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    Omicidio Cerciello Rega: chiesto l’ergastolo per i due americani

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    Ergastolo per entrambi gli imputati e un mese di isolamento diurno.

    È la pena chiesta dalla pm Maria Sabina Calabretta, durante la requisitoria, nel processo per l’omicidio del brigadiere Mario Cerciello Rega, nel quale sono imputati i due americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth.Il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega è stato ucciso la notte tra il 25 ed il 26 luglio del 2019. Secondo quanto ricostruito dal pm in sede di requisitoria il militare è stato raggiunto da 11 coltellate. “Un’arma micidiale”, ha sottolineato il magistrato nel chiedere l’ergastolo per i due imputati, i giovani statunitensi Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth.

    “Un uomo buono, un carabiniere di cui tutti hanno parlato, e’ stato ucciso. Un uomo che lavorava e due giovani uomini che volevano passare la serata come potevano. Lo ha detto anche Elder, cercavano cocaina”. E’ un passo della requisitoria del pm di Roma, Maria Sabina Calabretta, che alla corte d’assise ha chiesto di infliggere l’ergastolo ai californiani Finnegan Lee Elder e Cristian Gabriel Natale Hjorth, accusati dell’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri, Mario Cerciello Rega, ucciso a coltellate nel quartiere romano di Prati il 26 luglio 2019, mentre era in compagnia del collega Andrea Varriale, rimasto lievemente ferito nella colluttazione.

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    Aversa, sequestrato opificio clandestino che produceva sigarette elettroniche

    “Una aggressione, un attacco sproporzionato e micidiale: una azione univoca per uccidere, la finalita’ era uccidere”. Cosi’ il pm Maria Sabina Calabretta descrive le drammatiche fasi che hanno preceduto la morte di Mario Cerciello Rega, ucciso con 11 fendenti da Finnegan Lee Elder il 26 luglio del 2019 a Roma. Per il magistrato Cerciello “avrebbe potuto poco anche se armato e non lo era. La volonta’ di Elder era omicidiaria”.
    “È stata un’aggressione, un attacco violento, micidiale, sproporzionato. Poco avrebbe potuto fare per difendersi anche se fosse stato armato, ma non lo era. La finalità di quell’azione era unicamente uccidere”. Così ha detto il pm Calabretta nel corso della requisitoria con cui ha chiesto la condanna all’ergastolo per Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth. “Cerciello non avuto il tempo di elaborare nessuna difesa attiva. È stato ucciso con undici coltellate in meno di trenta secondi. Non c’è segno di un attacco di Cerciello o di un tentativo di strangolamento”, ha sottolineato ancora il magistrato. “Il passaggio alle spalle di soppiatto dei due carabinieri non è ragionevole. E il collega Andrea Varriale non è potuto intervenire” in soccorso di Cerciello “in quanto assorbito dalla colluttazione con Natale”. E poi rispetto alla ricostruzione: “I carabinieri si sono avvicinati frontalmente e non alle spalle di Elder e Natale”.

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    Consiglio comunale di Fondi: reintegrato Raniero De Filippis

    Reintegrato nel Consiglio comunale di Fondi Raniero De Filippis.Il candidato a Sindaco alle scorse elezioni, fu escluso in quanto occupava la carica di Dirigente regionale, condizione ritenuta incompatibile con la carica di consigliere comunale.
    Il Tribunale di Latina ha però accolto il ricorso presentato da De Filippis, che aveva rimosso l’incompatibilità stessa ponendosi in aspettativa non retribuita dalla Regione Lazio. 
    Il giudice ha così ritenuto di reintegrare De Filippis condannando contestualmente il Comune al pagamento di 10mila euro di spese.

