse restituito il corrispettivo di un pregresso debito di droga.

    I carabinieri hanno dato esecuzione nelle province di Caserta, Campobasso e Vibo Valentia a una misura cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale di Napoli nei confronti di cinque indagati, a vario titolo, per sequestro di persona a scopo di estorsione e intralcio alla giustizia, reati con l’aggravante del metodo mafioso.

    Dal marzo dello scorso anno gli indagati, facendo valere la presunta appartenenza al clan dei Casalesi di uno di loro, avevano tentato di convincere, dietro promessa di somme di denaro, la vittima e la moglie di questi a ritrattare le dichiarazioni rese in relazione a un sequestro di persona a scopo di estorsione commesso a Casal di Principe nel febbraio precedente, per il quale e’ stata emessa in precedenza una ordinanza cautelare ed e’ in corso il processo in Corte di Assise da Napoli nei confronti degli altri indagati; in quel caso un uomo fu fatto salire su un’auto per poi essere condotto in un luogo isolato di Castel Volturno, e minacciato con una pistola e una corda legata al collo perche’ ripianasse un debito di droga.

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    L’attività ha permesso di dimostrare che dal Marzo 2020 gli indagati, facendo valere la presunta appartenenza al “Clan dei Casalesi” di uno di loro, avevano tentato di convincere, dietro promessa di somme di denaro, la vittima e la moglie a ritrattare le dichiarazioni rese circa un sequestro di persona a scopo di estorsione commesso a Casal di Principe nel febbraio dello stesso anno, per il quale è stata emessa in precedenza una ordinanza cautelare ed è in corso il dibattimento innanzi alla Corte di Assise di Napoli nei confronti degli altri indagati.

    La pregressa vicenda, cui ha direttamente concorso uno degli odierni indagati, attiene al sequestro a scopo di estorsione di un soggetto, fatto salire su un’autovettura per poi essere condotto in un luogo isolato di Castel Volturno, dove veniva minacciato con una pistola e una corda legata al collo laddove non avesse restituito il corrispettivo di un pregresso debito di droga.

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    I nomiGli arrestati sono Bernardino Crispino (classe 1986); Francesco Frascogna (1971); Nicola Sergio Kader (1986); Antonio Tornincasa (1970) e Emanuele Tornincasa (1996). Sono originari di Marcianise, San Cipriano d’Aversa, Aversa, Orta di Atella e Napoli. Gli unici liberi erano Frascogna e Kader. LEGGI TUTTO

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    Omicidio di Formia, indagati il cugino della vittima e due giovani della provincia di Caserta

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    Dimesso dall’ospedale Dono Svizzero dopo essere stato in fin di vita a causa di una vasta ferita riportata ad una gamba, il cugino 17enne di Romeo Bondanese è ora indagato con l’ipotesi di rissa aggravata in concorso.

    L’avviso di garanzia gli è stato notificato dal pm della Procura dei Minorenni di Roma Maria Perna dopo che aveva derubricato per il coetaneo di Casapulla – il presunto autore del delitto dello studente di Formia – il reato di omicidio volontario in omicidio preteritenzionale affiancando quello di rissa aggravata. L’emissione del provvedimento nei confronti del 17enne di Formia è stato confermato dal portavoce della famiglia Bondanese, l’avvocato Salvatore Orsini, considerandolo un “atto dovuto” in una fase cautelare in cui le indagini sono tuttora in corso come ha ribadito il sostituto procuratore Perna nel corso di un incontro informale con uno dei due legali delle parti offese, l’avvocato Tina Di Russo.

    Insieme al cugino di Romeo sono indagati, sempre per rissa aggravata, almeno un paio di giovani originari della provincia di Caserta che, in compagnia del 17enne di Casapulla, erano giunti a Formia per trascorrere la sera di Carnevale. La difesa del giovane ora indagato intende chiarire al più presto la sua posizione; il 17enne sarebbe giunto subito sul terrazzo sovrastante la darsena de La Quercia ma solo successivamente all’aggressione mortale di Romeo. Avrebbe tentato di bloccare il suo accoltellatore e per questo motivo ha ricevuto anch’egli un fendente al quadricipite.

