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    Camorra, pentito dei Casalesi condannato a 7 anni per estorsione

    Tammaro Scarano, 36enne collaboratore di giustizia del clan casertano dei Mazzara di Cesa, alleato dei Casalesi, è stato condannato ad una pena di 7 anni e due mesi di carcere per una serie di estorsioni commesse ai danni di imprenditori locali.
    La sentenza è stata emessa al termine del giudizio abbreviato dal Gup del Tribunale di Napoli. I fatti risalgono agli anni 2007 e 2008, quando una serie di commercianti, impeditori del settore edile, rimasero vittime di richieste estorsive.
    Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e le dichiarazioni auto-accusanti di Scarano (difeso da Patrizia Sebastianelli), hanno permesso di ricostruire una decina di episodi di estorsioni consumate e tentate.
    Gli stessi imprenditori, dopo aver anche denunciato i fatti, si sono costituiti parte civile nel processo a carico di Scarano, tramite l’avvocato Vincenzo Guida, ottenendo la condanna al risarcimento dei danni. LEGGI TUTTO

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    Ucciso e carbonizzato dalla camorra nel 2010: tutti assolti

    Ucciso dalla camorra nel 2010 e trovato semicarbonizzato: pentiti non credibili, dopo 12 anni nessun colpevole in 2 assolti per l’omicidio di camorra. Assoluzione bis per Nicola Di Martino e Carmine Lanzetta, accusati dell’omicidio di Salvatore Ricciardi, ucciso dalla camorra nel 2010 e trovato semicarbonizzato nelle campagne di Carinaro.La Quinta sezione della Corte di Assise d’Appello di Napoli ha confermato la formula assolutoria nei confronti dei due imputati dopo quella in primo grado della Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere risalente al 2017.
    Il processo bis si è svolto dopo che la Corte di Cassazione aveva accolto il ricorso presentato dalla Procura dopo che la Corte d’Appello di Napoli aveva dichiarato inammissibile, per tardività, il ricorso contro l’assoluzione in primo grado. Per gli ermellini, i giudici partenopei avrebbero fatto decorrere i 45 giorni per presentare il ricorso dalla data di comunicazione dell’avviso di deposito della sentenza da parte dei giudici sammaritani, il 1° giugno, e non dal giorno successivo.
    Il termine per presentare ricorso, dunque, sarebbe scaduto il 16 luglio, prorogato al 17 in quanto cadente di domenica. E proprio in quella data il Pubblico Ministero depositò il ricorso, quindi nei termini. La Corte di Cassazione dispose così la trasmissione degli atti alla Corte d’Assise d’Appello di Napoli per la trattazione del processo.
    A seguito del rinnovo dell’istruttoria sono stati escussi i collaboratori Nicola Schiavone, Francesco Barbato e Mario Iavarazzo che hanno riferito “de relato” sull’efferato omicidio ma nessuno era tra i partecipi. Dichiarazioni che sono apparse discordanti così come non hanno trovato riscontro le dichiarazioni di Salvatore Laiso e Angelo Compagnone già escussioni primo grado.
    L’unico filo conduttore delle parole dei pentiti è stato il livore per lotte interne con le relative spedizioni punitive per chi non rimpinguasse più le casse del clan ma non sufficienti a ricondurre l’omicidio di Salvatore Ricciardi a Nicola Di Martino e Carmine Lanzetta.
    Secondo la Dda, Ricciardi fu ucciso per un’estorsione a Carinaro, comune controllato da Di Martino, alias “Nicola 23”, ritenuto elemento del clan guidato da Nicola Schiavone, figlio primogenito del capoclan Francesco Sandokan, oggi collaboratore di giustizia.
    Ricciardi è stato ucciso tra le 20.30 e le 21.30 del 18 marzo 2010, orario in cui il segnale del cellulare di Lanzetta sarebbe stato captato proprio nei pressi del luogo dell’omicidio (circostanza poi smentita durante il processo a Santa Maria Capua Vetere).
    La corte di Assise di Santa Maria non aveva giudicato attendibili le dichiarazioni di pentiti del clan dei Casalesi, tra cui Salvatore Laiso di Trentola Ducenta, Roberto Vargas e Antonio Iovine, ex boss di San Cipriano d’Aversa, che avevano indicato in Lanzetta e Di Martino i responsabili del delitto. Contraddizioni che hanno continuato ad emergere fino alla seconda assoluzione per Di Martino e Lanzetta.