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    “Ciappola” Di Silvio: “Si ripiglia come avevamo lasciato, pistola in pugno”

    Neppure anni di carcere sarebbero serviti a piegare il clan Di Silvio.Il principale desiderio di un esponente della famiglia nomade del calibro di Giuseppe Pasquale Di Silvio, detto Ciappola, protagonista della guerra criminale tra rom e non rom del 2010 e arrestato all’epoca, sarebbe infatti quello, una volta libero, di riprendere l’attività criminale, come e più di prima.
    Un progetto manifestato dallo stesso primogenito del presunto boss Armando “Lallà”, in un pizzino inviato all’interno del carcere di Viterbo all’amico Angelo Travali, detto “Palletta”, condannato nel processo Don’t touch e colpito di recente da una nuova misura cautelare nell’ambito dell’inchiesta “Reset”, in cui viene indicato come il capo dell’omonimo clan, in grado di controllare numerose piazze di spaccio e compiere estorsioni in serie.
    Poche righe scritte da “Ciappola” e inviate a Travali tramite un altro detenuto, un albanese, nel 2018.
    Il pizzino però è stato intercettato dalla polizia penitenziaria ed è finito al vaglio della Direzione distrettuale antimafia di Roma.
    “Si ripiglia come avevamo lasciato – ha scritto Giuseppe Pasquale Di Silvio a “Palletta” – pistola in pugno e si rientra in azione, moto e casco integrale, e annamo una bomba. Ma mo Ciappola si fa un po’ di rapine belle e poi casa, e poi casa mi faccio, e tutta una passeggiata per me, perché non c’ho paura”.
    Firmato “il tuo fratello più bello” e precisando: “Per il mio grande amore fraterno Palletta il tuo Ciappola”.
    Lo stesso Ciappola e i Travali, anche a Viterbo, avrebbero inoltre continuato a tormentare Roberto Toselli, già minacciato a Latina per farlo ritrattare nel processo Don’t touch.
    Il giovane, nel capoluogo pontino, provò a suicidarsi, e da quel dramma, scongiurato dalla Penitenziaria, prese il volo l’inchiesta “Alba Pontina”.
    Toselli, poi, terrorizzato, decise di non collaborare più con i magistrati, ma alla fine si è deciso nuovamente a parlare e ha riferito delle aggressioni e delle minacce subite nel carcere dell’alto Lazio.
    Nel solo processo “Caronte” Giuseppe Pasquale Di Silvio è stato condannato a tredici anni di reclusione, sperando però di uscire presto, tre anni fa il suo obiettivo sarebbe stato appunto quello di riprendere dove aveva lasciato, “pistola in pugno” e facendo “rapine belle”.

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    Spazi pubblici inaccessibili ai disabili, Comune condannato

    Seconda condanna per condotta discriminatoria ai danni di disabili.

    Dopo il caso degli accessi alle spiagge, questa volta il Comune di Sperlonga è stato condannato dal giudice civile del Tribunale di Latina, Roberto Galasso, per le barriere architettoniche presenti in piazza Fontana e sul belvedere Circeo.
    Il giudice ha condannato l’ente locale a realizzare le opere necessarie a rendere quei luoghi fruibili anche a chi è costretto a muoversi su una sedia a rotelle e a farlo entro sei mesi.

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    Quattro rapine in pochi giorni: arrivano tre condanne

    Quattro rapine in pochi giorni.Condannati dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Pierpaolo Bortone, gli imputati Giovanni Bernardi, Pietro Gioè e Francesco Castellese, accusati di aver seminato il terrore nel capoluogo pontino a febbraio dello scorso anno.
    Per loro condanne a 4 anni e 8 mesi di reclusione.
    Gli imputati, secondo gli inquirenti, sarebbero gli autori del colpo compiuto il 17 febbraio 2020 ai danni di un negozio di alimentari di via Sabotino.
    I malviventi, armati di pistola, col volto coperto e indossando abiti simili a quelli delle guardie giurate, costrinsero la proprietaria dell’attività commerciale a consegnare loro l’incasso.
    Per gli inquirenti, gli imputati sarebbero inoltre responsabili di una rapina compiuta lo stesso giorno ai danni di una tabaccheria in via Cisterna, nel corso della quale il titolare dell’attività venne anche picchiato col calcio di una pistola, per poi essere rapinato di denaro contante e sigarette.
    Gioè e Castellese sono stati infine accusati anche della rapina, compiuta qualche giorno prima, ai danni di una donna, privata di una borsa in cui custodiva mille euro, e di quella ai danni di un uomo, rapinato di un borsello contenente 3.500 euro.

