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    Strage di Viareggio, la Cassazione: “La manutenzione l’avrebbe evitata”

    Strage di Viareggio. ‘La manutenzione avrebbe evitato la strage”: lo affermano i giudici della Corte di Cassazione che hanno depositato la motivazione della sentenza emessa l’8 gennaio scorso. “Risulta incensurabile l’affermazione della Corte di appello per la quale il controllo sulla correttezza della manutenzione avrebbe evitato il sinistro perche’ sarebbe emersa l’assenza della documentazione inerente […] LEGGI TUTTO

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    Tragedia di Rigopiano, 17 imputati chiedono lo sconto di pena

    Pescara. Disastro di Rigopiano: 17 imputati chiedono il rito abbreviato.
    Quasi tutti i 25 imputati nel processo che si è aperto dinanzi al Gip Gianluca Sarandrea del Tribunale di Pescara chiedono di essere giudicati con il rito abbreviato. A oltre tre anni dalla tragedia del 18 gennaio 2017 in cui morirono 29 persone si è aperto ieri il processo. Diciassette, fino ad ora, gli imputati che hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato tra questi ci sono anche l’ex prefetto di Pescara, Francesco Provolo, e l’ex presidente della Provincia di Pescara, Antonio Di Marco. Ad oggi sono 4 o 5 gli imputati che non hanno chiesto l’abbreviato, tra cui l’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta.
    La richiesta potrà comunque essere formalizzata anche successivamente, ossia fino a quando non siano formulate le conclusioni dalle parti. Il giudice ha poi annunciato che nominerà un collegio di periti per cercare di dirimere la questione riguardante l’origine della valanga che seppellì l’Hotel Rigopiano. Questo perchè gli accertamenti peritali prodotti dall’accusa e dalle difese sono tra loro del tutto contrastanti sul punto. E’ stato invece respinta la richiesta dell’ex sindaco Lacchetta di incidente probatorio per stabilire se potesse sussistere o meno una prevedibilità storica o scientifica delle valanghe sull’area in cui è stato costruito l’albergo.
    Il processo è stato rinviato al 17 settembre in prosieguo.
    “L’udienza ha finalmente prodotto un risultato. La decisione di respingere la richiesta di incidente probatorio ha sostanzialmente obbligato le difese ad anticipare le loro richieste di riti alternativi per cercare di recuperare in qualche modo la possibilità di avere perlomeno in sede di discussione di rito abbreviato una perizia. Il giudice ha già annunciato che con l’ammissione del rito disporrà un super collegio peritale al quale affiderà tutta una serie di quesiti. L’avvocato Alessandra Guarini, che assiste i figli dei coniugi Caporale e i genitori di Ilaria De Biase nel processo per la strage di Rigopiano, ha commentato così il passo in avanti segnato nell’udienza di ieri, con il respingimento di una richiesta di incidente probatorio che definisce “quasi lunare e nemmeno argomentata dalle difese” e le richieste di riti alternativi da parte di 17 imputati. “La filosofia del giudice è stata vincente perché – aggiunge – giustamente, come gup tenuto a vagliare la qualità degli elementi probatori del pubblico ministero ai fini del processo, ha detto di non ravvisare alcuna necessità di un simile approfondimento, peraltro in assenza di concreti elementi per ritenere non rinviabile l’assunzione della prova. La perizia si farà, ma finalmente nell’ambito del processo, senza bloccare l’udienza preliminare”.
    Si sblocca, dunque, il processo che dovrà stabilire eventuali responsabilità per la morte di 29 persone. Tra un mese il procedimento però potrebbe di nuovo rallentare. Il prossimo 17 settembre si tornerà in aula perché il gup ha annunciato che in quella data nominerà un collegio di periti per una nuova consulenza. Il collegio prenderà infatti alcuni mesi e il processo si fermerà nuovamente. È questo il timore manifestato anche dall’avvocato Romolo Reboa che rappresenta nel procedimento diverse famiglie delle vittime insieme al team di avvocati Reboa law firm. “Il giudice nominerà dei propri consulenti e questa consulenza avrà validità solo e semplicemente ai fini di stabilire se rinviare o meno a giudizio oppure con riferimento alle posizioni di coloro i quali hanno chiesto il giudizio abbreviato che sono quasi tutti gli imputati – ha aggiunto Reboa – Il 17 settembre il giudice ammetterà una perizia per avere una sua informativa, con dei suoi consulenti, su quello che sono state le cause della valanga”. L’avvocato spiega le ‘sottigliezze processuali’ e il valore dell’incidente probatorio, che avrebbe avuto valore anche nel futuro per il dibattimento, mentre la perizia che “ha valore limitatamente al giudizio abbreviato o alla decisione se rinviare o meno a giudizio certi imputati”. Per le richieste di rito alternativo 17 imputati su 25 hanno scelto il rito abbreviato. Gran parte degli avvocati sono convinti che il processo sia istruito al punto da discutere, nel merito, con quello che c’è nel fascicolo delle indagini preliminari integrate dalle consulenze tecniche depositate. “Abbiamo avuto la formalizzazione delle richieste dei riti alternativi” ha detto l’avvocato del Comitato vittime di Rigopiano, Niccolò Baldassare. Mancata realizzazione della carta valanghe, presunte inadempienze per sgombero delle strade di accesso all’hotel e il tardivo allestimento del centro di coordinamento dei soccorsi, sono questi alcuni degli aspetti che verranno approfonditi nel corso del processo. I reati ipotizzati a carico dei 25 imputati (24 persone ed una società, soggetto giuridico), a vario titolo, vanno dal crollo di costruzioni o altri disastri colposi, all’omicidio e lesioni colpose, all’abuso d’ufficio e al falso ideologico. Alcuni dei reati sono a rischio prescrizione. LEGGI TUTTO