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    Casalesi, si costituisce uno dei ricercati irreperibili

    Si è costituito, presso la compagnia carabinieri di Aversa, Giuseppe Spada, alias o’ zingaro, assistito dal suo legale, l’avvocato Tammaro Diana.
    L’uomo è destinatario di una misura cautelare in carcere a firma del gip Vera Iaselli del Tribunale di Napoli nell’ambito dell’indagine della Dda sulla riorganizzazione del clan dei Casalesi in particolare della fazione Schiavone e Bidognetti.
    Spada si era trasferito in Svizzera e perciò irreperibile al momento dell’esecuzione delle 37 misure cautelari per ben 45 indagati. Altri 5 indagati risultano essere irreperibili.
    Nell’arco di oltre tre anni di investigazioni, è stata accertata l’operatività delle fazioni documentando una pluralità di reati fine che sarebbe stata posta in essere da soggetti riferibili al consesso criminale casalese , che, a oggi, conserverebbe una struttura piramidale ben definita.

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    Camorra, il boss convocava gli imprenditori per gli appalti pubblici

    Nell’ambito di un’indagine coordinata della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, personale della Direzione Investigativa Antimafia, articolazione del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, nella mattinata odierna ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dall’Ufficio G.I.P. del Tribunale di Napoli a carico di Nicola Schiavone di 44 anni, nipote del boss Francesco Schiavone, Sandokan, e Alessandro Ucciero di 52.
    Entrambe gravemente indiziati dei reati di associazione di tipo mafioso, fittizia intestazione di beni, riciclaggio ed autoriciclaggio, questi ultimi aggravati dalla finalità e modalità mafiose.
    Il provvedimento, frutto delle attività d’indagine coordinate dalla D.D.A di Napoli, è indice dell’attività del clan dei casalesi nella gestione degli appalti pubblici, di cui uno dei soggetti colpiti dalla misura della custodia cautelare in carcere, è lo storico referente.
    Questi, tra l’altro, pubblicizzò attraverso una telefonata anonima alla stampa, il suo ritorno sul territorio casertano dopo la sua scarcerazione, avvenuta nel 2019.
    Il predetto a seguito della scarcerazione, “convocava” vari imprenditori considerati tutti, a vario titolo, soggetti che beneficiavano di un accordo economico criminale con il clan, ottenendo forniture di materiali edili o esecuzione di appalti pubblici, oppure soggetti che avevano usufruito di somme di denaro consegnate in passato e delle quali richiedeva la restituzione.
    Inoltre, le attività investigative hanno consentito di accertare la riconducibilità in capo all’indagato di una società attiva nel settore degli appalti pubblici che egli aveva fittiziamente intestato ad un prestanome pure colpito dalla misura cautelare.
    La società costituita si occupava di lavori edili con la pubblica amministrazione mediante contratti di avvalimento non avendo attestazioni SOA, essendo l’azienda di nuova costituzione.

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    Marcianise, l’ex sindaco Velardi di nuovo davanti al gip

    Nuova udienza preliminare per l’ex sindaco di Marcianise, Antonello Velardi, che dovrà comparire il 26 gennaio 2023 davanti al Gup di Santa Maria Capua Vetere Giovanni Mercone per difendersi dalle accuse di falso ideologico e materiale finalizzati alla truffa aggravata perché commessa ai danni di un ente pubblico (il Comune).
    Velardi era già comparso davanti al giudice per l’udienza preliminare nei mesi scorsi, ma il sei ottobre la sua posizione era stata stralciata rispetto a quella del coimputato Onofrio Tartaglione (ex segretario comunale di Marcianise), che era stato invece rinviato a giudizio per gli stessi reati di Velardi.
    Il gup aveva preso atto che al difensore di Velardi non era stato notificato l’avviso di conclusione indagini, e così si è tornati alla fase precedente, con la Procura che ha dovuto notificare un nuovo avviso di chiusura dell’inchiesta e il gup che ha fissato una seconda udienza preliminare solo per Velardi.
    I fatti sono relativi al primo mandato da sindaco di Velardi (2016-2019), e riguardano i permessi retribuiti, pari a circa 15mila euro, che Velardi ha ricevuto dal Comune per essersi assentato dal quotidiano Il Mattino, di cui in quel periodo era caporedattore centrale; Velardi è stato poi licenziato per giusta causa dal quotidiano napoletano nel novembre 2020. Per la Procura – sostituto Gerardina Cozzolino – i permessi di cui Velardi avrebbe usufruito attesterebbero fatti non veri, cioè che Velardi era presente in giunta per cui non poteva recarsi al quotidiano.
    Per l’ufficio inquirente, Velardi non avrebbe preso parte alle riunioni dell’esecutivo oggetto dell’indagine, e inoltre per il pm sarebbero state falsificate dal segretario comunale Onofrio Tartaglione le delibere successive alle riunioni di giunta che davano atto della presenza di Velardi. All’udienza preliminare si è costituito come parte civile il Comune di Marcianise.

