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    Estorsione, niente sconti ai Di Silvio: processo da rifare

    Niente sconti ai Di Silvio.La Cassazione, accogliendo il ricorso della Procura generale, ha annullato la sentenza emessa il 7 novembre 2019 dalla Corte d’Appello di Roma sull’estorsione compiuta dai fratelli Ferdinando “Pupetto” e Samuele Di Silvio, limitatamente al mancato riconoscimento dell’aggravante mafiosa.
    E su tale aspetto i due imputati dovranno affrontare un nuovo processo d’appello.
    Dall’estorsione al centro di tale procedimento, compiuta dopo che la vittima aveva avuto dei problemi relativi all’affitto di un locale a Monticchio, nel Comune di Sermoneta, è decollata l’inchiesta “Alba Pontina”.
    Renato Pugliese, figlio del boss Costantino Cha Cha Di Silvio, anche lui arrestato, decise di collaborare con la giustizia e a fianco al clan di origine nomade è iniziata a comparire stabilmente la parola mafia.
    Difficile a quel punto escludere l’aggravante, un particolare che aveva visto le condanne di “Pupetto” e Samuele ridotte a 5 anni e mezzo di reclusione a testa da, rispettivamente, 8 e 9 anni.
    A un 48enne di Latina, che aveva preso in locazione il locale di Monticchio, erano stati chiesti, il 19 settembre 2016, 15mila euro da Agostino Riccardo, pregiudicato del capoluogo pontino, poi diventato anche lui collaboratore di giustizia, per evitare di essere aggredito dai due Di Silvio.
    Una richiesta scesa successivamente a cinquemila euro e che alla fine avrebbe visto il gruppo accontentarsi di duemila euro, non avendo il ristoratore altro denaro in quel momento.
    Con “Pupetto” che avrebbe detto alla presunta vittima: “Ma lo sai chi sono io? Io sono quello che ha sparato a Zof. E me la sto rischiando a parlare con te perché non potrei nemmeno uscire di casa”.
    La Cassazione ha specificato che, per quanto riguarda l’aggravante mafiosa, vanno considerati la “natura della minaccia spiegata” e l’effetto della stessa “sulla sensibilità del soggetto passivo”.
    Ancora: “Proprio il richiamo ad attività compiute da più soggetti all’interno di un area territoriale è circostanza significativa della volontà degli agenti di arrecare una maggiore intimidazione al soggetto passivo il cui stato di timore è determinato non soltanto dalla natura della richiesta ma, altresì, dall’evocazione delle modalità operative criminali del gruppo”.
    I paletti fissati sono chiari: “Il giudice di merito dovrà fare riferimento alle modalità di attuazione della richiesta estorsive intimidatoria, al numero di soggetti coinvolti, ai fatti rappresentati dagli autori all’indirizzo della vittima che, ove significativi del coinvolgimento di un gruppo criminale organizzato capace di esercitare il controllo di un determinato territorio o comunque di attuare attività delittuose nello stesso, manifestano nell’esecuzione del fatto illecito proprio lo sfruttamento del tipico metodo mafioso”.
    Soprattutto considerando che “gli autori dei fatti agirono in gruppo e precisamente in quattro persone, obbligarono la persona offesa ad incontrarli in un luogo appartato ed al di fuori dalla visione di altri, erano soggetti di cui la persona offesa conosceva l’inserimento in contesti criminali operanti nella città di Latina e di cui aveva appreso leggendo le cronache locali, fecero espresso riferimento ad un grave fatto di sangue di cui reclamarono essere stati autori, poi risultato essere avvenuto nell’ambito di conflitti tra diverse bande criminali, Di Silvio Samuele fece espresso riferimento alla notorietà del gruppo cui appartenevano ed alla natura della loro famiglia”.
    Nuovo giudizio dunque, ma con la Corte d’Appello di Roma che dovrà attenersi ai principi sanciti dalla Suprema Corte.
    In pratica un verdetto già scritto.

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    Finanziamenti illeciti, giudizio immediato per 13 imputati

