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    Percosse, arriva la condanna definitiva per la Ventriglia

    Condanna definitiva per Daniela Ventriglia, attualmente dirigente comunale a Latina, ritenuta responsabile del reato di percosse.La dirigente, che ha lavorato in diversi Comuni pontini, è stata condannata dal Giudice di pace e la sentenza è stata confermata prima dal Tribunale di Latina e poi dalla Cassazione, che ha dichiarato inammissibile il ricorso con cui la difesa dell’imputata aveva chiesto la derubricazione del reato in quello di ingiurie.
    La Suprema Corte ha specificato che “quanto alla qualificazione giuridica corretta dei fatti oggetto della imputazione, va evidenziato che la condotta ascritta alla Ventriglia è quella di aver colpito alla spalla la persona offesa, percuotendola con una borsa portadocumenti”.
    I fatti sono relativi al giorno in cui la dirigente comunale venne rinviata a giudizio per i presunti abusi e le presunte omissioni di atti d’ufficio relativamente alle assegnazioni dei lotti nell’area artigianale di Roccagorga, dove era segretario comunale.
    Uscendo dall’aula Ventriglia colpì la parte lesa in quel procedimento.
    Il processo per i lotti in località Prunacci, tre anni fa, si è poi concluso davanti al Tribunale di Latina con proscioglimenti per intervenuta prescrizione, come nel caso della stessa Ventriglia, e assoluzioni nel merito.
    Il procedimento era nato dal caso di un frantoio che sarebbe rimasto senza uno spazio a disposizione per la propria attività.
    Erano scattate le accuse per tutti quei lotti concessi invece ad aziende che, trascorsi anche anni dall’assegnazione, non avevano realizzato alcun insediamento.
    E, accusati di abuso o omissione d’atti d’ufficio, erano finiti imputati l’allora segretario comunale, Daniela Ventriglia, e i dirigenti comunali alternatisi alla guida dell’area tecnica, il geometra Venanzio Basilico e l’ing. Carlo Viglialoro.
    Risalendo i fatti al periodo compreso tra il 2007 e il 2009, conclusa l’istruttoria, larga parte degli episodi incriminati sono però risultati prescritti.

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    Ordine degli avvocati paralizzato, il nuovo Consiglio non ci sta

    Quanto sta accadendo all’Ordine degli avvocati di Latina sembra degno di una soap opera.Tra sentenze del Cnf, del Tar, del Consiglio di Stato, dimissioni e reintegri, il Consiglio si è ricostituito ed è stato eletto come nuovo presidente l’avvocato Umberto Giffenni.
    Sembrava, malumori a parte, tutto sistemato almeno per un po’.
    Dopo tanti scossoni l’Ordine sembrava destinato a riprendere pian piano il suo percorso. E invece no.
    Il nuovo Consiglio a quanto pare non viene messo in condizioni di poter operare e l’intera vicenda questa volta appare destinata a diventare materia d’indagine per la Procura, che già si starebbe interessando al caso.
    “Sarebbe stata nostra intenzione convocare quanto prima l’Assemblea di tutti gli iscritti – premettono in una lunga nota gli avvocati Giffenni, Maria Luisa Tomassini, Pierluigi Torelli, Alessia Verdesca Zain, Maria Clementina Luccone, Denise Degni, Marco Scarchilli, Maria Cristina Vernillo, Federica Pecorilli e Aurelio Cannatelli – ma la normativa sull’emergenza Covid non ce lo ha consentito”.
    I consiglieri dell’Ordine definiscono quindi sconcertante “il comportamento di chi non ha voluto prendere atto di quanto sin qui evidenziato, di fatto non consentendo al neo ricostituito Consiglio di entrare nella pienezza delle sue funzioni”.
    “A tutt’oggi – proseguono – non è consentito ai consiglieri di accedere ai locali dell’Ordine, in quanto l’ex commissario straordinario contesta le modalità con cui si è reinsediato il Consiglio e annuncia non meglio precisate istanze rivolte al Cnf”.
    Ancora: “Risulta peraltro, questo sì che deve essere stigmatizzato come un fatto grave, che le sedi dell’Ordine sono chiuse da oltre 10 giorni per un sospetto caso di Covid, senza che si sappia chi materialmente abbia disposto la chiusura delle sedi e senza che si sappia, cosa ancora più imbarazzante, quando si procederà con la sanificazione e con la riapertura al pubblico.
    A nulla sono valsi i tentativi, in più occasioni reiterati dal nuovo Consiglio, di iniziare ad operare, di concerto con i funzionari dell’Ordine, per il bene degli iscritti, che quotidianamente si rivolgono all’Ordine le loro istanze”.
    I consiglieri affermano quindi di aver “assistito ad una iniziativa di qualche consigliere ineleggibile che ha avviato una raccolta di firme nelle aule di Tribunale al fine di chiedere al Cnf l’adozione di nuovi provvedimenti nei nostri confronti”.
    Giffenni e gli altri concludono sostenendo che l’unico “dato incontrovertibile” nell’intera vicenda è che “c’è chi si batte per il rispetto della legalità ed è pronto a mettersi a disposizione di tutti i colleghi, con spirito di servizio e di colleganza, e c’è invece chi non è in grado di prendere atto che qualcosa è cambiato”.
    Ma a cambiare realmente l’intera vicenda sembra possa essere l’intervento della magistratura.