    Che le indagini siano entrate nel vivo lo conferma un importante e clamoroso incarico che il magistrato titolare delle indagini ha conferito nella mattinata di mercoledì. Il sostituto procuratore Perna, che ha incontrato anche i difensore del giovane di Casapulla, gli avvocati Luigi Tecchia e Giuseppe Biondi, ha incaricato la tossicologa del Policlinico Gemelli Sabina Strano Rossi per effettuare una perizia nei confronti delle persone indagate al momento a piede libero. L’esame riguarderà anche alcuni reperti organici prelevati nel corso dell’autopsia al povero Romeo Bondanese e ha un obiettivo: verificare se i partecipanti o le stesse vittime dell’aggressione della sera di martedì grasso abbiano assunto o meno sostanze stupefacenti prima del tragico episodio.

    La dottoressa Strano Rossi ha chiesto 45 giorni prima di consegnare la sua relazione tossicologica al Pm e ha annunciato – secondo quanto è trapelato da ambienti legali – che avvierà i suoi accertamenti “non ripetibili” tra venerdì e sabato. Il conferimento di quest’incarico alla tossicologa del Gemelli – hanno fatto sapere i legali delle parti offese, Vincenzo Macari e Tina Di Russo – ribadisce come le indagini si stiano svolgendo a trecentosessanta gradi e questa perizia non vuole lasciare nulla di intentato. LEGGI TUTTO

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    Picchiava moglie e figlie da anni: condannato il marito ‘padre-padrone’

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    Marito ‘padre-padrone’ cancella l’identita’ della moglie per 20 anni: condannato a 4 anni per maltrattamenti. Lei casertana ma residente in Puglia.

    Un incubo di violenza fisica e morale durato venti anni quello vissuto da una donna 56enne di Caserta, trapiantata per amore da fine anni ’90 in Puglia, in un paese nei pressi di Trani (provincia di Barletta-Andria-Trani), che e’ riuscita a far condannare il marito a quattro anni di carcere per il reato di maltrattamenti in famiglia.

    Una pena esemplare che il giudice ha inflitto senza neanche un referto medico che attestasse le avvenute violenze, ma basandosi solo sul racconto denso di particolari riferito dalla donna e dalle figlie (tutte e tre difese da Martina Piscitelli); anche le ragazze, oggi ventenni, sono state vittime delle violenze del padre. La sentenza e’ stata emessa dal tribunale di Trani, e chiude una vicenda tragica, diversa dalle altre, perche’ qui c’e’ un marito “padre padrone” che non si e’ limitato a picchiare e aggredire la moglie e le figlie.

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    Secondo quanto emerso dal processo infatti, il 46enne guardia giurata, che per questi fatti e’ stato arrestato nei mesi scorsi perdendo anche il lavoro, ha cancellato l’identita’ della moglie casertana, tenendola quasi sempre segregata in casa, costringendola a parlare pugliese, a dichiarare un’eta’ diversa, a non avere contatti con la famiglia d’origine, che si era opposta al matrimonio perche’ l’uomo, gia’ prima delle nozze, picchiava la futura moglie, in quel momento incinta.

    Le stesse figlie della coppia non sapevano dell’esistenza dei parenti casertani, almeno fino alla fine del 2019, quando la madre, ormai sfinita per le continue violenze subite, ha preso coraggio rivelando alle ragazze l’esistenza dei familiari a Caserta. Le adolescenti, anch’esse spesso picchiate dal padre, hanno cosi’ contattati i familiari via social, non venendo credute in un primo momento. I parenti casertani non avevano infatti notizia della donna da due decadi, poi pero’ hanno capito la serieta’ della situazione. Una mattina, all’alba, sono cosi’ venuti a Trani a prendere la donna 56enne e le due figlie, e le hanno condotte a Caserta.

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    Qui le tre vittime sono andate alla Questura, dove hanno denunciato i fatti alla sezione della Squadra Mobile che si occupa di reati contro le donne. E’ quindi intervenuto il centro antiviolenza Spazio Donna in supporto della madre e delle due figlie vittime, e l’avvocato Martina Piscitelli, che le ha assistite nel processo riuscendo a far condannare il marito “padre padrone”. LEGGI TUTTO

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    Sequestrate 4 tonnellate e mezzo di sigarette: presi 7 contrabbandieri