    Giudizio immediato per i 13 arrestati a fine ottobre nell’inchiesta “Scarabeo”, accusati a vario titolo, in base alle indagini svolte dai carabinieri del Nucleo investigativo di Latina, di aver costituito un’associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata, di reati di falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale, falsa attestazione della presenza in servizio del pubblico impiegato, autoriciclaggio, contraffazione di pubblici sigilli, sostituzione di persone, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio, abuso d’ufficio, favoreggiamento e corruzione per l’esercizio della funzione.Secondo gli inquirenti, la presunta organizzazione criminale avrebbe reclutato clienti esclusi dalla possibilità di accesso al circuito del credito per incapacità reddituale o per segnalazioni pregiudizievoli esistenti presso il sistema di informazione creditizio, fornendo loro consulenze personalizzate per l’individuazione dell’istituto di credito o dell’intermediario finanziario a cui indirizzare pratiche di finanziamento con modalità fraudolente, mediante l’oscuramento dei dati pregiudizievoli e la contraffazione delle buste paga, e successivamente inoltrando alle società finanziarie la documentazione predisposta.
    Un’inchiesta nata da una fuga di notizie in occasione delle indagini portate avanti dal sostituto procuratore Giuseppe Bontempo sull’occupazione abusiva di alcuni appartamenti nel complesso di edilizia popolare denominato “Colosseo”, in via Bruxelles, di proprietà dell’Inps.
    A fare soffiate su indagini in corso, secondo gli inquirenti, sarebbe stato Francesco Santangelo, dipendente della Procura, addetto all’ufficio copie, e nel caso di via Bruxelles a essere informata dei sequestri che stavano per scattare sarebbe stata Serena Capponi, residente al “Colosseo” insieme a Nicola Natalizi, ex poliziotto che ha lavorato a lungo in Procura e amico di Santangelo.
    Il dipendente della Procura è inoltre risultato essere un assenteista e occupare a sua volta abusivamente un immobile ex Inpdap in via Paganini.
    E sempre Santangelo, per gli inquirenti, avrebbe avuto informazioni sulle indagini da un’addetta alla segreteria del sostituto procuratore Bontempo, e sarebbe stato in contatto con Sergio Di Barbora, arrestato e condannato per la rapina a Banca dell’Etruria, il quale avrebbe chiesto, ma in tal caso invano, informazioni da riferire al pregiudicato Carlo Maricca su una procedura fallimentare e sulle indagini relative al decesso della moglie di quest’ultimo.
    Indagando sul dipendente della Procura, gli investigatori hanno così pian piano iniziato a far luce sulle presunte frodi alle finanziarie, a cui, oltre a Santangelo, avrebbero preso parte Di Barbora, Marco Capoccetta, entrambi collaboratori dell’agenzia finanziaria Sms srl, Giorgio Vidali e l’informatico Marco Scarselletti, impegnati con Fiditalia, tutti messi in carcere.
    A collaborare con loro sarebbe poi stato il responsabile della banca online Widiba, Giuseppe Cotugno, ugualmente messo in carcere.
    A beneficiare dei finanziamenti ottenuti illecitamente invece sarebbero stati tre dipendenti Asl, Giovanna Villani, Claudia Muccitelli e Loredana Mattoni, una dipendente del Comune di Latina, Serenella Mura, Paolo Fortunato Capasso, e lo stesso Natalizi, tutti messi ai domiciliari.
    Il meccanismo illecito è stato descritto dallo stesso Santangelo in una conversazione intercettata dai carabinieri: “Prima di prendere i finanziamenti vengono da me, perché sicuramente c’hanno qualche cazzo che, o hanno pagato in ritardo o pagato male o stanno a sofferenza. Allora io gli faccio i provvedimenti di .. di ..legali! Gli faccio le contestazioni, quindi li ripulisco e poi possono andare a chiedere i finanziamenti, se no li sputano, no!”.
    Il processo inizierà, davanti al Tribunale di Latina, il prossimo 11 marzo.

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    Broker indagato per riciclaggio, spunta il nome di Barberini

