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    Sparatoria a Ibiza: feriti due campani. Ricercato un italiano

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    Uno in gravi condizioni l’altro ferito a colpi di pistola ma vigile: è il tragico bilancio di una sparatoria avvenuta nella notte a Ibiza.
    I protagonisti sono tutti giovani di origine campane. Uno è ricercato perché si ritiene il responsabile della sparatoria avvenuta per futili motivi. La Guardia Civil spagnola infatti cerca un 33enne pure lui campane. Le lite sarebbe scoppiata per futili motivi la notte scorsa a Santa Eularia, ad Ibiza nel corso di una festa privata nella zona del Polígono de Ca Na Palava.
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    Il primo ragazzo ferito, ha 28 anni, ed è stato colpito da sei pallottole, alla testa ed alla gamba destra. E’ ricoverato al Policlinico di Ibiza dalle 3.50 del mattino con un arresto cardiaco ed è stato sottoposto in un intervento chirurgico durato sei ore. Non è in gravi condizioni l’altro ragazzo sempre campano di 35 anni rimasto ferito nella sparatoria: è ricoverato nell’ospedale Can Misses.
    Secondo una prima ricostruzione dei fatti fornita dalla Comandancia de Baleares, la sparatoria è scoppiata dopo che un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella villa privata dove si stava svolgendo una festa ed hanno aperto il fuoco. Poi si sono dati alla fuga.
    guardia civil
    Dalle prime indagini non e’ risultato chiaro se le persone coinvolte vivessero a Ibiza o siano turisti, tuttavia e’ stato riscontrato che la villa in cui si teneva la festa era stata affittata. Il 28enne rimasto gravemente ferito e’ l’organizzatore della festa, secondo, le prime indagini. Il 33enne ricercato avrebbe fatto irruzione nella festa, accompagnato da una o due persone, prima di aprire fuoco. Successivamente, gli assalitori si sono allontanati in auto. LEGGI TUTTO

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    Fortuna Loffredo, il giudice sblocca il film: “Non è speculativo”

    Napoli. Il film ispirato alla drammatica storia della piccola Fortuna ‘non è speculativo’ e uscirà nelle sale cinematografiche: lo ha stabilito il giudice rigettando la richiesta dei genitori di bloccare il lungometraggio.
    “L’opera artistica, benche’ ispirata alla triste vicenda di Fortuna Loffredo, deve ritenersi priva di intento speculativo di sfruttamento dell’immagine o del trattamento dei dati personali… e incarna piuttosto la volonta’ dell’autore di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delicato dell’infanzia violata…”. Scrive il giudice monocratico di Napoli Valeria Rosetti che oggi ha rigettato l’istanza con la quale Pietro Loffredo e il suo avvocato, Angelo Pisani, hanno chiesto il blocco dell’uscita del lungometraggio “Fortuna – The giant and the girl”, diretto da Nicolangelo Gelormini, ispirato alla tragica storia di Fortuna Loffredo, figlia di Pietro Loffredo e Domenica Guardato, uccisa a 6 anni, il 24 giugno 2014, nel Parco Iacp di Caivano, in provincia di Napoli, dopo un tentativo di abuso sessuale al quale la piccola si era ribellata. Pietro Loffredo e’ stato condannato anche al pagamento delle ingenti spese di giudizio.
    Ieri, in aula, giorno dell’uscita del film nelle sale, davanti al giudice della prima sezione civile del Tribunale di Napoli si sono dati battaglia l’avvocato Pisani e i legali della Dazzle Communication, Indigo Film, Rai Cinema, I Wonder Pictures e del regista. Di tutt’altro avviso, rispetto alle motivazioni della sentenza, e’ l’avvocato Pisani che, nella sua istanza, si e’ appellato, tra l’altro, al rispetto del diritto all’oblio e della privacy: “Impugneremo la decisione – annuncia il legale – che infligge un ulteriore colpo alla famiglia Loffredo. Attendiamo di vedere come si pronunceranno la magistratura penale e il Garante della Privacy. Non si puo’ modellare la vita delle persone come si fa con il pongo, – conclude Pisani – oltretutto per interessi commerciali: non credo che questa sia arte, ma alterazione della realta’ per i propri interessi”.
    “La sentenza emanata stamattina sgombra il campo con estrema chiarezza da qualunque possibile ombra gettata su ‘Fortuna’, rigettando il ricorso presentato e condannando gli istanti a pagare le spese legali”, scrive in una nota Davide Azzolini di Dazzle Communication, che con Indigo Film e Rai Cinema produce la pellicola. “Rispettiamo profondamente il dolore dei genitori di Fortuna Loffredo e non possiamo nemmeno immaginare quanto hanno vissuto e sono costretti a vivere ogni giorno. E’ questo il motivo per il quale il nostro film ha sempre avuto come stella polare il rispetto assoluto della memoria di una bimba al cui martirio ci si può accostare solo con attenzione, rispetto e delicatezza: ciò che ha fatto Nicolangelo Gelormini che ha scelto di realizzare il suo primo lungometraggio ispirandosi a questa storia e realizzando un film pieno di poesia, come riconosciuto dalle recensioni italiani ed internazionali dei critici che lo hanno visto”, conclude Azzolini.
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    Milioni di dollari dai conti di Gelli per finanziare la strage di Bologna