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    Il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli ha arrestato 7 contrabbandieri e sequestrato in provincia di Latina 4 tonnellate e mezzo di sigarette.
    Sono stati i finanzieri del Gruppo di Nola ad individuare in piena notte un TIR con targa bulgara sospetto in base ad indicatori di analisi di rischio elaborati per l’esecuzione di controlli economico-criminali del territorio più mirati.Accertata telematicamente la provenienza del mezzo da un porto ellenico e una dichiarazione di trasporto “anomala”, la Guardia di Finanza ha prontamente organizzato un’operazione di inseguimento e controllo del mezzo fino a destinazione, che ha condotto le pattuglie delle Fiamme Gialle fino a un capannone a Sabaudia, in provincia di Latina.All’atto di irrompere all’interno dello stabile, i finanzieri sono riusciti a cogliere in flagranza di reato 7 soggetti (autista e squadra scaricatori) mentre estraevano dal carico di copertura oltre 4 tonnellate di “bionde”, marca “Chesterfield” e “Mark1”, nascoste all’interno di blocchi in lamiera elettrosaldati.

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    Tutti arrestati i contrabbandieri: un 28enne napoletano pluripregiudicato, un 51enne napoletano incensurato, un pregiudicato 53enne della provincia di Latina, un 36enne incensurato di Sabaudia (Latina), un 45enne greco, un senegalese di 31 anni e un ucraino di 32.

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    ELENCO SOGGETTI ARRESTATI:1) GIULIANO Antonio, nato a Napoli, il 18.12.19932) YFANTIDIS Nikolaos, nato in Grecia, il 21.03.19763) BEDIN Fabio, nato a Latina, il 15.10.19854) CIPOLLETTA Lucio, nato a Napoli, il 10.03.19705) STEFANELLI Stefano, nato a Terracina (LT) il 01.01.1968 6) ZAKORDONSKYI Mykhailo, nato in Ucraina il 15.03.1989 7) VIEUX Ndiaye nato in Senegal, il 10.05.1990. LEGGI TUTTO

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    Ottaviano, cimitero chiuso per ordine pubblico dopo il funerale di Cutolo

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    Funerali in forma strettamente privata all’alba di oggi quelli per Cutolo, morto mercoledì 17 febbraio in regime di carcere duro, il 41bis, nel carcere di Parma.
    I funerali sono stati celebrati nel cimitero di Ottaviano in forma strettamente privata, alla presenza di pochi familiari. Il questore di Napoli ha infatti vietato la celebrazione di funerali pubblici o solenni. Oggi, il cimitero di Ottaviano, dove nelle scorse ore è stato sepolto Raffaele Cutolo, ex boss della Nuova camorra organizzata, resterà chiuso per motivi di ordine pubblico. E’ quanto disposto in un’ordinanza a firma del sindaco Luca Capasso.

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    La salma è arrivata da Parma al cimitero di Ottaviano ieri sera, poco dopo le 23, accolta dalla moglie Immacolata Iacone e dalla figlia Denyse. L’ingresso del cimitero era presidiato dalle forze dell’ordine. Sabato era stata eseguita nell’istituto di Medicina Legale dell’Ospedale Maggiore di Parma l’autopsia di Cutolo, procedura di routine per i decessi in carcere.

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    Prima dell’autopsia la salma era stata vista per alcuni minuti dalla moglie del boss, Immacolata Iacone, e dalla figlia 13enne Denyse, arrivate a Parma subito dopo la notizia della morte.Le stesse hanno fatto ritorno ad Ottaviano assieme al feretro, dove è stato sepolto nel locale cimitero subito dopo la benedizione durante la notte. Ad assistere alla cerimonia anche il fratello e la sorella di Cutolo, Pasquale e Rosetta, e pochi altri parenti: un totale di dodici le persone ammesse nel cimitero di Ottaviano per la benedizione. Come disposto dal questore di Napoli Alessandro Giuliano, alcune delle strade in prossimità del camposanto sono state chiuse al pubblico per tutta la mattina.

    All’esterno del camposanto cittadino erano presenti solo le camionette della Polizia di Stato e dei Carabinieri.  Cala definitivamente, dunque, il sipario  sul sanguinario boss e fondatore della Nco. LEGGI TUTTO

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    Omicidio di Formia: il giallo del doppio coltello