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    Cricca degli appalti in Campania, processo per l’imprenditore Romeo

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    Napoli. Appalti pilotati in strutture pubbliche: processo per l’imprenditore Alfredo Romeo e per i politici coinvolti.

    Romeo, già coinvolto nell’inchiesta Consip, rinviato a giudizio dal Gup di Napoli per il filone napoletano, è accusato di essere stato “promotore e l’organizzatore” di un sistema in grado di condizionare appalti in strutture pubbliche e non, e di controllare la gestione di patrimoni immobiliari di pubbliche amministrazioni.
    Rinviato a giudizio per i reati contestati, tra i quali quello associativo, corruzione, millantato credito, evasione fiscale, frode in pubbliche forniture, prosciolto per alcuni capi minori. Rinvio a giudizio per l’ex parlamentare Italo Bocchino, l’ex governatore Stefano Caldoro e l’attuale dg dell’Asl Na1 Centro Ciro Verdoliva.

    Ad Alfredo Romeo e all’ex parlamentare di An Italo Bocchino, i pm nella fase delle indagini preliminari avevano contestato l’associazione per delinquere finalizzata a delitti contro la pubblica amministrazione, alla corruzione e alla turbata libertà degli incanti in relazione all’assegnazione e aggiudicazione di appalti relativi ai servizi di pulizia di edifici e strutture pubbliche​, ed altri servizi connessi con la formula del «global service», e alla gestione di patrimoni immobiliari di pubbliche amministrazioni. A Bocchino era contestato il ruolo di ‘organizzatore con il compito di provvedere alla pianificazione e alla gestione dell’attività’ nel corso delle indagini il ruolo dell’ex parlamentare si è mitigato. Il Gup, infatti, lo ha rinviato a giudizio per il reato di traffico di influenze, lo stesso reato contestato a Stefano Caldoro.

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    Aversa, sequestrato opificio clandestino che produceva sigarette elettroniche

    Prosciolto da alcuni reati “minori” Alfredo Romeo, tra cui quelli fiscali. L’ex presidente della Regione Campania Stefano Caldoro e’ stato rinviato a giudizio per traffico di influenze, insieme con l’ex parlamentare Italo Bocchino e con lo stesso Romeo. Prosciolti dalle accuse di corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio i tre agenti della Polizia di Stato Aniello Ippolito, Francesco D’Ambrosio e Elio Di Maro, difesi dall’avvocato Sergio Pisani. A giudizio invece due finanzieri. L’accusa di associazione per delinquere, tra le altre, viene contestata, insieme con la corruzione, anche a Ivan Russo, collaboratore storico di Romeo. Il reato di corruzione viene contestato anche a un dirigente di prima fascia del ministero della Giustizia, Emanuele Caldarera, all’epoca dei fatti con funzioni di Direttore generale per la gestione e manutenzione degli uffici ed edifici del complesso giudiziario di Napoli. Assoluzione, invece, per il funzionario del Comune di Napoli, Ciro Salzano, che e’ stato giudicato con il rito abbreviato.

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    Rinviato a giudizio anche Ciro Verdoliva, attuale direttore generale della Asl Napoli 1 Centro e, all’epoca dei fatti oggetto dell’indagine, direttore dell’Ufficio Economato dell’Azienda ospedaliera Cardarelli di Napoli. LEGGI TUTTO

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    Forniture e traffico di influenze, processo per l’imprenditore napoletano Romeo

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    Napoli.  Processo per l’imprenditore Alfredo Romeo nell’inchiesta della procura di Napoli per la gestione di forniture pubbliche.