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    Sparanise, arrestato e processato per concussione: assolto il sindaco

    Sparanise, arrestato e processato per concussione: assolto il sindacoSalvatore Martiello è stato assolto dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere perché il fatto non sussisteIl sindaco di Sparanise, Salvatore Martiello è stato assolto dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, insieme alla segretaria comunale Daniela Rocco, dall’accusa di concussione per l’organizzazione degli eventi natalizi del 2017-2018.
    Secondo la Procura era stata affidata a ditte amiche del sindaco togliendola alla Pro Loco, era risultata la prima affidataria, e il cui presidente Gennaro Giaccio aveva poi denunciato il fatto mettendo nei guai il sindaco.
    Le contestazioni durante il dibattimento sono state però smontate in particolare dalla difesa di Martiello (assistito da Angelo Raucci), tanto che lo stesso pubblico ministero ha chiesto l’assoluzione dei due imputati, impostazione poi condivisa dal collegio presieduto da Giovanni Caparco, che ha assolto Martiello e la Rocco con formula piena, “perché il fatto non sussiste”, ritenendo dunque Giaccio non attendibile.
    “Ho fatto bene a non dimettermi – dice Martiello – nonostante la gogna mediatica di cui sono stato vittima”. Martiello e la Rocco (difesa da Massimo Garofalo) erano stati accusati da Giaccio, che a carabinieri e Procura aveva denunciato di essere stato estromesso dall’organizzazione degli eventi dopo essersi aggiudicato un bando di gara da 16mila euro indetto dal Comune.
    Ma i difensori degli imputati hanno fatto notare, producendo documentazione ad hoc, che quella indetta dal Comune di Sparanise non era una gara di appalto, ma una manifestazione di interesse “aperta”, nel senso che il Comune, come peraltro attestato da una delibera di giunta (la 160) prodotta dalla difesa, non aveva vincoli particolari, e anche un eventuale affidamento deciso dalla Commissione comunale, come era avvenuto per la Pro Loco, era sottoposto poi ad un controllo sulla spesa.
    Dal dibattimento è emerso che Giaccio aveva previsto per gli eventi, in relazione ad aspetti particolari come le luminarie, spese maggiori rispetto a quelle dell’anno precedente, così l’ente comunale ha deciso di rivolgersi ad altre ditte.

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    Caso Angela Iannotta, arriva la proroga indagini