    Tra denaro frutto di evasioni fiscali e operazioni bancarottiere e spericolate operazioni da compiere per ripulire quelle ingenti somme, spunta nuovamente fuori il nome di Paolo Barberini.L’ex amministratore delegato della Midal, un tempo colosso della distribuzione alimentare, è imputato davanti al Tribunale di Latina, con l’accusa di essere uno dei protagonisti di una bancarotta milionaria compiuta attorno al fallimento della società pontina.
    E ora è anche indicato dalla Procura di Milano tra i cinque clienti di un broker di origini campane, Massimo Bochicchio, accusato di riciclaggio e a cui sono stati appena sequestrati undici milioni di euro.
    A indagare sul broker, già accusato dalla Procura di Modena di appropriazione indebita per la truffa al mister dell’Inter Antonio Conte e ad altri vip, sono i pm Paolo Filippini e Giovanni Polizzi e l’aggiunto Maurizio Romanelli, che hanno chiesto e ottenuto dal gip Chiara Valori un sequestro preventivo fino a 10,9 milioni di euro.
    Un provvedimento eseguito Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Milano, che ha sequestrato a Bochicchio quadri di Giacomo Balla e Mario Schifano, un vaso di Pablo Picasso, foto di Richard Avedon, orologi costosi, monete d’oro da collezione, mobili, pregiati, oggetti di design, oltre un milione di euro, su conti correnti o investiti in polizze, e un immobile a Cortina d’Ampezzo del valore catastale di circa 2 milioni.
    Proprio nel provvedimento del giudice emerge quindi il rapporto tra il broker e Barberini.
    Il gip ha ricostruito infatti il meccanismo che sarebbe stato architettato dall’indagato per consentire a cinque clienti finora accertati, tra cui l’ex amministratore delegato della Midal, per investire e “rientrare in possesso” di “consistenti fondi” sottratti al fisco o provento di altri reati come la bancarotta.
    Bochicchio, a partire dal 2011, avrebbe “raccolto attraverso le società Kidman Asset Management e Tiber Capital, da lui create, controllate e guidate a Londra, la città dove viveva prima di trasferirsi a Dubai, “cospicui capitali dei propri clienti”.
    Il denaro sarebbe stato “dirottato” in investimenti anche in Paesi a ridotta tassazione, caratterizzati da un’assoluta tutela della riservatezza e da una bassa collaborazione giudiziaria, come Singapore, Hong Kong e gli Emirati Arabi Uniti, promettendo alti rendimenti, omettendo i controlli antiriciclaggio prescritti e cercando di “occultare o ostacolare l’identificazione degli effettivi beneficiari delle somme di denaro” investite con strumenti ad “alto rischio”.

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    Spaccio di eroina alla stazione, condannato Santucci

    Accusato di spaccio di eroina, Candido Santucci, volto noto alle forze dell’ordine, legato al clan di origine nomade Di Silvio, è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Pierpaolo Bortone, a cinque anni di reclusione.L’imputato era stato arrestato dalla squadra mobile il 16 luglio scorso, dopo essere stato sorpreso alla stazione ferroviaria di Latina a cedere 33 grammi di eroina a una donna, in cambio di 1.450 euro.

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    Da Don’t touch a Reset, ricostruito il sistema che terrorizzava Latina