    Romeo, già coinvolto nell’inchiesta Consip, rinviato a giudizio dal Gup di Napoli per il filone napoletano, è accusato di essere stato “promotore e l’organizzatore” di un sistema volto a controllare forniture e la gestione di patrimoni immobiliari di pubbliche amministrazioni.
    Rinviato a giudizio per i reati contestati, tra i quali quello associativo, millantato credito, frode in pubbliche forniture, assolto invece per la corruzione e prosciolto per due reati fiscali. L’imprenditore difeso dagli avvocati Carotenuto, Sorge e Vignola, è stato assolto con l’architetto Ivan Russo della Romeo Gestioni dall’unico reato di corruzione contestato. Rinvio anche a giudizio per l’ex parlamentare Italo Bocchino, l’ex governatore Stefano Caldoro e l’attuale dg dell’Asl Na1 Centro Ciro Verdoliva.

    Ad Alfredo Romeo e all’ex parlamentare di An Italo Bocchino, i pm nella fase delle indagini preliminari avevano contestato l’associazione per delinquere finalizzata a delitti contro la pubblica amministrazione, e alla turbata libertà degli incanti in relazione all’assegnazione e aggiudicazione di appalti relativi ai servizi di pulizia di edifici e strutture pubbliche​, ed altri servizi connessi con la formula del «global service», e alla gestione di patrimoni immobiliari di pubbliche amministrazioni. A Bocchino era contestato il ruolo di ‘organizzatore con il compito di provvedere alla pianificazione e alla gestione dell’attività’ nel corso delle indagini il ruolo dell’ex parlamentare si è mitigato. Il Gup, infatti, lo ha rinviato a giudizio per il reato di traffico di influenze, lo stesso reato contestato a Stefano Caldoro e allo stesso Romeo.

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    Aversa, sequestrato opificio clandestino che produceva sigarette elettroniche

    Prosciolti dalle accuse di corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio i tre agenti della polizia di stato Aniello Ippolito, Francesco D’Ambrosio e Elio Di Maro, difesi dall’avvocato Sergio Pisani. A giudizio invece due finanzieri. L’accusa di associazione per delinquere, tra le altre, viene contestata, anche a Ivan Russo, collaboratore storico di Romeo. Il reato di corruzione viene contestato a un dirigente di prima fascia del ministero della Giustizia, Emanuele Caldarera, all’epoca dei fatti con funzioni di Direttore generale per la gestione e manutenzione degli uffici ed edifici del complesso giudiziario di Napoli. Assoluzione, invece, per il funzionario del Comune di Napoli, Ciro Salzano, che e’ stato giudicato con il rito abbreviato.

    Rinviato a giudizio anche Ciro Verdoliva, attuale direttore generale della Asl Napoli 1 Centro e, all’epoca dei fatti oggetto dell’indagine, direttore dell’Ufficio Economato dell’Azienda ospedaliera Cardarelli di Napoli. Per Verdoliva il rinvio a giudizio riguarda la frode in pubbliche forniture, la rivelazione di segreto d’ufficio, il favoreggiamento, la falsità materiale, l’induzione a dare o a promettere utilità. Tra gli episodi a lui contestati, alcuni interventi manutentivi nella sua abitazione eseguiti da due dipendenti del titolare di una impresa che stava svolgendo lavori in subappalto nell’ospedale Cardarellii.

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    Peculato continuato sottratti 200mila euro al Comune di Valle di Maddaloni

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    Peculato continuato sottratti 200mila euro al Comune di Valle di Maddaloni. Sequestro beni a un funzionario.

    I Carabinieri del Comando Stazione Carabinieri di Valle di Maddaloni, all’esito di prolungate attività d’indagine, dirette dalla Procuratore della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, hanno dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo, emesso dal GIP del locale Tribunale, di 2 conti correnti accesi presso altrettanti istituti di credito nonché di 2 villette site nel Comune di Valle di Maddaloni, il tutto del valore complessivo pari a 200.000 euro circa, nei confronti di Pasquale Saccone, già funzionario dell’area finanziaria e del servizio economato di quel Comune e, successivamente ai fatti in questione, licenziato da quell’Amministrazione.

    L’attività investigativa avviata a luglio 2019, anche attraverso attività tecnica ed info-investigativa, aveva consentito di disvelare l’attività illecita posta in essere dal citato dirigente il quale, avendo per ragioni del suo ufficio o servizio la disponibilità di denaro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, se ne appropriava per un importo complessivo pari a 164.534,00 euro, nell’arco temporale dal 2010 al 2019 (ipotesi delittuose riconducibili nell’ambito delle fattispecie incriminatrici del peculato continuato). Tale situazione ha contribuito a determinare la forte posizione debitoria in cui versa quell’Ente, attualmente in dissesto finanziario.