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    Rogo alla Loas, nell’inchiesta spunta un primo indagato

    Spunta un primo indagato nell’inchiesta del sostituto procuratore Andrea D’Angeli sull’incendio che il 9 agosto scorso ha devastato la ditta di recupero rifiuti Loas Italia srl in via dei Giardini, ad Aprilia.Il magistrato ha inscritto sul registro delle notizie di reato il legale rappresentante dell’azienda, Alberto Barnabei, anche se non è ancora noto con quale accusa, così come ancora non è noto se siano state formulate ipotesi di reato anche a carico dei due soci della srl.
    Mentre le indagini vanno avanti e, dissequestrato il sito, restano i sigilli soltanto ai computer, non sembra intanto essere emersa traccia di traffico di rifiuti, che in tal caso avrebbe fatto passare l’indagine per competenza alla Direzione distrettuale antimafia, e nell’eventuale processo si profila così una battaglia tra gli investigatori, che in base a una stima fatta riterrebbero che al momento in cui è divampato il rogo fossero presenti nell’azienda più rifiuti di quelli per cui era autorizzata, e la Loas che, documenti alla mano sui materiali conferiti, c’è da giurare che cercherà di dimostrare il contrario.
    Dubbi sarebbero inoltre emersi sull’impianto anticendio, che sarebbe stato funzionante e in tal caso se attivato avrebbe potuto ridurre notevolmente i danni causati dall’enorme rogo, con una nube nera levatasi dal sito soprattutto a causa della plastica andata a fuoco.
    Tutti aspetti che gli inquirenti prima e poi eventualmente il giudice dovranno vagliare esaminando le consulenze di parte e disponendo eventualmente una perizia.
    Uno dei soci e in precedenza responsabile della ditta, il 68enne Antonio Martino, tre anni fa era stato arrestato insieme ad altre 15 persone su ordine della Direzione distrettuale antimafia di Roma, tutti accusati di aver smaltito illecitamente rifiuti in una ex cava di pozzolana in via Corta, sempre ad Aprilia, dove sarebbero state interrate quantità enormi di materiali che dovevano essere smaltiti invece in discariche autorizzate.
    Vicende per cui Martino ha patteggiato.
    In precedenza alla Loas erano state inoltre contestate violazioni alla normativa ambientale, per cui era stato emesso un decreto penale di condanna, che sempre Martino ha impugnato davanti al Tribunale di Latina.
    La Provincia, che il 24 giugno scorso aveva concesso alla Loas una proroga, ha intanto negato all’azienda il rinnovo dell’autorizzazione, vietandole di recuperare nuovamente rifiuti, e la Prefettura ha eliminato la stessa società dalla white list, precisando che tale provvedimento ha lo stesso valore di un’interdittiva antimafia.
    Eventuali responsabilità sul rogo dell’agosto scorso dovranno però essere chiarite dall’inchiesta che sta portando avanti la Procura della Repubblica di Latina.