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    Omicidio a Formia: Romeo Bondanese ucciso da una lama di 10 centimetri non compatibile con il coltellino svizzero: il giallo del doppio coltello.
    La salma del ragazzo è stata restituita ai familiari: i funerali si terranno domani, domenica 21 febbraio, alle 15 nella chiesa di San Giovanni Battista.Un solo fendente che ha reciso l’arteria femorale. E’ quanto emerso dai primi risultati dell’autopsia eseguita sul corpo del 17enne morto il 16 febbraio sul ponte TalliniUna lama di circa 10 centimetri, penetrata completamente, ha reciso l’arteria femorale e non ha lasciato scampo a Romeo Bondanese. Si è trattato di un solo fendente. E’ quanto emerso dall’autopsia eseguita questa mattina sul corpo del 17enne ucciso a Formia la sera del 16 febbraio. L’esame autoptico disposto dalla Procura per i minorenni, al quale ha preso parte anche un consulente nominato dalla famiglia della vittima, si è tenuto all’obitorio dell’ospedale Gemelli di Roma. Alla luce dei risultati si cercherà di ricostruire con maggiore certezza la dinamica dell’accaduto, la direzione dei fendenti, la profondità della ferita.

    Al momento i primi esiti confermano che ad uccidere il giovane Romeo è stata la lacerazione dell’arteria femorale per mano del coetaneo originario di Caserta, che da ieri si trova agli arresti domiciliari. La famiglia Bondanese ha nominato due legali, Civita Di Russo e Vincenzo Macari, che hanno appunto nominato un consulente di parte per assistere all’esame autoptico.

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    Sembra chiaro dunque che il 17enne sia stato colpito da un coltello più grande e affilato di un coltellino svizzero di cui si era parlato nelle fasi iniziali dell’indagine. Gli approfondimenti investigativi della polizia proseguono a ritmo serrato. Intanto la salma di Romeo è stata restituita ai familiari per i funerali, che si terranno domani, domenica 21 febbraio, alle 15 nella chiesa di San Giovanni Battista. LEGGI TUTTO

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    Funerali blindati per Cutolo a Ottaviano

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    La salma del fondatore della “Nuova camorra organizzata”, Raffaele Cutolo, morto il 17 febbraio nel carcere di Parma, a 79 anni, sara’ tumulata nelle prossime ore nel Cimitero di Ottaviano dopo una benedizione alla presenza dei soli parenti piu’ stretti.
    La Questura di Napoli, che ha vietato i funerali pubblici, ha disposto un massiccio servizio d’ ordine, che esclude anche l’ impiego della Polizia locale. Il sindaco di Ottaviano, Luca Capasso, ha firmato un’ ordinanza di chiusura al traffico, dalla mezzanotte, di via Vecchia Sarno, la strada che conduce al cimitero, che sara’ presidiata dalla Polizia. A benedire la salma del fondatore della NCO sara’ il parroco della chiesa di San Michele, don Michele Napolitano, che da una decina d’ anni compie il suo ministero ad Ottaviano e non ha conosciuto il boss.

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    Nella piccola cappella posta all’ ingresso del cimitero, che sorge fuori citta’, nei pressi della frazione di San Gennariello, possono entrare al massimo 20 persone. Ma gli ammessi alla breve cerimonia, senza celebrazione della Messa, saranno di meno. Da Parma sono ripartite nel pomeriggio, insieme al feretro, scortato dalle forze dell’ ordine, la moglie di Cutolo, Immacolata Iacone, 53 anni, e la figlia Denyse, 13 anni, avuta con l’ inseminazione artificiale. Hanno potuto vedere la salma stamattina, prima dello svolgimento dell’ autopsia disposta dal pm Ignazio Vallardi, che si e’ svolta nell’ Istituto di Medicina legale dell’ Ospedale Maggiore di Parma. Ad Ottaviano, dove risiede ancora la sorella maggiore di Cutolo, Rosetta, di 84 anni, sono apparsi manifesti a lutto, firmati dai familiari, tra cui il fratello minore, Pasquale, in passato coinvolto in inchieste, ma in posizione defilata rispetto al clan.

    Il linguaggio dei manifesti e’ quello di rito, con una sgrammaticatura: “all’ eta’ di 79 anni serenamente – e’ scritto nel testo – si e’ spento la cara esistenza di Raffaele Cutolo, detto ‘e Monache” , un soprannome, questo, attribuito ai componenti della famiglia dell’ fondatore della NCO, e che apparteneva gia’ al padre. “A causa dell’ emergenza Covid- aggiunge il manifesto – si dispensa dalle visite”. Un altro manifesto funebre e’ stato fatto affiggere dai nipoti. Un destino parallelo, accomuna fino alla morte Raffaele Cutolo al suo nemico Mario Fabbrocino, boss dell’ omonimo clan di San Giuseppe Vesuviano, ed esponente della “Nuova Famiglia” che fece uccidere nel 1990 a Tradate, in Lombardia, dove si trovava al soggiorno obbligato, l’ unico figlio del capo della NCO, Roberto, 28 anni, in un agguato che avrebbe coinvolto anche elementi della ‘ndrangheta calabrese. Fabbrocino, che aveva perso a propria volta un fratello 10 anni prima per mano di Cutolo, fu condannato all’ ergastolo, e mori” in carcere anche lui a Parma, nel 2019. Fu sepolto ad Ottaviano davanti a pochi intimi alle sei di mattina. I manifesti funebri apparvero a tumulazione avvenuta. LEGGI TUTTO