    Con gli esponenti delle famiglie di origine nomade Di Silvio e Ciarelli finiti in carcere dopo le indagini seguite alla guerra criminale del 2010 e culminate nel processo “Caronte”, i Travali, anche loro un clan nomade che ha messo radici a Latina, hanno cercato di accaparrarsi la fetta più grande possibile di affari nel capoluogo pontino, partendo dalle piazze di spaccio.Per riuscire nel loro obiettivo hanno tentato in ogni modo di mostrare la loro forza, diventando anche loro un’organizzazione dai tratti mafiosi, arrivando persino a uccidere.
    Questo il filo rosso che hanno seguito gli investigatori della squadra mobile, partendo da quanto emerso nell’inchiesta del 2015 denominata Don’t Touch, con a capo Costantino Cha Cha Di Silvio ed esponenti dell’ala militare dell’associazione per delinquere proprio i Travali, per poi approfondire tutta una serie di episodi e le stesse dichiarazioni fatte dai collaboratori di giustizia.
    Accertamenti lunghi e complessi, che hanno dato vita all’inchiesta denominata “Reset”, con oltre 30 indagati, e che ha portato il gip del Tribunale di Roma, Andrea Fanelli, a ordinare, come chiesto dai pm antimafia Barbara Zuin, Corrado Fasanelli e Luigia Spinelli, 19 arresti.
    Gli inquirenti, alla luce delle nuove indagini, sono ormai convinti che fossero associazioni per delinquere di stampo mafioso tanto quella di Armando Lallà Di Silvio, al centro del processo “Alba Pontina”, che quella di Cha Cha, nonostante la contestazione all’epoca sia stata quella di una semplice organizzazione criminale e con tale accusa siano state emesse le condanne.
    “Le estorsioni realizzate dal gruppo criminale riconducibile a Di Silvio Costantino e Angelo Travali – sottolinea il giudice Fanelli – sono state messe in atto in modo seriale, con cadenza quasi giornaliera, andando a colpire cittadini e imprenditori, cui è stato sufficiente conoscere l’appartenenza o la vicinanza degli estorsori al gruppo Di Silvio-Travali per assoggettarsi alle richieste intimidatorie”.
    A pesare ancora una volta le dichiarazioni dei pentiti Renato Pugliese, figlio di Cha Cha, e Agostino Riccardo, che hanno consentito agli inquirenti di far luce sul traffico di droga di cui ora sono accusati i Travali, indicando come fornitore della cocaina Gianluca Ciprian, un anno fa arrestato in Spagna con un carico di droga e sfuggito a Sezze al duplice omicidio di Alessandro Radicioli e Tiziano Marchionne, Luigi Ciarelli per l’hashish e l’imprenditore di nazionalità romena Valerio Cornici, con socio in affari Alessandro Zof, già imputato per il duplice omicidio al Circeo, per la marijuana.
    L’organizzazione avrebbe inoltre smerciato droga anche nelle piazze di spaccio di Cisterna, tramite Fabio Benedetti, Sezze, tramite Ermes Pellerani, e Aprilia, tramite Cristian Battello.
    Angelo Travali avrebbe comandato anche dal carcere.
    Un altro pentito, Maurizio Zuppardo, ha riferito ad esempio che nel 2019 proprio Travali, detto “Palletta”, avrebbe ordinato alla sorella Valentina Travali di portare in carcere 50 grammi di cocaina.
    Ma del resto lo stesso, nell’inchiesta “Astice”, è finito accusato di essere riuscito a corrompere un agente della penitenziaria per poter avere benefici nella casa circondariale.
    I pentiti hanno poi evidenziato i legami dei Travali con la camorra e nello specifico dell’utilizzo come copertura del locale “New King” di Terracina da parte di Giuseppe Travali, padre di “Palletta”, che gestiva lo stesso locale insieme a Eduardo Marano e al figlio Gennaro, imparentato per parte di madre con il clan Licciardi di Masseria Cardone, aggiungendo anche che da fornitori i Marano erano diventati acquirenti di sostanze stupefacenti dai Travali.
    E nuove accuse sono state mosse proprio dai collaboratori di giustizia al poliziotto Carlo Ninnolino, considerato la talpa che faceva soffiate alla famiglia nomade e assolto in Don’t touch.
    Numerose poi anche in “Reset” le estorsioni contestate agli indagati.
    Sia per fare cassa che soltanto per esibire potere.
    Il titolare di un’azienda agricola di Aprilia, che vantava un credito di 350mila euro nei confronti di una nota società di Latina, sarebbe stato attirato in trappola da un suo conoscente, un imprenditore che gestisce un’agenzia di sicurezza privata a Sabaudia, candidato anche alle ultime elezioni a Terracina, e costretto a cedere alla fine tra i 150mila e i 180mila euro a Francesco Viola.
    Il titolare di un’agenzia di scommesse di Latina sarebbe invece stato costretto a far fare scommesse al gruppo criminale per migliaia di euro senza pagare: “Quando ho provato a dire loro che era il caso che pagassero, mi rispondevano di fare ciò che dicevano e basta. Non è stato necessario che facessero minacce esplicite, perché io sapevo chi erano loro e ciò bastava a terrorizzarmi”.
    Gli indagati avrebbero acquistato anche il pane e cenato in ristoranti di un noto imprenditore senza pagare, sfruttando anche il fatto che il padre di quest’ultimo era da tempo sotto usura per un prestito chiesto a Viola.
    Il ristoratore alla fine lo ha dichiarato alla Polizia: “Viola, esattamente come i fratelli Angelo e Salvatore Travali, venivano a mangiare e non pagavano immediatamente, ma mi davano i soldi quando io ritenevo che il conto fosse diventato troppo alto”.
    Ancora: “Non ho mai denunciato questi fatti per due ordini di motivi. Il primo è che prima dell’indagine Don’t touch io, come tutta la città, non mi fidavo della Polizia, perché era ritenuta collusa con i criminali e in particolare con il gruppo a cui apparteneva Viola che, da alcuni anni e sino a Don’t touch, era percepito come il padrone della città anche perché costoro avevano le mani in pasta dappertutto, anche con la politica. Era quest’ultima circostanza nota alla città intera, nel senso che tutti sapevano che grazie alle loro entrature politiche, a parte le attività di attacchinaggio che avevano monopolizzato nelle varie campagne elettorali, potevano avere appalti con le varie cooperative. In secondo luogo, avendo all’epoca due attività commerciali, non volevo avere problemi”.
    Una vicenda tra l’altro che, come sostenuto dai pentiti, si sarebbe chiusa solo con l’intervento a difesa dell’imprenditore di Carlo Maricca, noto pregiudicato indagato per l’omicidio di Ferdinando Di Silvio detto Il Bello.
    Ed estorsioni, tra le tante, sono state scoperte anche ai danni di due avvocati, di un noto negozio di griffe e del titolare di una nota gioielleria del centro di Latina, in cui Cha Cha e i Travali sarebbero stati soliti prendere gioielli e orologi per decine di migliaia di euro senza pagare un centesimo.
    Un vero e proprio sistema.
    Tanto che un ottico del centro, anche lui vittima di estorsioni, ha dichiarato alla Mobile: “In alcune occasioni le persone che ho citato, venendo a comprare gli occhiali, determinavano il prezzo, nel senso che mi dicevano quale prezzo potevano pagare e io accettavo”.
    Riccardo ha inoltre specificato a proposito del titolare di un distributore di benzina: “Sono anni e anni che Travali Angelo, Viola Francesco, Salvatore Travali, Guerino Di Silvio, Vera Travali, mettono benzina e non pagano. Inoltre Viola gli ha levato 7000 euro sempre con le estorsioni”.
    Un’organizzazione disposta anche a uccidere per mostrare la propria forza, come nel caso dell’omicidio di Adrian Ionut Giuroiu compiuto dai fratelli Ranieri.
    Riccardo ha riferito delle confidenze ricevute da Angelo Travali: “Partecipò all’omicidio dando aiuto ai fratelli Ranieri per far vedere che sul territorio c’era la famiglia Travali e non altre famiglie”.
    Un’organizzazione che ha terrorizzato Latina, ma prima con “Don’t touch” e poi con “Reset” la risposta da parte dello Stato è arrivata.