    Bologna. La strage di Bologna fu finanziata con i soldi che Licio Gelli sottrasse al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.
    In aula, nel processo che si sta celebrando a Bologna, è stato ricostruito il flusso finanziario che fu utilizzato dal ‘venerabile’ della P2 per pagare i terroristi neri che misero in atto l’attentato del 2 agosto del 1980 a Bologna nel quale morirono 85 persone.
    Quindici milioni di dollari sottratti dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e transitati sui conti di Licio Gelli, del suo prestanome e cassiere Marco Ceruti, e di Umberto Ortolani, furono utilizzati, in parte, per finanziare la strage. E’ questa la tesi della Procura generale di Bologna, impegnata nel nuovo processo sulla strage alla stazione, che oggi in aula ha analizzato, tramite la testimonianza del capitano della guardia di finanza, Cataldo Sgarangella, il flusso di denaro pari a circa 15 milioni di dollari documentati dal cosiddetto ‘Appunto Bologna’, trovato nel portafoglio di Gelli al momento del suo arresto a Ginevra nel settembre del 1982.
    L’operazione finanziaria, emersa dalla testimonianza di oggi, fu suddivisa in tre tranche, a partire dal febbraio del 1979. Una prima parte di 9,6 milioni di dollari transito’ su due conti correnti, denominati ‘Tortuga’ e ‘Bukada’, accesi all’Ubs di Ginevra, e formalmente intestati a Marco Ceruti. Poi altri 3,5 milioni di dollari furono incassati da Gelli e Ortolani a titolo di provvigione. E infine 1,9 milioni di dollari trattenuti da Gelli e depositati in una filiale dell’Ubs di Ginevra sul conto corrente 525779 X.S. – menzionato sul frontespizio dell’Appunto Bologna – per recuperare somme anticipate dal ‘Venerabile’ prima della distrazione dei 15 milioni.
    Confrontando le somme riportate nell’Appunto Bologna, con altri due documenti sequestrati il 17 marzo del 1981 a Castiglion Fibocchi, in provincia di Arezzo, nella villa di Gelli, gli investigatori hanno dedotto che da una parte del denaro – circa cinque milioni di dollari – venne preso il milione di dollari che, secondo gli inquirenti, fu consegnato da Gelli a Ceruti tra il 20 e 30 luglio 1980 e poi fini’ agli attentatori.
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    Nell’Appunto Bologna, per i Pg, sono riportate anche le cifre di 850mila dollari che andarono poi a Federico Umberto D’Amato (indicato come ‘Zaff’), ex capo dell’Ufficio Affari riservati del Viminale, e altri 20mila dollari al direttore del ‘Il Borghese’ e parlamentare dell’Msi Mario Tedeschi, considerati entrambi dagli inquirenti tra i mandanti, finanziatori e organizzatori della strage, insieme a Gelli e Ortolani. Tutti e quattro sono stati indagati, ma ovviamente non sono processabili perche’ deceduti. LEGGI TUTTO

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    Messaggi choc di Arianna prima del suicidio, i giudici: “L’ex la portò alla disperazione”