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    Incostituzionale il carcere per i giornalisti: sentenza storica della Consulta

    ______________________________ Sentenza storica della Consulta che ha dichiarato incostituzionale l’articolo 13 della legge sulla stampa che fa scattare obbligatoriamente, in caso di condanna per diffamazione, la reclusione da uno a sei anni oltre al pagamento di una multa. La Corte costituzionale, si legge nella nota dell’ufficio stampa, ha esaminato oggi le questioni sollevate dai Tribunali […] LEGGI TUTTO

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    Ardea, inchiesta sulla pistola del killer. I familiari: ‘Non sapevamo dove fosse”

    ______________________________ La procura di Velletri ha aperto un’inchiesta per omicidio in relazione alla strage avvenuta ieri ad Ardea, vicino a Roma. E la famiglia dell’assassino-suicida ha fatto sapere di no sapere che fine avesse fatto la pistola del padre di Andrea Pignani, morti mesi fa e che faceva la guardia giurata. I pm hanno affidato […] LEGGI TUTTO

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    Napoli, colpo ai narcos: sequestrati 46 chilogrammi di cocaina

    Importante colpo nei confronti dei narcos che operano nel Sud Italia da parte degli uomini della Squadra Mobile di Napoli. Ieri pomeriggio infatti una pattuglia durante un servizio di contrasto al traffico di sostanze stupefacenti, sull’autostrada A16 Napoli-Bari, nei pressi dei caselli di Napoli Est, ha controllato un furgone frigorifero con un uomo a bordo. […] LEGGI TUTTO

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    Droga, accordo camorra e mafia nigeriana: presi due corrieri a Zurigo