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    Il Tar non fa riaprire i battenti all’hotel Covid dello Scalo

    Il Tar non riapre l’hotel Covid di Latina Scalo.Il presidente del Tribunale amministrativo di Latina, Antonio Vinciguerra, ha respinto la richiesta presentata da chi gestisce la struttura ricettiva di sospendere subito, ancor prima di sentire le parti in aula, il provvedimento con cui il Comune ha sospeso alla stessa il permesso il 3 febbraio scorso.
    Il servizio attività produttive dell’ente locale ha preso tale decisione dopo che i vigili del fuoco hanno constatato che l’impianto antincendio dell’Excelsior era fuori uso.
    Un particolare che ha portato anche l’Asl di Latina a trasferire a Roma i dieci pazienti Covid che erano stati messi in quarantena nell’albergo, utilizzato dall’Azienda sanitaria per tenere chi è positivo isolato dai propri familiari, evitando così altri contagi.
    Per il presidente Vinciguerra, “nell’ottica della comparazione degli interessi a confronto”, va privilegiata “l’esigenza della sicurezza collettiva, alla quale è ispirato l’impugnato provvedimento di sospensione dell’attività”.
    Si tornerà a discutere del ricorso in aula il prossimo 10 marzo.

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    Omicidio a Capoportiere, chiesti due arresti dall’Antimafia

    Svolta nella nuova inchiesta aperta dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma sull’omicidio, il 9 luglio 2003 a Capoportiere, di Ferdinando Di Silvio detto Il Bello, ucciso facendolo saltare in aria sulla sua Fiat Uno, dove era stato piazzato dell’esplosivo azionato con un radiocomando.Per quell’attentato, l’unico del genere in terra pontina, raccolte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia nell’ambito delle indagini denominate “Alba Pontina”, gli inquirenti hanno rispolverato il vecchio fascicolo aperto dal sostituto procuratore Raffaella Falcione e finito con l’archiviazione, effettuando tutta una serie di nuovi accertamenti e di riscontri alle affermazioni dei pentiti Renato Pugliese, figlio del boss Costantino Cha Cha Di Silvio, e Agostino Riccardo.
    L’Antimafia ha quindi chiesto l’arresto di due indagati, Carlo Maricca e Fabrizio Marchetto, quest’ultimo di recente arrestato per una storia di estorsione e messo poi ai domiciliari dal Tribunale della libertà.
    Il gip ha negato le misure cautelari e gli inquirenti hanno fatto appello al Riesame, che dovrà esaminare la vicenda il prossimo 23 febbraio.
    Subito dopo l’esplosione, Ferdinando Di Silvio, prima di morire, disse ai soccorritori: “Questo è tutta colpa di Maricca”.
    Le indagini si concentrarono sul pregiudicato di Latina con la passione per l’ippica, ma non vennero raccolti elementi sufficienti per poter arrivare a un processo.
    La vittima era uscita pochi mesi prima dal carcere per dei reati minori e lavorava nella cooperativa sociale “Il Gabbiano”, che gestiva la sosta a pagamento sul lungomare.
    Un mese prima il cognato di Ferdinando Di Silvio, Luca Troiani, era stato ferito a colpi di pistola proprio da Marchetto.
    A far ripartire le indagini le dichiarazioni dei pentiti.
    Sia Pugliese che Riccardo hanno parlato di quell’eclatante attentato a Capoportiere.
    Pugliese ha sostenuto di aver saputo da Armando Di Silvio, detto Lallà, ritenuto dalla Dda a capo di un’associazione per delinquere di stampo mafioso costituita a Campo Boario, che Maricca “la doveva pagare per quello che avevo fatto in precedenza”.
    “L’unico problema – ha aggiunto – è che è una persona scaltra, furba, e quindi quando ha saputo che c’era questa guerra in atto lui, a quanto mi ha detto Armando Di Silvio, è scappato in Romania credo, perché lui era uno di quelli che doveva morire per quello che aveva fatto in precedenza, perché nessuno si scorda per la strada tutto quello che tu fai”.