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    Omicidio del boss Gaetano Marino: ergastolo per i due killer, 22 anni ai complici

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    Napoli. Due ergastoli e due condanne a 22 anni di carcere per l’omicidio del boss degli scissionisti Gaetano Marino detto monkerino, ucciso a Terracina nel 2012.
    La vittima all’epoca era il marito di Tina Rispoli salita agli onori delle cronache negli ultimi anni per il matrimonio trash con il cantante neomelodico Tony Colombo. Marino che all’epoca era uno dei boss delle sette famiglie di Secondigliano era anche il fratello di Gennaro “Mecchei”, uno dei capi del gruppo criminale.
    Il presidente della Corte di assise di Latina Gianluca Soana a conclusione di una camera di consiglio durata cinque ore ha letto la sentenza a carico dei quattro imputati. Arcangelo Abbinante, ritenuto l’esecutore materiale del delitto e Giuseppe Montanera, presunto componente del commando, sono stati condannati all’ergastolo con isolamento diurno così come aveva chiesto il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Maria Teresa Gerace, mentre Carmine Rovai e Salvatore Ciotola, accusati di avere supportato logisticamente i sicari, sono stati condannati a 22 anni di reclusione ciascuno con il riconoscimento dell’attenuante della minima partecipazione a fronte di una richiesta del pm di 25 anni.

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    Gaetano Marino, fu ucciso – da due sicari in moto – con sei colpi di pistola il 23 agosto del 2012 sul lungomare di Terracina dove stava trascorrendo le vacanze con la famiglia.Si è arrivati ai nomi dei killer nel 2017 dopo una lunga indagine della polizia di Terracina coordinata dalla Dda di Roma. Due anni fa il collaboratore di giustizia, Pasquale Riccio, che aveva contribuito a far luce sull’omicidio, ha patteggiato la pena di 6 anni e 8 mesi in appello dopo che in primo grado era stato condannato a 10 anni di reclusione.Secondo l’accusa, l’omicidio maturò nell’ambito della faida tra gli Scissionisti di Secondigliano per il controllo della piazza di spaccio delle ‘Case Celesti’ . LEGGI TUTTO

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    Il boss Graviano si ‘dissocia’ da Cosa nostra per lasciare il carcere

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    Palermo. Il boss stragista Filippo Graviano si dissocia da Cosa nostra e chiede un permesso premio per uscire dal carcere.
    E’ l’anticipazione di una notizia che uscirà sul settimanale L’Espresso in edicola il 21 febbraio. “Il boss stragista Filippo Graviano, condannato all’ergastolo per l’omicidio del beato Pino Puglisi, per le stragi di Falcone e Borsellino e per gli attentati del 1993 a Roma, Milano e Firenze, si e’ dissociato da Cosa nostra e chiede di usufruire di un permesso premio per lasciare il carcere”. L’Espresso pubblicherà un servizio sui fratelli Filippo e Giuseppe Graviano condannati definitivamente al 41 bis e al carcere a vita per numerosi omicidi e stragi. Graviano, come racconta il settimanale, e’ stato interrogato dai magistrati che indagano sulle stragi al Nord, e a loro ha ufficializzato a verbale di dissociarsi, senza pero’ accusare nessuno. E per questo motivo vuole usufruire dei permessi premi a cui potrebbe accedere dopo la modifica dell’ergastolo ostativo.