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    Dirty Glass, confermati i gravi indizi di colpevolezza per Cifra

    Per il Riesame sussistono i gravi indizi a carico dell’imprenditore Franco Cifra, indagato nell’inchiesta Dirty Glass, ma non ci sono ragioni per privarlo della libertà.Queste le motivazioni con cui i giudici del Tribunale della libertà hanno chiarito la scelta di accogliere il ricorso del 61enne di Latina e di annullare la misura cautelare con cui era stato messo agli arresti domiciliari.
    Cifra è accusato di aver favorito l’organizzazione mafiosa dei Di Silvio di Campo Boario, emettendo una fattura fasulla per un’azienda di Luciano Iannotta e consegnando denaro contante a Renato Pugliese e Agostino Riccardo.
    Il Riesame, presieduto dal giudice Cinzia Parasporo, ha specificato che l’inchiesta “Dirty Glass”, relativa al presunto sistema criminale messo in piedi dall’imprenditore Luciano Iannotta, tra riciclaggio, reati societari ed estorsioni, “ha consentito di fare luce su numerosi episodi delittuosi realizzati nell’ambito delle variegate attività facenti capo all’imprenditore di Sonnino”.
    Il Tribunale ha quindi sostenuto che è stato svelato “un quadro di illiceità, permettendo di ricostruire varie operazioni connotate dal ricorso all’illecito come ordinaria modalità operativa funzionale al conseguimento di profitti illeciti”.
    Per quanto riguarda poi la fattura fatta da Cifra a Pugliese e Riccardo, i giudici ritengono “poco verosimile”, come sostenuto dall’indagato, che quest’ultimo si sia “prestato ad emettere la falsa fattura nei confronti dello Iannotta senza avere dai due frequentatori del bar precise informazioni circa il motivo del coinvolgimento di Iannotta nell’operazione”.
    Confermati dunque i gravi indizi di colpevolezza relativamente al reato contestato di favoreggiamento, avendo Cifra “fornito un aiuto concreto a Riccardo e Pugliese emettendo una falsa fattura per un’operazione oggettivamente inesistente, con la precisa consapevolezza di aiutare i due predetti ad assicurarsi il prezzo del reato di estorsione”.
    Ma nessuna esigenza cautelare.
    Secondo il Riesame infatti nessun rischio di inquinamento probatorio o di recidiva da parte dell’indagato.
    Nessun rischio anche considerando il presunto affidamento a Riccardo dell’incarico di recuperare un credito nei confronti del “giardiniere” Morelli, di cui hanno parlato i due, trattandosi di una vicenda del 2016.

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    Alba Pontina, il processo slitta a causa di un contagio da Covid

    Slitta a causa del Covid il processo “Alba Pontina”.Uno degli imputati è in quarantena dopo il contagio di un familiare e il Tribunale di Latina ha rinviato l’udienza al prossimo 27 dicembre.
    I pm Luigia Spinelli e Claudio De Lazzaro hanno intanto chiesto un’integrazione della perizia sulle intercettazioni e dalla prossima udienza verranno esaminati i testimoni della difesa.
    In aula dovranno sfilare l’imprenditore Luciano Iannotta, arrestato intanto nell’inchiesta “Dirty Glass”, Antonio Fusco, per cui è stato chiesto il rinvio a giudizio in un procedimento stralciato dall’indagine principale, Valentina Riccio e l’avvocato Nunziata.
    Secondo la Dda di Roma i Di Silvio di Campo Boario avrebbero costituito un’associazione per delinquere di stampo mafioso e un’organizzazione criminale impegnata nel traffico di cocaina, marijuana e hashish, compiendo numerose estorsioni con modalità mafiose ai danni di imprenditori, commercianti, commercialisti e avvocati, infiltrandosi nelle competizioni politiche e ricorrendo a intestazioni fittizie di beni.
    Accuse confermate anche in appello per gli imputati che hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato.
    Nel processo principale sono invece imputati Armando “Lallà” Di Silvio, presunto capo dell’organizzazione criminale, la moglie Sabina “Purì” De Rosa, Federico Arcieri detto “Ico”, Angela detta “Stella”, Genoveffa Sara e Giulia Di Silvio, Francesca “Gioia” De Rosa, e Tiziano Cesari.
    Un processo scaturito dalle indagini svolte dalla quadra mobile di Latina e che poggia, tra l’altro, su numerose intercettazioni, testimonianze e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Renato Pugliese, figlio di Costantino Cha Cha Di Silvio, a capo dell’organizzazione criminale sgominata con l’inchiesta Dont’ Touch, e Agostino Riccardo.

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    Bimbo morto al parco Verde di Caivano: processo per la madre e l’orco che uccise Fortuna

    Bimbo morto al parco Verde di Caivano: processo per la madre e l’orco che uccise Fortuna. Il gup di Napoli, Luana Romano (21esima sezione) ha rinviato a giudizio, con l’accusa di omicidio volontario, Marianna Fabozzi, madre di Antonio Giglio, il bimbo di 4 anni precipitato dalla finestra di un’abitazione del Parco Verde di Caivano , […]
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    Napoli, sorpresi all’Arenaccia con arnesi atti allo scasso: 4 denunciati

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    Cronaca Giudiziaria

    Pubblicato
    7 minuti fa circa (13:07)
    il
    24 Novembre 2020

    Napoli, sorpresi all’Arenaccia con arnesi atti allo scasso: 4 denunciati.