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    Grattacielo Pennacchi, oggi è il giorno dell’asta immobiliare

    Il giorno dell’asta per il grattacielo Pennacchi di Latina è arrivato.Da oggi, e per le prossime 48 ore, gli interessati agli acquisti potranno presentare le offerte solo in via telematica o tramite un avvocato per 265 lotti su un totale di 352 unità immobiliari.
    Una vendita disposta dal giudice Giuliano Agozzino nell’ambito della proceduta immobiliare promossa dall’istituto di credito Dobank spa per via dell’esposizione debitoria della società.
    Non mancano però i problemi, considerando che il grattacielo di 22 piani, realizzato all’inizio degli anni ’60, è da sempre gestito in maniera unitaria, occupando l’intero isolato compreso tra Corso Matteotti, via Don Morosini, via Adua e via Pisacane, con due condomini di otto e dieci piani, collegati da un piano interrato adibito a garage e servizi comuni, una piastra commerciale al livello della strada e un piano di uffici.
    Tutto con impianti energetici e spazi in comune, che oltretutto rimangono in carico alla società pignorata, con i relativi problemi di chi non sarà più in affitto da quest’ultima, ma dovrebbe godere di beni comuni gestiti da quest’ultima essendo proprietario di un proprio immobile.
    Particolari che hanno spinto uno dei consiglieri di amministrazione della Pennacchi C. srl a presentare, tramite l’avvocato Maria Antonietta Cestra, un ricorso al giudice Agozzino, in opposizione alla vendita immobiliare.
    Ad avviso del ricorrente sarebbe dunque necessario procedere con una precisa individuazione della delimitazione dei vari lotti messi in vendita, una riorganizzazione del complesso immobiliare comprese le parti comuni e la individuazione delle accessioni, delle pertinenze e delle eventuali servitù.
    Sempre nel ricorso viene poi sostenuto che si rischia che l’invenduto arrivi a riguardare maggiormente le unità fondamentali per la gestione del complesso e le vendite si concentrino sugli immobili di minor valore, favorendo così il degrado e procurando al centro città un agglomerato di immobili fatiscenti, ricovero di senza tetto e sbandati, causando gravi problemi per i residenti e per tutto il quartiere.
    Una situazione monitorata dalla stessa Procura della Repubblica, considerando che molte famiglie rischiano di restare senza un tetto e potrebbero crearsi notevoli problemi di ordine pubblico.

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    Tentato omicidio, condanna definitiva per Costantino “Pesce” Di Silvio

    Condanna definitiva, a otto anni di reclusione, per Costantino Di Silvio, detto Pesce, che tre anni fa cercò di uccidere a colpi di pistola la ex moglie.La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’imputato, confermando così la condanna emessa per lui dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota, già avallata dalla Corte d’Appello di Roma.
    Il 14 luglio 2018 Manuela Piccirilli venne ferita all’addome e a un braccio con tre colpi esplosi in via Helsinki, nel capoluogo pontino, da “Pesce”, poi arrestato dalla Polizia.
    La 44enne venne colpita mentre usciva dalla casa della zia di Costantino Di Silvio e venne operata d’urgenza dai medici dell’ospedale “Goretti”.
    “Pesce” si nascose tra le auto parcheggiate e dopo aver sparato si diede alla fuga alla guida di una Fiat Grande Punto grigia.
    Rintracciato in centro, venne bloccato e rinchiuso in carcere, con l’accusa appunto di tentato omicidio.
    I difensori, gli avvocati Maria Antonietta Cestra e Giuseppe Lauretti, nel corso del processo sostennero che l’imputato non voleva uccidere e che, come aveva affermato una volta interrogato dal gip, voleva solo spaventare la ex moglie, tanto che aveva esploso i colpi puntando a terra ma gli stessi avevano ferito la donna essendo rimbalzati.
    I due legali specificarono inoltre che a mandare su tutte le furie “Pesce”, facendolo così agire di impulso e senza premeditazione, fosse stato il particolare di aver visto la donna con la zia, ritenuta da lui la causa della fine del suo matrimonio, e le parole a lui rivolte dalla ex: “Ma che vuoi bastardo?”.
    La difesa sottolineò infine che da tempo Costantino Di Silvio aveva preso le distanze dalla sua famiglia, che viveva del suo lavoro e per questo era visto male dai nomadi, realtà con cui aveva rotto ma con cui la ex moglie, tramite appunto la zia, manteneva un legame.
    L’imputato venne però condannato e quella sentenza è ora appunto definitiva.