    Napoli. Una disperazione indotta dai continui maltrattamenti, dalle vessazioni e dai tentativi di estorsione: così Arianna Flagiello si lanciò nel vuoto, sei anni fa.
    Il suicidio della 33enne, deceduta il 19 agosto del 2015 dopo essersi lanciata nel vuoto dalla propria abitazione nel quartiere Vomero di Napoli, e’ frutto delle “condotte di maltrattamento” e non e’ “attribuibile a una causa autonoma…” un gesto “…in concreto prevedibile”. Lo sostiene nelle motivazioni depositate in questi giorni la Corte di Appello di Napoli (V sezione penale, presidente Rosa Romano) che lo scorso 29 marzo ha condannato a 19 anni di carcere Mario Perrotta, l’ex fidanzato di Arianna la quale si e’ tolta la vita, secondo i giudici di secondo grado, a causa della “intollerabile disperazione conseguita alle condotte maltrattanti del compagno”.
    Secondo la Corte di Appello di Napoli Perrotta era pienamente consapevole “della condizione di estrema fragilita’ e di vero terrore in cui aveva ridotto Arianna con le condotte gravemente maltrattanti di cui l’aveva fatta oggetto…”, portate avanti “…con assoluta insensibilita’, anche nell’ultimo giorno di vita della compagna… anche a fronte del disperato invito di lei a smetterla altrimenti si sarebbe tolta la vita”.
    Nelle motivazioni, oltre alle testimonianze di alcuni amici che parlano di uno stato di assoggettamento da parte di Arianna nei confronti di Mario, di un rapporto “malsano”, viene incluso anche un messaggio risalente al 17 agosto 2015, inviato dalla vittima all’ex (“vita mia… ti supplico, no… ti prego… amo’ (amore, ndr) sto tremando e non riesco ad accucchiare (a mettere insieme, ndr) nulla… ti prego…”). Perrotta e’ stato ritenuto colpevole di istigazione al suicidio e maltrattamenti, con l’aggravante della morte, e di tentata estorsione. In primo grado Perrotta era stato condannato a 22 anni di reclusione.

    Perrotta, come è emerso dalle indagini, vessava da tempo Arianna e la obbligava a dargli continuamente denaro che poi regalava ai propri familiari. In primo grado Perrotta, difeso dagli avvocati Sergio Pisani e Vanni Cerino, era stato condannato a 22 anni e arrestato in aula, salvo poi essere scarcerato dal Riesame nelle settimane successive.
    Nel processo di Appello, il sostituto procuratore generale Giovanni Cilenti aveva chiesto 24 anni di carcere dopo aver ricostruito, nella requisitoria, i rapporti tra Mario Perrotta e Arianna Flagiello, e avere letto i messaggi pieni di violenza che l’uomo le mandava, estrapolati dal telefono della vittima. 
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    Omicidio Cucchi, condanna in Appello e pene più severe per i due carabinieri

    Roma. Condanna bis per omicidio preterintenzionale per i due carabinieri che pestarono Stefano Cucchi.
    La Corte d’assise d’appello di Roma ha condannato a 13 anni di reclusione i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro per omicidio preterintenzionale in relazione al pestaggio subito da Stefano Cucchi la sera del 15 ottobre del 2009 quando dopo l’arresto fu portato nella caserma della compagnia Casilina. I due militari dell’Arma, in primo grado, erano stati condannati a 12 anni di carcere. La Corte d’assise d’appello di Roma ha quindi accolto per gran parte le richieste del pg Roberto Cavallone, che aveva chiesto 13 anni per Di Bernardo e D’Alessandro, 4 anni e 6 mesi per Mandolini e l’assoluzione per Tedesco. Stefano Ccucchi mori’ il 22 ottobre 2009 all’ospedale Pertini di Roma, dove era in custodia cautelare, in seguito alle percosse subite da Di Bernardo e D’Alessandro nella camera di sicurezza della Compagnia Casilina nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2019, poche ore dopo il suo arresto.Quattro anni di carcere la pena attribuita al maresciallo Roberto Mandolini (comandante della stazione Appia dove venne portato Cucchi dopo il pestaggio) per la compilazione del falso verbale di arresto del 31enne romano.
    Confermata, sempre per falso, la condanna a due anni e mezzo del carabiniere Francesco Tedesco che in primo grado era stato scagionato dall’omicidio preterintenzionale.
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    “Il mio pensiero va ai miei genitori e a Stefano. Mio padre e mia madre non possono esser con noi per il caro prezzo che hanno pagato in questi anni”. Così Ilaria Cucchi dopo la sentenza di condanna in appello dei carabinieri responsabili del pestaggio di Stefano Cucchi, che ha riconosciuto il reato di omicidio preterintenzionale.L’avvocato Fabio Anselmo, legale di Ilaria, ha rivolto un pensiero di gratitudine all’ex procuratore Giuseppe Pignatone, all’attuale Michele Prestipino e al pm Giovanni Musarò: “Dopo tante umiliazioni è per merito loro che siamo qui, e anche per merito nostro. La giustizia funziona con magistrati seri, capaci e onesti. Non servono riforme”.“La mamma di Stefano, la signora Rita Calore, ha pianto non appena ha saputo della sentenza. L’ho sentita al telefono. E’ un momento di grande commozione. Dopo 12 anni la lotta non è ancora finita. Siamo comunque pienamente soddisfatti della decisione di oggi della corte d’appello”. Lo afferma l’avvocato Stefano Maccioni, parte civile nel processo, e legale dei genitori di Stefano Cucchi, dopo la sentenza di appello. LEGGI TUTTO