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    Camorra, mafia nigeriana e traffico di eroina sulla rotta Campania-Sud Africa-Olanda: arrestata una coppia di corrieri napoletani all’aeroporto di Zurigo.
    L’arresto di Anna Varlese, 24 anni e di Marco Liccardi, 25, allo scalo di Kloten a Zurigo in Svizzera con 20 chili di eroina, il 27 maggio scorso è un tassello di un’inchiesta che riscrive le rotte dei traffici di stupefacenti e le alleanze della camorra campana e dei broker della droga.
    I due – assistiti dagli avvocati Fabrizio Plozner e Alexandro Maria Tirelli dell’International Lawyers associates – sono attualmente detenuti nelle carceri svizzere dopo la ‘convalida’ dell’arresto chiesta e ottenuta dalla locale Procura che indaga sull’episodio insieme alla polizia internazionale.
    valigiedroga
    L’arresto. I due – secondo quanto ricostruito fino ad ora – sono partiti da Napoli, apparentemente come una coppia in vacanza, in pieno lockdown da Covid-19, diretti in Sud Africa nella metropoli di Johannesburg. Un viaggio che i due giovani corrieri napoletani – incensurati – hanno concluso allo scalo di Zurigo il 27 maggio scorso, quando sono stati fermati e perquisiti dalla polizia frontaliera svizzera mentre stavano per proseguire il loro viaggio verso l’Olanda, ad Amsterdam, dove presumibilmente avrebbero consegnato il preziosissimo carico. Avrebbero concluso un affare che sul mercato dello spaccio nazionale e internazionale vale circa due milioni di euro per una partita di eroina acquistata in Sud Africa a poche centinaia di migliaia di euro.
    Liccardi e Varlese avevano nascosto la droga in grosse valigie, tentando di camuffare l’odore dello stupefacente e sfuggire al controllo dei cani anti-droga, ma il viaggio dei due – probabilmente – era già ‘tracciato’, ai funzionari è sorto il sospetto che stessero trasportando della droga e, dunque, non sono riusciti ad evitare le manette.
    Le nuove rotte della droga. L’arresto, per gli inquirenti, è un tassello importante per delineare le nuove rotte per l’ingresso della droga in Europa, ma soprattutto per capire come la camorra campana si stia muovendo per alimentare i suoi business criminali e le nuove alleanze. I due arrestati, provengono dall’area a Nord di Napoli al confine con il casertano, dove pare si sia stretta una santa alleanza tra clan e broker della droga legati alle cosche e la mafia nigeriana che controllo i traffici di stupefacente provenienti dall’Africa e diretti al Nord Europa attraverso la Penisola. E i due potrebbero essere proprio dei corrieri, ingaggiati dalle cosche napoletane dei Nuvoletta-Polverino che operano nell’area a Nord di Napoli e che, grazie ai contatti con i Nigeriani, possono acquistare grosse partite di stupefacente dal Sud Africa.
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    E proprio Johannesburg sarebbe diventato il nuovo ‘Sud America’ per i trafficanti di droga. L’eroina proveniente dall’Afghanistan viene trasportata via mare ai porti dell’Africa orientale (Somalia, Kenya, Tanzania e Mozambico) e poi da lì – via terra – arriva fino in Sud Africa da dove poi riparte per arrivare in Europa. Johannesburg, quindi, sarebbe uno dei principali depositi e punto di partenza per le spedizioni di grossi quantitativi di droga. Gli scarsi controlli agli scali e ai container dove vengono stipate le partite di stupefacente, ma anche la corruzione dilagante, ha fatto diventare il Sud Africa il nuovo ‘Klondike’ per i trafficanti europei e campani.
    Un affare che non è sfuggito ai clan della camorra e che sarebbe dietro l’arresto dei due corrieri napoletani arrestati la settimana scorsa. L’inchiesta che impegna diverse Procure antimafia italiane e la polizia internazionale potrebbe portare a clamorosi sviluppi e ridisegnare la mappa geocriminale dei traffici di stupefacenti.
    Rosaria Federico LEGGI TUTTO

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    Uccise la sorella per l’onore della cosca: arrestato il figlio del boss