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    Aversa, sequestrato opificio clandestino che produceva sigarette elettroniche

    Nella fattispecie la condotta criminosa dell’indagato si concretizzava mediante l’accensione di finanziamenti personali, omettendo di applicarne le relative trattenute sulla propria retribuzione mensile; premi non dovuti e false maggiorazioni degli importi relativi alla propria retribuzione mensile; l’indebita appropriazione dei fondi destinati alle spese dell’economato.In ultimo, nel luglio del 2020, al fine di non restituire la somma di denaro sottratta al Comune negli anni, l’indagato fingeva di separarsi legalmente dalla moglie, alla quale trasferiva tutti i suoi immobili. Il Gip accogliendo la richiesta della Procura, dava atto della natura simulata di tale trasferimento e disponeva il sequestro di due villette, in caso di incapienza dei conti correnti intestati al dipendente pubblico infedele. Nominava, altresì, un amministratore giudiziario, al fine di procedere alla gestione dei beni. LEGGI TUTTO

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    Sanità privata & Covid, la Corte dei conti indaga sulla Campania: danno per 18 milioni

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    Un danno erariale da 18 milioni di euro e pagamenti evitati per 29 milioni 916mila euro: indagine della Corte dei Conti sulle cliniche private della Campania ‘ingaggiate’ per l’emergenza coronavirus.
    L’inchiesta è ancora in corso ed è stata svelata dal procuratore regionale Maurizio Stanco nella sua relazione, redatta per l’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti della Campania. La vicenda dell’attività di controllo della Corte dei Conti trae origine dalla trasmissione alla procura contabile, nel maggio 2020, di un report economico-finanziario relativo al contributo della sanità privata all’emergenza epidemiologica dettata dalla diffusione del Covid-19. Sulla base del report, è stata formulata l’ipotesi di danno erariale alla luce della avvenuta stipula di un contratto tra la Regione Campania e l’Aiop Campania(Associazione italiana ospedalità privata), il 28 marzo 2020 per fronteggiare l’emergenza Covid-19, che prevedeva “condizioni contrattuali foriere – spiega Stanco – della corresponsione di notevoli flussi finanziari dalla Regione alle cliniche convenzionate a prescindere dal valore della reale produzione, vale a dire dalla necessaria previa verifica degli interventi di cura Covid effettivamente svolti, in maniera del tutto forfettizzata e senza prevedere l’obbligo della rendicontazione delle attività svolte”.

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    Aversa, sequestrato opificio clandestino che produceva sigarette elettroniche

    L’ufficio requirente ha proceduto al rilascio di delega per accertamenti istruttori alla guardia di finanza-nucleo di polizia economico-finanziaria, e nell’informativa acquisita è stato evidenziato come nel periodo (marzo-aprile 2020) le case di cura hanno emesso fatture illegittime in quanto comprensive, oltre che della remunerazione, su base mensile, della prestazione effettivamente resa, anche del compenso riconducibile a prestazioni mai rese. Per ciascuna Azienda sanitaria si è proceduto alla quantificazione per i mesi di marzo e aprile 2020, delle somme spettanti per prestazioni rese per i ricoveri ospedalieri di pazienti Covid; degli importi fatturati a titolo di acconto mensile del budget di struttura riconducibile all’accordo del 28 marzo e al seguente addendum del 3 aprirle. L’impulso istruttorio della procura e la conseguente attività della polizia delegata hanno consentito di evitare la corresponsione degli importi fatturati per il mese di aprile, e si è pervenuti così, per ciascuna Asl alla individuazione delle somme illecite corrisposte e somme illecite non corrisposte. Il danno erariale è stato quantificato in 18.056.582,12 di euro, mentre le somme di cui si è evitato il pagamento è di 29.916.567,26 di euro.