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    No all’ergastolo ostativo, in lizza per i ‘premi’ i capiclan Cesarano, Gallo, Schiavone e Di Lauro

    🔊 Ascolta la notizia Gli ergastolani non collaboranti potranno accedere ai benefici penitenziari: permessi premio e domiciliari. Lo stop all’ergastolo ostativo, dichiarato dalla consulta della Corte Costituzionale – su orientamento della Corte Europea – ha già aperto lo scontro istituzionale sull’attenuazione delle misure carcerarie, in particolare il 41bis, per boss e brigatisti mai pentiti. Il […] LEGGI TUTTO

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    Strage dei Georgofili, caccia ai mandanti occulti: perquisito un sindaco

    🔊 Ascolta la notizia Firenze. Sopralluoghi, perquisizioni e testimonianze per identificare i mandanti occulti della strage mafiosa del 27 maggio del 1993 in via dei Georgofili a Firenze. Perquisizione della Dia in Piemonte sul Lago d’Orta a casa di un sindaco (non indagato) di un piccolo comune e il primo aprile i magistrati hanno interrogato […] LEGGI TUTTO

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    Condotta antisindacale, il Tribunale di Latina condanna Pam Panorama

    “In un contesto in cui Pam Panorama ha annunciato di chiudere il punto vendita di Latina a partire dal 1° ottobre 2021, un’altra tegola si abbatte su un’Azienda che ha completamente cambiato pelle, in negativo purtroppo.
    Infatti, in riferimento al ricorso per condotta antisindacale proposto dalla Filcams Cgil di Frosinone-Latina, Fisascat-Cisl Latina, Uiltucs-Uil di Latina, in persona dei Segretari Generali Giovanni Gioia, Claudia Baroncini e Gianfranco Cartisano, tutti rappresentati e difesi dagli Avv. Pietro Libertini, Avv.Emilia Menditto ed Avv. Luigi Cerchione, il giudice ha ritenuto la condotta tenuta dalla Società Pam Panorama Spa, assolutamente antisindacale.
    In particolare il giudice ha ritenuto lesivo dell’esercizio della libertà sindacale, la sostituzione illegittima dei dipendenti scioperanti con altri dipendenti addirittura chiamati da altri punti vendita lontani molti km e addirittura inquadrati ad uno o due livelli superiori rispetto a quelli dei lavoratori sostituiti. Tale condotta lede la libertà sindacale e il diritto di sciopero e l’interesse collettivo tutelato dal sindacato.
    Inoltre risulta particolarmente deplorevole la condotta tenuta da Pam Panorama perché gli scioperi sono stati proclamati dalle OO.SS. proprio per tutelare i tanti dipendenti del punto vendita di Latina che sono stati costretti illegittimamente a subire la collocazione in cassa integrazione attraverso criteri di scelta assolutamente discrezionali e in spregio di quanto previsto dalla normativa vigente in materia di CIGO Covid 19.
    Le Organizzazioni Sindacali di categoria nell’esprimere un sentito ringraziamento ai legali che hanno condotto egregiamente la vertenza in tribunale e i lavoratori per aver convintamente sostenuto le azioni di lotta sindacali, continueranno a protestare con una convinzione di legittimità in più dopo tale sentenza, fino a che non verranno riconosciuti i diritti dei lavoratori calpestati dall’Azienda Pam Panorama”.
    A darne notizia, in una nota congiunta, la Filcams Cgil di Frosinone-Latina, la Fisascat-Cisl e la Uiltucs-Uil di Latina.