    Uccise la sorella Nunzia per aver tradito il marito con i nemici della famiglia mafiosa, rivale: ventuno anni dopo quel delitto finisce in carcere Alessandro Alleruzzo della famiglia dei Santapaola di Catania.
    Una storia agghiacciante quella emersa nel corso delle indagini che questa mattina hanno portato i carabinieri della Compagnia di Paternò ad eseguire una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. del Tribunale di Catania – su richiesta della Direzione distrettuale antimafia – nei confronti di Alessandro Alleruzzo, anni 47, accusato di omicidio volontario pluriaggravato ai danni della sorella Nunzia Alleruzzo avvenuto nel 1995, con l’esplosione di due colpi di pistola cal. 7,65 alla testa.
    Alla base dell’omicidio, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, motivi abietti, e cioè quello di riscattare l’onore della famiglia mafiosa Alleruzzo oltraggiata dalle relazioni extraconiugali intrattenute da Nunzia con soggetti criminali ritenuti nemici della stessa famiglia.
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    Alessandro Alleruzzo è il figlio del defunto boss Giuseppe Alleruzzo che negli anni ’70 e ’80 guidava il gruppo paternese di cosa nostra, al centro di numerose faide sanguinose e particolarmente cruente, articolazione territoriale della famiglia mafiosa Santapaola di Catania.
    omicidio nunziaalleruzzo
    L’arrestato è inoltre cugino di Santo Alleruzzo, cl. 1954, detto “a vipera” considerato reggente del clan fino al suo ultimo arresto avvenuto nell’ambito della operazione “Sotto Scacco” condotta da questa Direzione Distrettuale. Negli anni ’80 e ’90 gli omicidi si susseguivano tra le fazioni e lo stesso Giuseppe Alleruzzo, padre di Alessandro, subì il lutto dell’assassinio della moglie e del figlio, episodio che lo spinsero a collaborare con la giustizia.
    Il 25 marzo del 1998, militari del Nucleo Operativo della Compagnia di Paternò, a seguito di due telefonate anonime (in carcere, Santo Alleruzzo, aveva intimato ad Alessandro di far ritrovare il corpo della sorella per darle sepoltura), ritrovarono in un pozzo nelle campagne di Paternò nei pressi dell’abitazione di Giuseppe Alleruzzo, dei resti ossei di una donna, in particolare il teschio, dal quale fu riscontrata  la presenza di due fori causati da colpi di arma da fuoco.
    La vittima fu identificata in Nunzia Alleruzzo, scomparsa il 30 maggio del 1995 dopo esser stata vista dal figlio di 5 anni uscire di casa con il fratello Alessandro che sarebbe diventato il suo assassino. A svelare il mistero sullo morte della donna sono state le dichiarazioni di tre diversi collaboratori di giustizia – Bonomo Francesco, Caliò Antonino Giuseppe e Farina Orazio -, riscontrate reciprocamente, e comparate con le dichiarazioni rese dai familiari della vittima e dai riscontri in occasione del rinvenimento del cadavere.
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    Bonomo ha riferito di aver saputo da Giovanni Messina e da Caliò che l’omicidio di Nunzia Alleruzzo fosse stato commesso dal fratello Alessandro, per riscattare l’onore della famiglia violato dal fatto che la sorella aveva avuto numerose relazioni sentimentali con componenti del clan, abbandonando il marito. Questi particolari sono stati confermati proprio da Caliò il quale ha sostenuto di aver appreso dell’omicidio proprio da Alessandro Alleruzzo che gli aveva raccontato di aver ucciso la sorella, sporcandosi di sangue e terra per averla dovuta trascinare.
    Anche il collaboratore Farins ha confermato questa ricostruzione, aggiungendo che tra gli amanti di Nunzia Alleruzzo figurava anche Giovanni Messina, componente del gruppo, che aveva ucciso la madre e che pensava di uccidere lo stesso Alessandro. Ulteriori attività investigative, a seguito della riapertura delle indagini nel 2021 coordinate dalla D.D.A. di Catania ed eseguite dai Carabinieri di Paternò, hanno consentire di sentire a sommarie informazioni i familiari di Nunzia Alleruzzo, alcuni hanno tentato di ritrattare dichiarazioni precedentemente rese.
    Sono state inoltre disposte intercettazioni all’interno della cella della Casa Circondariale di Asti dove erano detenuti Giovanni Messina e Salvatore Assinata i quali, a seguito della pubblicazione di articoli di stampa il giorno 09.02.2021 sulla riapertura delle indagini, commentavano confermando l’ipotesi investigativa dell’omicidio in ambito familiare (“mi rissi…o iddi pavunu…e Alessandro è il mandante…ehh…ammazzau…ehh”). LEGGI TUTTO