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    Spese pazze in Regione, assolto il dem Claudio Moscardelli

    Assolto dal Tribunale di Roma l’ex consigliere regionale ed attuale segretario provinciale del Pd di Latina, Claudio Moscardelli, nel processo sulle cosiddette “spese pazze” in Regione.E assolti insieme a lui altri 12 ex consiglieri regionali dem, la segretaria dell’ex consigliere Mario Perilli, Maria Assunta Turco, e Massimo Vincenti, amministratore della società Nuovo Paese Sera.
    Tutti assolti perché il fatto non sussiste.
    Un’assoluzione piena dunque.
    Moscardelli, al pari di altri imputati, era accusato di abuso d’ufficio per le assunzioni di collaboratori, costate alla Pisana oltre un milione e mezzo di euro, personale che secondo gli inquirenti i consiglieri avrebbero dovuto pagare con i loro contributi e non con quelli del gruppo e che, illecitamente, sarebbe stato ingaggiato, tra il 2010 e il 2012, senza alcuna selezione pubblica.
    Contestazioni sempre respinte dall’esponente del Pd, difeso dall’avvocato Renato Archidiacono.
    “Una sentenza che arriva dopo quasi nove anni tra indagini e processo – ha dichiarato ieri Moscardelli – e che dimostra pienamente la correttezza del mio operato come consigliere regionale del Lazio e dei miei colleghi del gruppo. Un ringraziamento va all’avvocato Renato Archidiacono per le sue ponderate scelte processuali, nonché a tutte quelle persone che in questi anni non mi hanno mai fatto mancare il loro pieno sostegno”.
    Insieme a lui erano imputati il senatore e segretario del Pd Lazio, Bruno Astorre, il vicesegretario del Pd Lazio, Enzo Foschi, il deputato del Pd, Claudio Mancini, l’allora tesoriere del gruppo del Pd alla Pisana, Mario Perilli, il sindaco di Fiumicino, Esterino Montino, e gli ex consiglieri regionali Giuseppe Parroncini, Carlo Umberto Punzo, Tonino D’Annibale, Marco Di Stefano, Carlo Lucherini, Francesco Scalia e Daniela Valentini.
    Il pm aveva chiesto l’assoluzione per intervenuta prescrizione del reato di abuso d’ufficio per gli ex consiglieri regionali dem Foschi, Parroncini, Punzo, D’Annibale, Di Stefano, Lucherini, Mancini, Astorre, Moscardelli, Scalia, Daniela Valentini, 2 anni e 4 mesi per Montino, accusato di truffa e peculato, 3 anni per Perilli, accusato di corruzione, 2 anni e 4 mesi per Maria Assunta Turco, accusata di peculato e truffa, e 3 anni per Vincenti.
    I giudici hanno invece assolto tutti con la formula più ampia.
    “Sono felice per l’assoluzione dei consiglieri regionali del Pd. La giustizia, dopo aver fatto il suo corso, ha fatto luce su questa vicenda giudiziaria. A tutti loro un abbraccio”, ha dichiarato il presidente della Regione Lazio e segretario del Pd, Nicola Zingaretti, anche se nel processo proprio Zingaretti aveva fatto costituire la Regione parte civile.
    Il processo è scaturito dalle indagini che, dopo lo scandalo delle spese pazze di Franco Er Batman Fiorito, del Pdl, durante la legislatura di Renata Polverini, erano state avviate a Rieti ed erano poi passate a Roma.

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    Uffici del Giudice di pace allo stremo, sos dei sindacati