    Indagini prorogate di sei mesi per i due presunti casi di malasanità che hanno coinvolto due pazienti del Casertano operati allo stomaco dal chirurgo bariatrico Stefano Cristiano, ovvero il 69enne Francesco Di Vilio, deceduto il primo gennaio scorso al Cardarelli, e la 29enne Angela Iannotta.La giovane mamma della provincia di Caserta oggi a casa con gravi ripercussioni psico-fisiche dopo oltre sei mesi di ricovero, tra gennaio e fine giugno, negli ospedali di Caserta e al Policlinico di Napoli, e tre operazioni salvavita, l’ultima nel presidio napoletano il 13 giugno scorso, dove l’ha operata uno dei luminari della chirurgia italiana, Franco Corcione.
    La Iannotta si era rivolta a Cristiano per dimagrire, mentre Di VIlio aveva un carcinoma allo stomaco. Per entrambi i casi, la Procura di Santa Maria Capua Vetere – sostituto Valentina Santoro – ha chiesto e ottenuto dal Gip la prosecuzione delle indagini preliminari, che possono durare, proroghe comprese, al massimo diciotto mesi.
    Figura centrale dell’inchiesta è il chirurgo bariatrico napoletano Stefano Cristiano (indagato con due medici collaboratori), che operò sia Di Vilio che la Iannotta con il by-pass gastrico alla clinica del Sole di Caserta, struttura privata convenzionata anch’essa oggetto di accertamenti per quanto concerne il rispetto della normativa per svolgere operazioni così invasive come quelle realizzate da Cristiano.
    In entrambi i casi i pazienti ebbero delle setticemie provocate, secondo la Procura e i legali di Di Vilio e della Iannotta (gli avvocati Raffaele e Gaetano Crisileo), proprio dall’operazione allo stomaco. Sta di fatto che dopo gli interventi di Cristiano, Di Vilio, trasferito al Cardarelli, morì tra atroci sofferenze, mentre la Iannotta finì in fin di vita all’ospedale di Caserta, dove è stata salvata ma alcuni organi interni sono rimasti irrimediabilmente compromessi.
    Intanto al tribunale di Nola sta per finire il processo per un altro presunto caso di malasanità legato alla morte del 29enne Nicola Arcella, per cui Cristiano è imputato con il collaboratore Carlo Casillo.

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    Latitante dopo colpo da 300mila euro: arrestato a Castel Volturno

    Latitante dopo colpo da 300mila euro: arrestato a Castel Volturno. Il 33enne Mirko Sejdovic Gorovic era latitante dal 2107: stanato a casa della suocera
    I Carabinieri della sezione operativa della compagnia di Giugliano in Campania hanno localizzato e arrestato il latitante Mirko Sejdovic Gorovic, classe ’89 già noto alle forze dell’ordine.
    L’uomo, con precedenti per furto e ricettazione tra il 2011 e il 2014, è stato arrestato nel 2015 a Cuneo per un furto in concorso in una gioielleria per un bottino di quasi 300mila euro. Sottoposto agli arresti domiciliari è poi evaso alla fine del 2016 con un decreto di latitanza emesso dal Tribunale di Cuneo che pendeva sulla sua testa dal 2017. Il 33enne era sparito ma il suo luogo di origine rimaneva Giugliano in Campania e i militari della locale compagnia lo hanno sempre monitorato, attenti ad ogni eventuale sviluppo.
    Dal web patrolling alle investigazioni tradizionali con osservazioni, pedinamenti e conoscenza del territorio, i Carabinieri della sezione operativa hanno appurato che il latitante fosse partito per la Germania in un luogo non meglio precisato ma che da poco era tornato in Italia. Setacciati i campi rom della zona è stato accertato che di fatto la casa mobile del 33enne fosse stata “smontata” per andare altrove.
    L’uomo però era in Campania e le complesse indagini hanno permesso ai militari di localizzare Castel Volturno come il luogo del nascondiglio. Dopo diversi giorni di appostamento l’individuazione: il 33enne era in un appartamento al piano terra da poco abitato dalla propria suocera. Il blitz dei militari dell’Arma ha sorpreso l’uomo che è stato arrestato.
    Durante le operazioni è stata trovata, nel retro dell’abitazione, anche una scala poggiata al muro perimetrale. Espediente verosimilmente utilizzato per un’eventuale fuga. L’arrestato ora è in carcere a disposizione dell’Autorità giudiziaria.

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    Spaccio a Capua: sedici anni per il capo