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    Confessa l’omicidio della moglie il 54enne di Casapesenna

    Confessa l’omicidio della moglie il 54enne di Casapesenna
    Ha confessato il delitto Luigi Fontana, il 54enne di Casapesenna che ha ucciso sua moglie Carmela al culmine di una lite nata per motivi di gelosia nella loro abitazione ad Altopascio, in provincia di Lucca.
    Fontana è stato interrogato ieri dal pm Antonio Dello Iacono e dal gip Simone Silvestri nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca, dove si trova ricoverato e piantonato da venerdì scorso.
    L’uomo, assistito dall’avvocato Ilenia Vettori, ha risposto alle domande dei magistrati ed ha ammesso di aver ucciso la moglie al culmine di una lite nata per motivi di gelosia. Il gip ha convalidato il provvedimento di arresto e ha disposto la custodia cautelare in carcere di Luigi Fontana per l’ipotesi di reato di omicidio volontario. In considerazione del suo attuale grave stato di choc, tuttavia, è stato deciso di attendere che le sue condizioni di salute migliorino ulteriormente, prima di trasferirlo in carcere.
    Lunedì sono partite due raccolte di fondi, una attraverso il portale on line Eppela e l’altra invece direttamente nelle attività commerciali del paese LEGGI TUTTO

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    Fortuna Loffredo, il giudice sblocca il film: “Non è speculativo”

    Napoli. Il film ispirato alla drammatica storia della piccola Fortuna ‘non è speculativo’ e uscirà nelle sale cinematografiche: lo ha stabilito il giudice rigettando la richiesta dei genitori di bloccare il lungometraggio.
    “L’opera artistica, benche’ ispirata alla triste vicenda di Fortuna Loffredo, deve ritenersi priva di intento speculativo di sfruttamento dell’immagine o del trattamento dei dati personali… e incarna piuttosto la volonta’ dell’autore di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delicato dell’infanzia violata…”. Scrive il giudice monocratico di Napoli Valeria Rosetti che oggi ha rigettato l’istanza con la quale Pietro Loffredo e il suo avvocato, Angelo Pisani, hanno chiesto il blocco dell’uscita del lungometraggio “Fortuna – The giant and the girl”, diretto da Nicolangelo Gelormini, ispirato alla tragica storia di Fortuna Loffredo, figlia di Pietro Loffredo e Domenica Guardato, uccisa a 6 anni, il 24 giugno 2014, nel Parco Iacp di Caivano, in provincia di Napoli, dopo un tentativo di abuso sessuale al quale la piccola si era ribellata. Pietro Loffredo e’ stato condannato anche al pagamento delle ingenti spese di giudizio.
    Ieri, in aula, giorno dell’uscita del film nelle sale, davanti al giudice della prima sezione civile del Tribunale di Napoli si sono dati battaglia l’avvocato Pisani e i legali della Dazzle Communication, Indigo Film, Rai Cinema, I Wonder Pictures e del regista. Di tutt’altro avviso, rispetto alle motivazioni della sentenza, e’ l’avvocato Pisani che, nella sua istanza, si e’ appellato, tra l’altro, al rispetto del diritto all’oblio e della privacy: “Impugneremo la decisione – annuncia il legale – che infligge un ulteriore colpo alla famiglia Loffredo. Attendiamo di vedere come si pronunceranno la magistratura penale e il Garante della Privacy. Non si puo’ modellare la vita delle persone come si fa con il pongo, – conclude Pisani – oltretutto per interessi commerciali: non credo che questa sia arte, ma alterazione della realta’ per i propri interessi”.
    “La sentenza emanata stamattina sgombra il campo con estrema chiarezza da qualunque possibile ombra gettata su ‘Fortuna’, rigettando il ricorso presentato e condannando gli istanti a pagare le spese legali”, scrive in una nota Davide Azzolini di Dazzle Communication, che con Indigo Film e Rai Cinema produce la pellicola. “Rispettiamo profondamente il dolore dei genitori di Fortuna Loffredo e non possiamo nemmeno immaginare quanto hanno vissuto e sono costretti a vivere ogni giorno. E’ questo il motivo per il quale il nostro film ha sempre avuto come stella polare il rispetto assoluto della memoria di una bimba al cui martirio ci si può accostare solo con attenzione, rispetto e delicatezza: ciò che ha fatto Nicolangelo Gelormini che ha scelto di realizzare il suo primo lungometraggio ispirandosi a questa storia e realizzando un film pieno di poesia, come riconosciuto dalle recensioni italiani ed internazionali dei critici che lo hanno visto”, conclude Azzolini.
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    Gasolio di contrabbando tra Campania, Toscana e Liguria: cinque indagati