    La notizia della strategia difensiva per ottenere un allentamento delle misure restrittive previste dal 41bis ha già provocato le prime reazioni: “La semplice dichiarazione formale di volersi dissociare da Cosa nostra non e’ mai stato indice di reale ravvedimento – ha detto Nino Di Matteo, consigliere del Csm e ex pm a Palermo -. Anzi storicamente, a partire dal periodo immediatamente successivo alle stragi del 92, alcuni capi di cosa nostra hanno periodicamente tentato di sfruttare finte dissociazioni per ottenere benefici per loro e per l’intera organizzazione mafiosa”. Il componente del pool che ha condotto l’accusa nel processo sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia, in seguito alla quale la Corte di assise di Palermo, nel maggio 2018, ha condannato boss mafiosi, ufficiali dei carabinieri e l’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri ha aggiunto: “La concessione per legge di quei benefici fu uno dei punti più sensibili e importanti della trattativa stato mafia. Spero che il passato ricordi a tutti che da Cosa nostra si esce solo collaborando seriamente con la giustizia, raccontando ai magistrati tutto quello di cui si è a conoscenza”.

    Lo scorso anno alcune intercettazioni in carcere rivelarono le minacce che il boss palermitano aveva lanciato contro il conduttore televisivo Massimo Giletti, poi messo sotto scorta, e contro il pm Di Matteo. Filippo e Giuseppe Graviano sono ritenuti i mandanti di una serie di attentati avvenuti nel 1993 in via dei Georgofili a Firenze, in via Palestro a Milano e in Piazza San Giovanni in Laterano a Roma, entrambi sono stati condannati all’ergastolo. LEGGI TUTTO

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    Morte Cutolo, moglie e figlia a Parma: il magistrato deciderà sull’autopsia

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    Parma. Boss Cutolo morto in carcere: moglie e figlia a Parma in attesa che il magistrato decida se disporre l’autopsia.
    Nessuna determinazione è stata, infatti, ancora assunta dal pm di Parma in merito al rilascio della salma di Raffaele Cutolo, boss della Nuova Camorra organizzata detenuto al 41 bis e morto ieri sera poco dopo le 20 in ospedale all’età di 79 anni. La moglie, Immacolata Iacone, e la figlia, giunte oggi a Parma da Ottaviano, sono in attesa di poter vedere la salma, che si trova ancora all’interno dell’ospedale.

    Una decisione in merito a un’eventuale autopsia o esame esterno del corpo sarà probabilmente presa domani. Solo dopo gli esami la salma messa a disposizione della famiglia che potrà disporre il trasferimento in Campania. A quel punto sarà il Prefetto di Napoli a decidere se vietare, come sarebbe logico, le esequie e a disporre che il funerale venga celebrato in forma privata e con un numero ristretto di familiari. Sulla morte del boss irriducibile c’è una grande attenzione mediatica.

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    Oggi intanto, lo storico avvocato di Raffaele Cutolo, Gaetano Aufiero, ha ribadito che la morte del boss, mai pentitosi, è stata ‘un’inciviltà giuridica contro la quale insorgere’ ‘L’applicazione del regime carcerario del 41 bis a detenuti malati, come il boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo, è “una inciviltà giuridica, contro la quale bisogna insorgere”.

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    Nonostante le condizioni di Cutolo, 79 anni, fossero critiche il boss non ha ottenuto la possibilità di trascorrere le ultime settimane di vita agli arresti domiciliari. “È una barbarie lasciare al 41 bis un uomo malato, in quelle condizioni, con un deficit cognitivo grave, accertato anche da un perito di parte che lo ha visitato a settembre. Cutolo era in queste condizioni da un anno, con un deficit cognitivo grave che gli impediva di riconoscere la moglie, la figlia, me come suo legale – ha aggiunto l’avvocato Aufiero – e tuttavia si è continuato a dire che era un uomo pericoloso, che aveva astrattamente la possibilità di contattare l’esterno, quando invece non era nemmeno in grado di scendere dal letto. É una barbarie e chi la pensa diversamente o è ignorante, o è in malafede o ha una visione molto molto distorta del diritto e della giustizia”.

    “La morte di Cutolo – ha sottolineato il legale – che non è la prima e non è nemmeno l’ultima al 41 bis, deve portate una riflessione su questo regime carcerario che è utile se finalizzato a contrastare la pericolosità del detenuto. Se invece, come nel caso di Cutolo, serve solo a umiliarne la dignità, è una misura che resta al di fuori anche del confine Costituzionale”. Per Cutolo, ha chiarito il legale, il regime detentivo del 41 bis “soprattutto negli ultimi 18 mesi, quando si sono aggravate le sue condizioni, è stata una vera e propria tortura”, “un vero e proprio accanimento, una condotta che si riserva alle bestie”. LEGGI TUTTO