    Stanotte gli agenti dell’Ufficio Prevenzione Generale, durante il servizio di controllo del territorio, nel transitare in via Generale Francesco Pignatelli hanno notato un’auto con a bordo quattro persone che, alla loro vista, si sono allontanate per eludere il controllo.
    I poliziotti li hanno raggiunti e bloccati in piazza Nazionale ed hanno rinvenuto, nell’abitacolo della vettura, una centralina, due chiavi telecomando e diversi attrezzi atti allo scasso.
    I quattro, napoletani tra i 24 e 36 anni con precedenti di polizia, sono stati denunciati per ricettazione e per possesso ingiustificato di chiavi alterate o di grimaldelli e sanzionati per inottemperanza alle misure anti Covid-19 poiché circolavano oltre l’orario consentito.

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    Caserta e Provincia

    Pubblicato
    4 giorni fa
    il
    20 Novembre 2020

    La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 30 anni di reclusione per l’esponente del clan dei Casalesi Francesco Cirillo, che era accusato di aver fatto parte del commando di killer che uccise il 16 maggio del 2008 a Castel Volturno, l’imprenditore Domenico Noviello.
    “Finalmente giustizia è fatta, dopo 12 anni dalla morte di mio padre si è chiuso il capitolo giudiziario” commenta Mimma Noviello, figlia dell’imprenditore, che insieme ai fratelli Matilde, Rosaria e Massimiliano, ha sempre assistito a tutte le udienze dei processi nei vari gradi, guardando sempre in faccia gli assassini del padre. “Non è stato facile trovarsi di fronte Cirillo ad ogni udienza, alla fine abbiamo avuto ragione” dice …..CLICCA QUI PER DIVENTARE UN SOSTENITORE E LEGGERE CONTENUTI ESCLUSIVI

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    Napoli, sorpresi all’Arenaccia con arnesi atti allo scasso: 4 denunciati

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    Cronaca Giudiziaria

    Pubblicato
    11 ore fa circa (13:07)
    il
    24 Novembre 2020

    Napoli, sorpresi all’Arenaccia con arnesi atti allo scasso: 4 denunciati.

    Stanotte gli agenti dell’Ufficio Prevenzione Generale, durante il servizio di controllo del territorio, nel transitare in via Generale Francesco Pignatelli hanno notato un’auto con a bordo quattro persone che, alla loro vista, si sono allontanate per eludere il controllo.
    I poliziotti li hanno raggiunti e bloccati in piazza Nazionale ed hanno rinvenuto, nell’abitacolo della vettura, una centralina, due chiavi telecomando e diversi attrezzi atti allo scasso.

    I quattro, napoletani tra i 24 e 36 anni con precedenti di polizia, sono stati denunciati per ricettazione e per possesso ingiustificato di chiavi alterate o di grimaldelli e sanzionati per inottemperanza alle misure anti Covid-19 poiché circolavano oltre l’orario consentito.

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    Cronaca Giudiziaria

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    2 ore fa
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    24 Novembre 2020

    Bimbo morto al parco Verde di Caivano: processo per la madre e l’orco che uccise Fortuna.
    Il gup di Napoli, Luana Romano (21esima sezione) ha rinviato a giudizio, con l’accusa di omicidio volontario, Marianna Fabozzi, madre di Antonio Giglio, il bimbo di 4 anni precipitato dalla finestra di un’abitazione del Parco Verde di Caivano , il 28 aprile 2013. Insieme con la Fabozzi e’ stato rinviato a giudizio, per favoreggiamento, anche il suo ex compagno, Raimondo Caputo. Entrambi sono stati gia’ condannati in via definitiva per l’omicidio della piccola Fortuna Loffredo, morta 24 giugno 2014, dopo essere lanciata nel vuoto dallo stesso palazzo dove poco piu’ di un anno prima era caduto il piccolo Antonio Giglio.
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    Caputo, detto “Tito’”, venne condannato all’ergastolo; a Fortuna Fabozzi invece vennero inflitti dieci anni di carcere. Gennaro Giglio, padre del bambino, difeso dagli avvocati Sergio e Angelo Pisani, ha piu’ volte accusato la ex (Marianna Fabozzi) della morte di suo figlio Antonio. Secondo quanto riferito dalla madre, Antonio sarebbe precipitato dopo essersi sporto troppo dalla finestra nel tentativo di guardare un elicottero dei Carabinieri in volo. A riferire agli investigatori che Antonio Giglio non mori’ accidentalmente fu una donna che si disse testimone della tragedia: si tratta della sorella di Raimondo Caputo la quale riferi’ di avere visto, riflesso in uno specchio, Fortuna Fabozzi compiere l’insano gesto.
    Anche Raimondo Caputo ha accusato la sua ex compagna della morte del piccolo. Malgrado la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura di Napoli, il gip Pietro Carola, il 5 giugno 2019, decise per l’imputazione coatta di Marianna Fabozzi e di Raimondo Caputo, rispettivamente per omicidio volontario e favoreggiamento.