    “Contrabbando aggravato” di prodotti petroliferi e’ il principale capo di imputazione di cinque soggetti, a seguito del quale i funzionari del Reparto Antifrode dell’Ufficio delle Dogane e i militari del Gruppo della Guardia di Finanza di La Spezia hanno sequestrato preventivamente immobili e disponibilita’ finanziarie per oltre 240.000 euro; un importo pari all’illecito profitto derivante dall’evasione delle accise e dell’imposta sul valore aggiunto. Le indagini, iniziate nel 2019, hanno consentito di porre sotto sequestro 244.000 litri di gasolio, di individuare un totale di 24 spedizioni tra importazioni e transiti in contrabbando aggravato (per un totale di 64 containers) e accertare l’evasione di maggiori diritti di confine per oltre 243.000 euro. Le attivita’ illecite si sono sviluppate tra Bologna, Parma, Genova, Livorno, Lucca, Pisa, Teramo, Napoli e Caserta. L’intervento congiunto di ADM e della Guardia di Finanza ha consentito attraverso perquisizioni e acquisizioni documentali, di smascherare l’attivita’ fraudolenta e di individuare i responsabili nonche’ le societa’ fittiziamente interposte o appositamente costituite in Repubblica Ceca e Venezuela e intestate a prestanome.
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    L’indagine ha consentito di ricostruire con schiaccianti elementi probatori l’attivita’ illecita che ha prodotto sanzioni complessive per oltre 4 milioni di euro tra diritti doganali e di accise. Fondamentale l’apporto fornito dai Laboratori Chimici di ADM che hanno accertato che il prodotto dichiarato come “sgrassante” era in realta’ gasolio, ne e’ derivato un primo sequestro, operato nel porto di La Spezia, di un carico di oltre 40.000 litri di gasolio proveniente dal Venezuela e stivato in flexitank (all’interno di due containers).
    In altri otto containers sono stati individuati ulteriori 200.000 litri di gasolio con le medesime caratteristiche. Nelle more del procedimento finalizzato alla confisca, il gasolio sequestrato e’ stato assegnato in custodia giudiziale con facolta’ d’uso, per finalita’ addestrative, al Comando dei Vigili del Fuoco della Regione Toscana. LEGGI TUTTO

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    Fatture false, chiesto il processo per i genitori e la sorella di Matteo Renzi