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    Delitto Garlasco, nessuna revisione del processo per Alberto Stasi

    🔊 Ascolta la notizia La Cassazione ha respinto la richiesta di revisione del processo presenta da Alberto Stasi, condannato a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi. “Si tratta di argomentazioni infondate e, comunque adeguatamente contrastate dall’ordinanza” con la quale la Corte di Appello di Brescia, lo scorso due ottobre, ha respinto la richiesta di […] LEGGI TUTTO

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    Carceri: cade il divieto dei domiciliari per gli over 70 recidivi

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    Carceri: cade il divieto dei domiciliari per gli over 70 recidivi
    Gli ultrasettantenni condannati a una pena detentiva potranno essere ammessi alla detenzione domiciliare anche se dichiarati recidivi: con una sentenza odierna della Corte costituzionale cade infatti la preclusione assoluta stabilita nei loro confronti dall’ordinamento penitenziario. Sara’ compito della magistratura di sorveglianza valutare caso per caso se il condannato sia in concreto meritevole di accedere a questa particolare misura alternativa alla detenzione, tenuto conto anche della sua eventuale residua pericolosita’ sociale.
    Con la sentenza di oggi (scritta dal giudice Francesco Vigano’), la Consulta ha dichiarato incostituzionale il divieto assoluto di accedere alla detenzione domiciliare stabilito per gli ultrasettantenni condannati con l’aggravante della recidiva, in base a quanto articolo 47-ter, primo comma, della legge sull’ordinamento penitenziario. I ‘giudici delle leggi’ ricordano che “la detenzione domiciliare per gli ultrasettantenni e’ ispirata al principio di umanita’ della pena, sancito dall’articolo 27 della Costituzione”.
    La misura, spiega Palazzo della Consulta, si fonda su una duplice presunzione: da un lato, il legislatore presume una “generale diminuzione della pericolosita’ sociale del condannato anziano, che quindi puo’ di regola essere contenuta adeguatamente imponendogli la permanenza nel domicilio, secondo le prescrizioni del giudice e con i dovuti controlli”, dall’altro, “appare verosimile” che “il carico di sofferenza associato alla permanenza in carcere cresca con l’avanzare dell’eta’, e con il conseguente sempre maggiore bisogno, da parte del condannato, di cura e assistenza personalizzate, che difficilmente gli possono essere assicurate in un contesto intramurario, caratterizzato dalla forzata convivenza con un gran numero di altri detenuti di ogni eta’”.Trending:Infortunio alla mano per Ospina: salta le prossime gare
    Per questo, la Corte ha evidenziato “l’anomalia” della disposizione esaminata, che e’ l’unica, nell’intero ordinamento penitenziario, che fa discendere conseguenze radicalmente preclusive di una misura alternativa a carico di chi sia stato condannato con l’aggravante della recidiva. In tale quadro, e’ vero che il riconoscimento della recidiva non discende “automaticamente” dalla circostanza che l’imputato sia gia’ stato condannato per un precedente reato, ma comporta un “giudizio individualizzato” di maggiore colpevolezza e pericolosita’ del reo, ma la Corte ha osservato che tale giudizio “e’ formulato unicamente ai fini della quantificazione della pena da infliggere”, e dunque “non e’ ne’ attuale ne’ specifico rispetto alle ragioni che potrebbero giustificare l’esecuzione della pena in detenzione domiciliare”.
    Tra queste ragioni spiccano, in particolare, “i cambiamenti avvenuti nella persona del reo, e l’eventuale percorso rieducativo in ipotesi gia’ intrapreso” dal condannato dopo la sentenza, compreso il tempo gia’ trascorso in carcere, nonche’ la maggiore sofferenza determinata dalla detenzione su una persona di eta’ avanzata. La preclusione assoluta stabilita dalla norma e’ stata pertanto ritenuta “irragionevole” dai giudici costituzionali, “anche in rapporto ai principi di rieducazione e umanita’ della pena”, in linea con la giurisprudenza che considera contrarie agli articoli 3 e 27, terzo comma, della Costituzione le preclusioni assolute all’accesso ai benefici penitenziari e alle misure alternative alla detenzione. LEGGI TUTTO

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    Processo bis ‘Mondo di mezzo’ : 12 anni Buzzi e 10 a Carminati

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    I giudici della prima corte d’Appello hanno condannato a 10 anni di carcere l’ex Nar, Massimo Carminati e a 12 anni e 10 mesi, Salvatore Buzzi aumentando di circa due mesi la richiesta del pg, l’ex ras delle coop.

    I giudici, al termine di una camera di consiglio durata oltre quattro ore, hanno disposto una ventina di condanne nel procedimento nato dalla decisione della Cassazione che, nell’ottobre del 2019, ha fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa riconoscendo pero’ l’esistenza di due organizzazioni criminali distinte dedite anche alla corruzione di pubblici funzionari e amministratori locali. La Suprema corte ha quindi rimandato gli atti a piazzale Clodio per il riconteggio delle pene.