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    Clan D’Alessandro: chiesti 300 anni di carcere

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    La mannaia della Dda si abbatte sul clan D’Alessandro dopo 30 anni: trecento anni di carcere.
    E’ questa la richiesta complessiva nei confronti di una ventina di imputati del vecchio processo Sigfrido che ieri mattina ha formulato il pm Giuseppe Cimmarotta nel corso della sua requisitoria davanti al Tribunale di Torre Annunziata. I reati contestati risalgono agli anni ’90, e tra l’altro alcuni capi d’imputazione sono vicini alla prescrizione. Il processo si era già celebrato con pesanti condanne arrivate nel 2004 ma cancellate dalla Cassazione nel 2010, che inviò nuovamente tutti gli atti alla Procura Antimafia di Napoli per ripartire dall’udienza preliminare perché non si era mai stata celebrata.

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    In questo processo quasi tutti i collaboratori di giustizia hanno deciso di non testimoniare in aula. Le pene più severe sono state chieste per i due indicati come i capi delle due fazioni che in quel periodo si affrontarono a suon di morti eccellenti.
    Il pm ha chiesto infatti 30 anni di carcere ciascuno per Pasquale D’Alessandro primogenito del defunto boss e fondatore del clan Michele D’Alessandro e Raffaele Di Somma detto o’ ninnillo che era stato fino a quel momento uno dei killer più “prolifici” della stessa cosca di Scanzano. Chiesta invece la condanna a 20 anni ciascuno per Luigi Vitale o’ mariuolo, Francesco Apadula o’ muss, l’imprenditore Ciro Castellano detto Cirillino che da anni si è rifugiato in Romania dove insieme con il fratello gestisce locali notturni, e poi ancora Antonio Rossetti ’o guappone, Carmine Caruso e Alfonso Sicignano.

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    Per Ernesto Mas, partente di Di Somma la richiesta è stata di 17 anni di reclusione, e 16 anni per il pentito Ciro Avella. Chiesta ancora la condanna a 10 anni per Antonio Nocerino, infine 7 anniciascuno per Michele Abruzzese, Nicola Martinelli, Maurizio Del Sorbo e Luigi Polito. Nelle prossime tre udienze la parola passa agli avvocati difensori. LEGGI TUTTO

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    Stabilimento La Vela, sequestro “blindato” dal Riesame

    “Emerge chiaramente che i pareri favorevoli che hanno preceduto la Scia, e quindi la realizzazione delle opere, non solo sono stati conseguiti sulla base di presupposti erronei, ma non si riferiscono nemmeno alle opere per come realmente eseguite”.Queste alcune delle motivazioni, appena depositate, in base alle quali il Tribunale del Riesame di Latina ha confermato il sequestro dello stabilimento balneare “La Vela”, di Terracina, respingendo il ricorso dell’imprenditore Vincenzo Costagliola.
    Il 23 dicembre scorso gli investigatori del locale Ufficio circondariale marittimo, su disposizione del procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e dei sostituti Giuseppe Miliano e Valerio De Luca, hanno apposto i sigilli al cantiere edile nell’area dell’attività balneare, in viale Circe, dove era in corso la costruzione di un nuovo lido.
    Un blitz scattato dopo gli accertamenti compiuti a seguito di segnalazioni fatte da alcuni cittadini e soprattutto dal Circolo Legambiente Terracina.
    Le guardie costiere si sono concentrate sulle innovazioni attuate dal concessionario dell’area demaniale marittima, tese ad un ampliamento volumetrico delle superfici coperte di oltre l’800%, nonché altri interventi di nuova costruzione.
    Eseguito il sequestro, è iniziato poi l’esame dei titoli abilitativi edilizi e demaniali ed è stata analizzata la mancanza delle previste autorizzazioni paesaggistiche per l’intervento.
    “Le difese – viene specificato nell’ordinanza emessa dal Riesame – hanno sostanzialmente ammesso, pur negando che ciò comportasse un aumento di volumetria, che la società committente ha concretamente occupato un’area molto maggiore rispetto a quella assentita”.
    Per i giudici, infine, non si può affermare che l’indicazione di una particella catastale diversa da quella nella quale è stata costruita la struttura incriminata rappresenti un mero errore materiale, quando quest’ultima particella, diversamente da quella indicata in Scia, risulta ricompresa nel Piano territoriale paesistico, a cui si riferisce la tavola dei vincoli richiamati nel Piano di utilizzazione degli arenili, con la conseguenza, in base alle relative previsioni, che in tale area le uniche attività consentite sono interventi edilizi su manufatti esistenti, purché regolarmente autorizzati, con la condizione che non comportino aumenti delle cubature, superfici utili, altezze e sagome d’ingombro attuali, a condizione che siano compatibili con le finalità del Ptp di conservazione ed eventuale potenziamento della vegetazione esistente, e di protezione ed eventuale ripristino della duna litoranea e della relativa vegetazione.