    False fatturazioni per evadere le imposte: la Procura di Firenze chiede il processo per i genitori e la sorella del leader di Italia Viva Matteo Renzi.
    Le accuse contestate a Tiziano Renzi, a Laura Bovoli e Matilde Renzi sono dichiarazione fraudolenta con uso di fatture per operazioni parzialmente inesistenti e dichiarazione infedele dei redditi.
    Sono vicende legate alla società di famiglia Eventi 6 srl di Rignano sull’Arno. Per Tiziano Renzi viene chiesto il processo come amministratore di fatto, per la moglie Laura Bovoli come legale rappresentante della societa’. Matilde Renzi invece e’ coinvolta come legale rappresentante di Eventi 6 per l’anno 2018. L’udienza preliminare davanti al giudice si terrà il 20 maggio. Questo nuovo filone di indagine scaturisce da precedenti inchieste degli stessi pm fiorentini sulle società dei coniugi Renzi.
    Ai tre congiunti Renzi la Procura contesta, in concorso tra di loro l’articolo 2 del decreto legislativo n. 74/2000 che punisce chi “al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, indica in una delle dichiarazioni relative a dette imposte elementi passivi fittizi”. E’ contestato anche l’articolo 4 dello stesso decreto legislativo n. 74/2000 sui reati tributari che punisce chi “al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto indica in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi inesistenti”.
    Secondo la procura, come si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, “al fine di evadere le imposte su redditi e sul valore aggiunto”, avvalendosi di una serie di “fatture per operazioni oggettivamente in parte inesistenti”, indicavano nella dichiarazione relativa alla srl Eventi 6 per il periodo di imposta del 2017 “elementi passivi fittizi” per gli importi corrispondenti alle fatture contestate. Per i pubblici ministeri, nella dichiarazione relativa alla Eventi 6 per il periodo di imposta 2017 sarebbero stati indicati “elementi passivi fittizi per euro 986.715,00; imposta evasa euro 216.588,78”. Sarebbero così stato accertato dagli inquirenti “un ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, mediante indicazione di elementi passivi inesistenti superiore al 10% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione (29,75%)”.
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    Milioni di dollari dai conti di Gelli per finanziare la strage di Bologna

    Bologna. La strage di Bologna fu finanziata con i soldi che Licio Gelli sottrasse al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.
    In aula, nel processo che si sta celebrando a Bologna, è stato ricostruito il flusso finanziario che fu utilizzato dal ‘venerabile’ della P2 per pagare i terroristi neri che misero in atto l’attentato del 2 agosto del 1980 a Bologna nel quale morirono 85 persone.
    Quindici milioni di dollari sottratti dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e transitati sui conti di Licio Gelli, del suo prestanome e cassiere Marco Ceruti, e di Umberto Ortolani, furono utilizzati, in parte, per finanziare la strage. E’ questa la tesi della Procura generale di Bologna, impegnata nel nuovo processo sulla strage alla stazione, che oggi in aula ha analizzato, tramite la testimonianza del capitano della guardia di finanza, Cataldo Sgarangella, il flusso di denaro pari a circa 15 milioni di dollari documentati dal cosiddetto ‘Appunto Bologna’, trovato nel portafoglio di Gelli al momento del suo arresto a Ginevra nel settembre del 1982.
    L’operazione finanziaria, emersa dalla testimonianza di oggi, fu suddivisa in tre tranche, a partire dal febbraio del 1979. Una prima parte di 9,6 milioni di dollari transito’ su due conti correnti, denominati ‘Tortuga’ e ‘Bukada’, accesi all’Ubs di Ginevra, e formalmente intestati a Marco Ceruti. Poi altri 3,5 milioni di dollari furono incassati da Gelli e Ortolani a titolo di provvigione. E infine 1,9 milioni di dollari trattenuti da Gelli e depositati in una filiale dell’Ubs di Ginevra sul conto corrente 525779 X.S. – menzionato sul frontespizio dell’Appunto Bologna – per recuperare somme anticipate dal ‘Venerabile’ prima della distrazione dei 15 milioni.
    Confrontando le somme riportate nell’Appunto Bologna, con altri due documenti sequestrati il 17 marzo del 1981 a Castiglion Fibocchi, in provincia di Arezzo, nella villa di Gelli, gli investigatori hanno dedotto che da una parte del denaro – circa cinque milioni di dollari – venne preso il milione di dollari che, secondo gli inquirenti, fu consegnato da Gelli a Ceruti tra il 20 e 30 luglio 1980 e poi fini’ agli attentatori.
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    Nell’Appunto Bologna, per i Pg, sono riportate anche le cifre di 850mila dollari che andarono poi a Federico Umberto D’Amato (indicato come ‘Zaff’), ex capo dell’Ufficio Affari riservati del Viminale, e altri 20mila dollari al direttore del ‘Il Borghese’ e parlamentare dell’Msi Mario Tedeschi, considerati entrambi dagli inquirenti tra i mandanti, finanziatori e organizzatori della strage, insieme a Gelli e Ortolani. Tutti e quattro sono stati indagati, ma ovviamente non sono processabili perche’ deceduti. LEGGI TUTTO