    Allarme dei sindacati sulla situazione in cui versa l’Ufficio del Giudice di Pace di Latina a causa della carenza di giudici e personale amministrativo.In una nota diretta alla presidente del Tribunale di Latina, Quirino Leomazzi, della Federazione Confsal Unsa, e Vittorio Simeone, della Fp Cgil, sottolineano che, a fronte di una previsione della pianta organica di 15 unità, sono in servizio soltanto 8 impiegati, destinati a scendere a 7 dal prossimo mese di marzo, per il collocamento a riposo di un operatore giudiziario.
    “Le criticità – sottolineano i due rappresentanti sindacali – investono sia la cancelleria civile che quella penale: nel civile si sconta la mancata informatizzazione dei servizi, imputabile ai ritardi dell’Amministrazione centrale che aveva promesso, per bocca del ministro l’attivazione del Processo Civile Telematico per i giudici di pace dell’intero territorio nazionale.
    La gestione cartacea dei fascicoli, da un lato, produce un elevato afflusso fisico dell’utenza che quotidianamente accede negli angusti corridoi del predetto Ufficio per iscrivere a ruolo i fascicoli, per depositare atti endoprocessuali o per chiedere la visione dei fascicoli e l’estrazione di copie, dall’altro espone gli impiegati ad un elevato rischio di contagio del virus Covid-19“.
    Problemi poi nel penale, con l’unico funzionario addetto alla cancelleria assente dal servizio, per malattia, da circa un mese, e l’unico operatore giudiziario in ferie obbligatorie per il prossimo pensionamento.
    Confsal Unsa e Fp Cgil chiedono dunque di attivare un Tavolo di confronto, aperto anche all’Avvocatura, per cercare soluzioni condivise per alleviare tali criticità attraverso la individuazione di soluzioni innovative sul piano informatico e, soprattutto, attraverso applicazioni di personale da altri uffici distrettuali e, se necessario, attraverso l’attivazione di collaborazioni con il locale Consiglio dell’Ordine per la ricezione degli atti ed il rilascio di copie.

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    Vendita all’asta del grattacielo Pennacchi, Procura in allerta

    Sulla vendita all’asta del grattacielo Pennacchi è in allerta anche la Procura della Repubblica di Latina.Il giorno fissato per le offerte relative a 265 lotti su un totale di 352 unità immobiliari si avvicina e, con il concreto rischio che a breve numerose famiglie possano trovarsi senza un tetto, oltre a un’altra serie di difficoltà legate allo sviluppo preso dalla proceduta immobiliare promossa dall’istituto di credito Dobank spa, gli inquirenti stanno monitorando con attenzione l’evolversi della vicenda.
    All’orizzonte del resto si paventano pure problemi di ordine pubblico e la magistratura non può non considerare tale variabile.
    La procedura è stata avviata dalla banca per via dell’esposizione debitoria della società proprietaria dell’ormai storico complesso immobiliare a due passi dalla centralissima piazza del Popolo e il giudice Giuliano Agozzino ha alla fine dato il via all’asta, con gli interessati all’acquisto che, a partire dal 9 febbraio e per 48 ore, potranno presentare le offerte solo in via telematica o tramite un avvocato.
    I principali problemi sono però legati al fatto che il grattacielo di 22 piani, realizzato all’inizio degli anni ’60, è da sempre gestito in maniera unitaria, occupando l’intero isolato compreso tra Corso Matteotti, via Don Morosini, via Adua e via Pisacane, con due condomini di otto e dieci piani, collegati da un piano interrato adibito a garage e servizi comuni, una piastra commerciale al livello della strada e un piano di uffici.
    Tutto con impianti energetici e spazi in comune, che oltretutto rimangono in carico alla società pignorata, con i relativi problemi di chi non sarà più in affitto da quest’ultima, ma dovrebbe godere di beni comuni gestiti da quest’ultima essendo proprietario di un proprio immobile.
    E per finire alla società pignorata sono stati lasciati 87 immobili ubicati in spazi diversi del grattacielo, con ulteriori grane per poterli gestire.
    Particolari che hanno spinto uno dei consiglieri di amministrazione della Pennacchi C. srl a presentare, tramite l’avvocato Maria Antonietta Cestra, un ricorso al giudice Agozzino, in opposizione alla vendita immobiliare.
    Il consigliere ha definito insufficienti gli stessi dati catastali utilizzati per identificare i beni posti in vendita, sostenendo che non vi è indicazione dei beni pertinenziali e non vi è chiarezza sui diritti correlati ai beni pignorati.
    Nel ricorso viene quindi specificato che le unità immobiliari sono legate tra loro da utenze e parti comuni di grande rilevanza che non le rendono “autonome” per i singoli futuri proprietari, con i conseguenti gravi disagi per gli acquirenti e la stessa società Pennacchi C. srl.
    Ad avviso del ricorrente sarebbe dunque necessario procedere con una precisa individuazione della delimitazione dei vari lotti messi in vendita, una riorganizzazione del complesso immobiliare comprese le parti comuni e la individuazione delle accessioni, delle pertinenze e delle eventuali servitù.
    Sempre nel ricorso viene poi sostenuto che si rischia che l’invenduto arrivi a riguardare maggiormente le unità fondamentali per la gestione del complesso e le vendite si concentrino sugli immobili di minor valore, favorendo così il degrado e procurando al centro città un agglomerato di immobili fatiscenti, ricovero di senza tetto e sbandati, causando gravi problemi per i residenti e per tutto il quartiere e gravissimi problemi di ordine pubblico.
    Da lì la richiesta di bloccare l’asta.

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