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    Camorra, non erano al soldo del clan: assolti 3 carabinieri di Secondigliano

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    Erano stati accusati da un collega di essere “stipendiati dal clan degli scissionisti”, i tre carabinieri che oggi il collegio B della prima sezione del Tribunale di Napoli ha assolto con la formula “il fatto non sussiste”.
    Gli appuntati Giuseppe Lisco, Andrea Corciulo e Giuseppe Costanzo, all’epoca dei fatti contestati in servizio presso nella stazione dei carabinieri di Napoli-Marianella, erano stati accusati di corruzione aggravata dopo le dichiarazioni rese da un loro collega, il vice brigadiere Mario Tomarchio, il quale riferi’ che, come lui, anche i tre appuntati erano stipendiati dal clan degli scissionisti di Secondigliano. Un’accusa che Tomarchio ritratto’, nel corso di un’udienza del processo che risale al 4 aprile di due anni fa (2019), durante la quale affermo’ di essersi inventato tutto per ottenere uno sconto di pena: “quei tre carabinieri non hanno preso un soldo dal clan”, disse.

    L’ex vice brigadiere Tomarchio, invece, era stato condannato a 12 anni di reclusione e venne chiamato dagli inquirenti della DDA a deporre al processo per corruzione aggravata. Oggi la sentenza, e soprattutto la formula con la quale sono stati assolti, riabilita i tre carabinieri. L’assoluzione peraltro era stata chiesta anche dal sostituto procuratore di Napoli Vincenza Marra. “Oggi, per questi tre innocenti Carabinieri, si conclude un incubo durato 12 anni”, ha detto il legale dei militari, l’avvocato Bruno Cervone, dopo la lettura della sentenza.

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    Aversa, sequestrato opificio clandestino che produceva sigarette elettroniche

    “Abbiamo sempre ribadito e dimostrato, – ha aggiunto il legale – nel corso del dibattimento, la nostra innocenza fornendo documentali, oggettive ed inequivocabili confutazioni alle accuse rivolte ai miei assistiti”. “Basti pensare che, – ha detto ancora Cervone – alla fine dell’iter processuale, e’ stata la Procura stessa a chiedere l’assoluzione. Sono felicissimo per i miei assistiti e auguro loro di poter ritrovare presto la serenita’ perduta per aver vissuto, da innocenti, un interminabile incubo durato piu’ di un decennio”.
    Un incubo iniziato dodici anni fa, quando un loro collega carabiniere, il vice brigadiere Mario Tormarchio, li aveva accusati di essere al soldo della camorra e, in particolare, stipendiati dal clan degli scissionisti di del quartiere di Secondigliano a Napoli, come lo era lui da tempo.

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    Tutto nasce dalle accuse di Tomarchio, arrestato e condannato a 12 anni per corruzione aggravata. Aveva detto che come lui, anche tre dei suoi colleghi (gli appuntati Giuseppe Lisco, Andrea Corciuolo e Giuseppe Costanzo) prendevano soldi dagli Amato-Pagano in cambio di soffiate. Ma nel corso dell’udienza del 4 aprile 2019 ritratto’ ogni accusa che aveva formulato, dicendo che lo aveva fatto perche’ pensava cosi’ di avere uno sconto di pena. LEGGI TUTTO