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    Tar sulla stessa linea del Comune: abbattere la statua del Santo patrono

    Va abbattuta la statua del Santo patrono. O meglio vanno demolite tutte le opere realizzate in piazza Duomo per realizzare un monumento in onore di San Lidano d’Antena.Lo ha deciso il Comune dopo un lungo tira e molla, tra autorizzazioni concesse e poi revocate, e ora lo ha stabilito pure il Tar, respingendo il ricorso di don Massimiliano Di Pastina, che da due anni sta cercando di realizzare davanti alla cattedrale uno spazio dedicato al Santo.
    I giudici amministrativi hanno respinto la richiesta del sacerdote, direttore dell’Archivio Capitolare della Cattedrale e del Museo Diocesano d’Arte Sacra di Sezze, di sospendere l’ordinanza con cui il Comune, il 4 settembre scorso, ha imposto la demolizione delle opere realizzate su area demaniale per l’installazione del monumento e per la riqualificazione della piazza del Duomo.
    Per il Tar, “il ricorso non appare sorretto dal requisito del fumus boni iuris, giacché l’attività edificatoria eseguita dal ricorrente sul demanio civico non appare sorretta da un valido titolo abilitativo“.
    Una vicenda che da due anni sta dividendo la città. Tra permessi concessi appunto e poi revocati, approfondimenti e fughe in avanti, fino a che la patata bollente è finita nelle mani del responsabile dell’ufficio tecnico comunale, Vincenzo Borrelli, che ha firmato l’ordinanza di demolizione e il ripristino dello stato dei luoghi, con lo sgombero delle aree di cantiere da persone e cose, per restituirle alla pubblica fruizione.
    Un abbattimento da realizzare entro trenta giorni.
    In caso contrario la demolizione sarà eseguita a cura del Comune e al sacerdote verranno poi addebitate le spese.
    Ma a questo punto non è escluso che don Massimiliano di Pastena decida di appellarsi al Consiglio di Stato.
    Il braccio di ferro attorno alla statua del patrono potrebbe essere ancora lungo e dagli esiti incerti.

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    Malasanità: 2 milioni e 700mila di risarcimenti per i casi di sei pontini