    Nel primo processo di appello, nel settembre del 2018, Carminati era stato condannato a 14 anni e mezzo e Buzzi a 18 anni e 4 mesi col riconoscimento per entrambi dell’aggravante di mafia. Tredici imputati hanno ottenuto di concordare la pena. Tra loro l’ex consigliere regionale Luca Gramazio per una pena definitiva a 5 anni e 6 mesi, per Franco Panzironi 3 anni e 6 mesi. Per Riccardo Brugia 6 anni mentre per Fabrizio Franco Testa 5 anni e 6 mesi, Matteo Calvio 5 anni e 7 mesi, Paolo di Ninno 3 anni 8 mesi e 10 giorni, Alessandra Garrone (moglie di Buzzi) 2 anni 9 mesi e 10 giorni, Claudio Caldarelli 4 anni e 5 mesi. Assolti, invece, Angelo Scozzafava e Antonio Esposito. Alla lettura della sentenza era presente la sindaca Virginia Raggi.

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    Sarno, incidente sul lavoro: morto operaio, donati gli organi

    Carminati e Buzzi sono tornati liberi la scorsa primavera per decorrenza termini. L’ex Nar e’ stato scarcerato dopo avere svolto 5 anni e 7 mesi di detenzione preventiva una parte della quale, fino al luglio del 2017, in regime di 41 bis, il carcere duro. Al momento nei confronti di Carminati non sono arrivati nuovi provvedimenti restrittivi da parte della Corte d’Appello o della Procura ed e’ stato disposto l’obbligo di dimora. LEGGI TUTTO

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    Processo Cerciello, i legali della famiglia: ‘Omicidio spietato e crudele’

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    “Il delitto di Mario Cerciello e’ stato spietato e crudele. Lui era un carabiniere che operava con delicatezza ed e’ stato ucciso in servizio mentre faceva il suo lavoro.

    Lo ha detto l’avvocato Massimo Ferrandino, legale di parte civile per conto di Rosa Esilio, vedova Cerciello, nel processo in corte d’assise che vede imputati gli americani Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder per il delitto del 26 luglio del 2019. Il legale poi ha aggiunto: “E’ morto dissanguato tra atroci dolori, con undici coltellate fino alla fine, fino alla colonna vertebrale. Non possiamo e non dobbiamo accettare la storiella dei due ragazzi indifesi che erano impauriti dalla mafia italiana: non sono due ragazzi ma due imputati di un gravissimo omicidio. In Italia se non si viene con un intento criminale non si porta un’arma da guerra”.

    “Quello tra Mario e sua moglie – ha ricordato il penalista – era un amore viscerale ma le mani insaguinate di Elder lo hanno sottratto a Rosa Maria che purtroppo portera’ su di se’ tutte le ferite del marito. Il coltello  era visibilissimo, c’e’ un frame nel quale viene ripreso Elder all’uscita dell’ascensore assieme a Natale. Il coltello si vedeva non lo vedeva solo chi non voleva vederlo. Elder ha agito con crudelta’ e destrezza, non vedo giustificazioni, nessuna clemenza”. Alla fine dell’intervento del difensore di parte civile, la vedova Cerciello ha lasciato in lacrime l’aula Occorsio dove e’ in corso il processo.

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    GLI AVVOCATI: ‘GLI IMPUTATI NON SONO CREDIBILI’
    Tre giorni fa, la procura ha chiesto alla corte di condannare all’ergastolo i due imputati. Per l’avvocato Ester Molinaro, che rappresenta gli interessi di Paolo, fratello di Mario Cerciello, “la ricostruzione della vicenda fatta dagli imputati non e’ affatto credibile. Cerciello aveva il tesserino e si e’ qualificato. Cosi’ come non e’ credibile Elder quando dice che nella colluttazione si e’ solo difeso. Parlano per lui le ferite a morte riportate da Cerciello.
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    La capacita’ di intendere e di voler dell’imputato – ha proseguito la penalista – e’ chiara. Si e’ tentato di percorrere la strada del cortocircuito, ma Elder nella sua lucidita’ non si e’ portato il coltello a Trastevere, se lo e’ portato all’appuntamento a due passi dall’hotel dove poi e’ fuggito. Dopo il delitto lui e’ andato a dormire. Da parte sua non c’e’ stato alcun pentimento, il suo silenzio sul perdono e’ stato assordante, non l’ha mai chiesto”. LEGGI TUTTO