    Dieci condanne per il gruppo di pusher che fino a pochi mesi fa ha controllato parte dello spaccio di stupefacenti a Capua, nel Casertano, e nei comuni limitrofi, con base operativa alle palazzine popolari.
    Al termine del giudizio abbreviato, il gup di Napoli ha condannato a 16 anni e otto mesi Claudio Monaco, 51enne ritenuto il capo del gruppo. Dalle indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli – è emerso tutto il disprezzo di Monaco per i carabinieri che spesso facevano blitz alle palazzine.
    In una telefonata intercettata dopo la morte del 37enne maresciallo Antonio Montaquila, investito e ucciso a Capua nel settembre 2020 mente faceva jogging, Monaco non si trattiene. “Devo andare a p… sui suoi fiori” dice.
    Con Monaco sono stati condannati i figliastri di 27 e 28 anni Fabio e Davide Mandesi (a 12 anni e 7 anni e quattro mesi). I tre gestivano il business tenendo sotto scacco i residenti “onesti” delle palazzine; la droga veniva infatti nascosta nelle intercapedini della cantine, nel vano ascensore, mai in casa dei pusher.
    Erano state poi installate numerose telecamere per controllare l’arrivo delle forze dell’ordine con vedette ai punti di accesso del parco. Il gruppo – è emerso – movimentava grosse partite di droga, vendeva all’ingrosso e non temeva le forze dell’ordine ma solo i lockdown. Sempre Monaco, in un’altra intercettazione, dice al suo interlocutore: “Dobbiamo dimezzare l’approvvigionamento perchè se arriva un nuovo lockdown restiamo con la droga in mano”.
    Gli appuntamenti con gli acquirenti venivano presi tramite whatsapp con l’uso di termini criptici per indicare la droga, sebbene poi tra di loro i pusher parlassero senza remore, tanto che gli inquirenti hanno ricostruito l’organigramma del gruppo proprio ascoltando gli indagati. Tra i condannati anche gli imputati Antonio Di Rienzo e Carmine Pistone (8 anni), Luigi Verrone e Giuseppe Vilardi (5 anni e 8 mesi). Nel collegio difensivo Paolo Di Furia, Giuseppe Stellato e Carlo De Stavola.

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    Al via processo per pestaggi Santa Maria Capua Vetere

    Al via processo per pestaggi Santa Maria Capua Vetere.Centocinque imputati, tra poliziotti penitenziari, funzionari medici e dell’Amministrazione Penitenziaria, ci sono ritrovati questa mattina nell’aula bunker del carcere di Santa Maria Capua Vetere per il maxi-processo per i pestaggi e le violenze ai danni di detenuti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020.
    I reati contestati a vario titolo vanno dalla tortura, omicidio colposo come conseguenza di tortura contestato solo a ventidue imputati, lesioni pluriaggravate, abuso di autorità, falso in atto pubblico. In udienza preliminare si erano già costituiti parti civili quattro associazioni e 95 detenuti dei 177 identificati come parti offese.
    Presenti molti imputati, ma anche qualche vittima e parenti, come la figlia Vincenzo Cacace, deceduto nel giugno scorso, il detenuto sulla sedia a rotelle immortalato dalle telecamere interne mentre viene malmenato dagli agenti.
    Durante l’udienza, altri 26 detenuti identificati come vittime, oltre all’associazione “Italiastatodiritto”, hanno chiesto di potersi costituire parte civile.
    Elisabetta Carfora, difensore di alcuni agenti, ha sollevato eccezione di incompetenza della Corte d’assise, con richiesta di spostamento del processo al tribunale per quelle posizioni non connesse al reato di tortura con l’aggravante della morte, fattispecie che ha determinato la competenza dell’Assise contestata in relazione alla morte del detenuto algerino Hakimi Lamine. La corte scioglierà la riserva sulle richieste degli avvocati nella prossima udienza del 14 novembre, così come deciderà sull’istanze di costituzione di parte civile.

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    Castel Volturno, il barbiere ucciso per errore dopo una lite al bar