    In arrivo 2 milioni e 700mila di risarcimenti per i casi di 6 pontini residenti fra Cisterna, Sezze, Latina, Pontinia, Formia e Sabaudia, rimasti infettati decenni fa a causa di trasfusioni contaminate effettuate in ospedale. A renderlo noto è l’avvocato Renato Matterelli, specialista in casi di malasanità. Che rimarca: “Ci sono voluti complessivamente 266 anni di ritardi prima di essere risarciti”. “Finalmente, fra novembre 2020-gennaio 2021, una donna e 4 uomini in vita e uno deceduto (o meglio i suoi eredi) sono stati e saranno pagati dallo Stato italiano condannato dal Tribunale e dalla Corte di appello di Roma a risarcimenti per la cosiddetta ‘Epidemia silenziosa del sangue infetto’”, spiega il legale.
    Tra il 1972 e il 1982, i sei pontini vennero infettati da emotrasfusioni contaminate dal virus dell’epatite B e C durante ricoveri presso gli ospedali di Cori, Latina, Formia e un nosocomio del nord.
    “Una tragedia umana, sociale e sanitaria pontina che unisce fra loro persone che non si sono mai conosciute né incontrate nel decennio dei loro ricoveri, ricompreso a sua volta nel trentennio più drammatico della sanità italiana (metà degli anni ‘60 – ‘90)”, evidenzia Mattarelli.
    L’avvocato che ha seguito i casi – assistendo i pazienti ancora in vita e gli eredi dell’uomo deceduto, venuto peraltro a mancare di recente – ha concluso con il Ministero della Salute, condannato a risarcimenti per circa 3 milioni, accordi transattivi con una riduzione parziale del credito per 2 milioni e 700mila complessivi, di cui 800mila pagati nella prima settimana di novembre.
    “E’ stata una scelta difficile quella di consigliare ai propri assistiti di accettare un pagamento ridotto del 5-8 %”, commenta a riguardo l’avvocato Mattarelli. “Ma anche l’unica praticabile considerando i tempi biblici con cui lo Stato provvede spontaneamente al pagamento delle sentenze di condanna del Ministero della Salute per danni da trasfusioni di sangue infetto”.
    La tragedia dei 6 pontini, danneggiati irreversibilmente da virus patogeni (prevalentemente dall’HCV responsabile dell’epatite C) è maturata, fra gli altri, a distanza di decenni dagli anni ‘70-‘80 e in ospedali in alcuni casi di fatto dismessi. Questo ha creato notevoli difficoltà nella ricerca processuale delle schede trasfusionali e delle stesse cartelle cliniche necessarie per la verifica della genuinità o meno del sangue trasfuso.
    “Purtroppo quella dei 6 pontini è solo una piccola parte delle decine di migliaia di danneggiati in Italia da trasfusioni di sangue infetto nel periodo ricompreso fra metà degli anni ‘60-‘90”. Sono infatti centinaia le cause di risarcimento promosse dall’avvocato Mattarelli attualmente in corso in Italia, o concluse con una sentenza di condanna dello Stato a risarcimenti per contagi e decessi post-trasfusionali.
    “Molte di queste risguardano la responsabilità del Ministero della Salute per non aver vigilato nelle fasi della raccolta, conservazione e somministrazione di sangue per uso terapeutico degli ospedali di Latina e provincia”.

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    Automobilista al telefono, multa annullata perché i vigili erano in borghese

    Era stata sanzionata perché sorpresa a parlare al telefono mentre si trovava alla guida della propria autovettura, ma alla fine la multa è andata incontro all’annullamento. Il motivo? Ad elevare la contravvenzione, due agenti della polizia locale in borghese, privi quindi di segni di riconoscimento. Circostanza ritenuta illegittima, invalidando così tanto l’accertamento quanto l’annessa ammenda.A pronunciarsi in tal senso il Giudice di Pace di Fondi, esprimendosi sul caso di un’automobilista del posto incappata nel novembre del 2019 in un controllo della Municipale. Beccata da due vigili motociclisti mentre transitava lungo una delle strade d’accesso al centro urbano fondano, al termine del controllo posto in essere la donna tornò a casa con una multa da 165 euro elevata per aver violato l’articolo 173 del Codice della Strada, e con la decurtazione di 5 punti dalla patente di guida.
    Tutto annullato dalla sentenza in questione, le cui motivazioni sono state depositate in cancelleria nei giorni scorsi, in accoglimento del ricorso presentato per conto dell’interessata dall’avvocato Paolo Giuseppe Sotis. «Gli agenti preposti alla regolazione del traffico e gli organi di Polizia stradale (…), quando operano sulla strada, devono essere visibili a distanza mediante l’uso di appositi capi di vestiario o dell’uniforme», sottolinea il giudice Giovanni Pesce citando l’articolo 183 del Regolamento di attuazione del Codice della Strada e rifacendosi a quanto disposto dalla Corte di Cassazione nel 2008, successivamente ripreso nel 2012 dal Tribunale di Camerino.
    Gli agenti, insomma, dovevano essere palesemente tali anche agli occhi dell’automobilista di turno. In linea, rimarca il dottor Pesce, con la «la ratio dissuasiva, anziché repressiva» della normativa. In sostanza, dunque, nell’annullare l’atto il magistrato non si è espresso sulla contestazione in sé, bensì sulle modalità di accertamento della stessa. Con buona pace della polizia locale, peraltro “vicina di casa” del Giudice di Pace, essendo le rispettive sedi confinati.
    A margine della formalizzazione delle motivazioni, il legale della ricorrente ha voluto sottolineare una circostanza: «Faccio presente – evidenzia Sotis – che qui si contesta non solo la illegittimità del protocollo seguito dagli agenti, ma altresì si evidenzia il pericolo che si ingenera in chi guida vedendosi bussare al vetro della autovettura due perfetti sconosciuti su una moto che potrebbero sembrare malintenzionati».

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