    Castel Volturno. Una tragedia generata probabilmente da una serie di drammatici equivoci, con un padre che – dopo il coinvolgimento del figlio in una rissa scoppiata nel bar-tabacchi ‘Duepuntozero’ della via Domiziana – ha ucciso a coltellate una persona estranea a quel parapiglia.Il 38enne Luigi Izzo, barbiere sposato con tre figli, è stato ammazzato davanti alla moglie dopo una serata passata in un locale: sei i fendenti inferti dal 53enne, Alessandro Moniello meccanico incensurato, che ha poi confessato davanti a carabinieri e magistrato ed è stato fermato su disposizione del pm Annalisa Imparato della procura di Santa Maria Capua Vetere per omicidio volontario.
    Con lui è stato fermato per concorso in omicidio anche il figlio 27enne, Roberto Moniello, sposato con due figli. Secondo quanto accertato, sulla base delle testimonianze e soprattutto delle versioni fornite durante l’interrogatorio da padre e figlio, difesi dall’avvocato Giuseppe Guadagno, tutto sarebbe iniziato nei pressi di un bar di Castel Volturno, dove è scoppiata una rissa cui avrebbe partecipato il fratello di Izzo.
    Il 27enne è intervenuto nella lite procurandosi qualche contusione e la rottura degli occhiali. A quel punto sarebbe giunto sul posto anche Luigi Izzo, che era il barbiere del 27enne. Izzo avrebbe rassicurato quest’ultimo che il giorno dopo sarebbero andati insieme dall’ottico per riparare gli occhiali a sue spese.
    Nel frattempo la rissa è finita, ma la sorella del 27enne, anch’essa presente, ha chiamato il papà riferendogli che delle persone stavano malmenando il fratello. “Vogliono sparargli” avrebbe addirittura detto la ragazza. Il padre ha quindi preso un coltello in cucina, è sceso dirigendosi verso il bar dove ha caricato in auto il figlio 27enne, e si è diretto verso casa di Luigi, non sapendo dove abitasse il fratello del barbiere.
    Padre e figlio in auto sono arrivati proprio nel momento in cui Izzo, con la moglie, stava aprendo il cancello d’ingresso dell’abitazione. Ai carabinieri e al pm il papà del 27enne ha raccontato di aver notato il barbiere che avvicinava la mano alla tasca del pantalone tanto da pensare che stesse per estrarre una pistola.
    “Non ho capito più nulla, l’ho accoltellato varie volte. Pensavo avesse un’arma e volesse uccidere me e mio figlio” ha spiegato al pm nel corso del drammatico interrogatorio reso nella caserma dei carabinieri di Castel Volturno. “L’ho fatto per difendere mio figlio” si è poi giustificato.
    Il 27enne avrebbe dal canto suo cercato di alleggerire la propria posizione, riferendo di non sapere che il padre fosse armato, e di avergli spiegato che Luigi non c’entrava niente con la rissa. Parole che però non gli sono servite ad evitare il fermo disposto dalla Procura. Sulla dinamica dei fatti, e sulla incredibile catena di malintesi che sarebbe all’origine del delitto, sono ancora in corso approfondimenti investigativi.
    I Carabinieri della Compagnia di Mondragone hanno acquisito le immagini di una telecamera di sorveglianza posta fuori dall’abitazione che potranno chiarire la dinamica dei fatti. Non e’ stato ancora ritrovato il coltello da cucina.
    Raid punitivo dopo rissa, il sindaco: “Castel Volturno è stanca”
    Dopo l’omicidio del 38enne Luigi Izzo, che ha destato grande sgomento a Castel Volturno, essendo il barbiere noto e apprezzato, il sindaco della città, Luigi Petrella di Fratelli d’Italia, lancia un accorato appello alle istituzioni “perché facciano qualcosa di serio per Castel Volturno, che è ormai allo sbando, con il centro in mano alla microcriminalità e le piazze di spaccio nelle aree più periferiche come Ischitella.
    Se lo Stato non interviene subito, si tornerà a chiedere il pizzo, e a quel punto dovremo chiuderci in casa. Non ce la facciamo più. La morte di Izzo colpisce profondamente; conoscevo bene Luigi , passavo ogni mattina davanti al suo negozio, voleva sempre offrirmi il caffè. Era un ragazzo positivo e tanto innovativo”.
    Da anni Castel Volturno vive un’emergenza senza fine, prima in mano alla camorra casalese, poi a quella nigeriana che controlla droga e prostituzione, con un degrado socio-economico e ambientale sempre crescente e mai arginato. E poi la presenza di migliaia di immigrati non regolari.
    A queste persone il Comune garantisce comunque servizi essenziali, come il prelievo dei rifiuti, ovviamente a proprie spese. Un territorio enorme – dalla zona nord a quella sud della città passano 27 chilometri – già per questo difficile da controllare.
    “Come Comune – spiega Petrella – abbiamo sei vigili urbani spalmati su due turni; se li aggiungiamo agli uomini della Polizia di Stato, ai Carabinieri che hanno due stazioni e a carabinieri forestali, al massimo arriviamo ad una trentina di unità, forse qualcosa in più, ma siamo lì. Qualche rinforzo è arrivato negli ultimi anni, ma è una goccia nel mare per un territorio così vasto e pieno di problemi”.
    Petrella per ora è stato contattato dai due parlamentari casertani di Fratelli d’Italia, Gimmi Cangiano e Marco Cerreto, ma si aspetta anche una telefonata da Roma.

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