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    Camorra, sequestro beni a 2 imprenditori di Marano

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    Camorra. La Direzione Investigativa Antimafia ha eseguito un decreto di sequestro emesso dal Tribunale di Napoli – Sezione per l’Applicazione delle Misure di Prevenzione -, su proposta del Procuratore della Repubblica di Napoli, nei confronti di due imprenditori edili di Marano di Napoli.
    Gli accertamenti patrimoniali svolti dalla DIA, delegati dalla Procura della Repubblica di Napoli, sull’intera famiglia, sono stati avviati a seguito dell’approfondimento di segnalazioni di operazioni finanziarie sospette che hanno consentito di individuare beni in denaro non ancora oggetto di misure patrimoniali definitive e, quindi, potenzialmente esigibili dagli intestatari.
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    E dei figli, successivamente condannati con sentenze irrevocabili perché ritenuti responsabili di aver partecipato dal 1990 fino al 2008 all’associazione camorristica denominata clan Polverino; nel giugno del 2020 il Tribunale di Napoli, su richiesta del Procuratore della Repubblica, ha emesso un primo decreto di sequestro di prevenzione che ha riguardato il patrimonio accumulato dalla famiglia imprenditoriale per un valore stimato in 10 milioni di euro.
    I beni oggetto della misura ablativa patrimoniale hanno riguardato diversi immobili, tra cui anche una scuola e le società di costruzione utilizzate dagli stessi per commettere i reati contestati.
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    Camorra: condanne per 120 anni di carcere al clan Senese

    Camorra, condanne per oltre 120 anni di carcere sono state decise nei confronti di una ventina di presunti membri del clan dei Senese attivo a Roma. I reati contestati, a seconda delle singole posizioni, vanno dall’estorsione all’usura, dal riciclaggio al trasferimento fraudolento dei valori. Nei confronti di alcuni imputati è attribuita l’aggravante di avere agito […] LEGGI TUTTO

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    L’operaio custode delle mazzette e gli imprenditori indagati

    I 350mila euro delle mazzette erano divisi in due borsoni. Servivano a pagare- secondo la Procura di Napoli-tangenti per accaparrarsi appalti nel settore dei rifiuti. Al centro dell’inchiesta c’è la società Teknoservice di Giugliano, già coinvolta in altre inchieste e i cui mezzi furono incendiati qualche anno fa nella sede di Mugnano di Napoli. Non […] LEGGI TUTTO

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    Casoria, omicidio dell’innocente Antimo Giarnieri: a processo killer e 4 complici

    Casoria. Ucciso per uno scambio di persona la Dda di Napoli chiede il rinvio a giudizio per killer e complici che  la sera dell’8 luglio del 2020 uccisero il 19enne incensurato Antimo Giarnieri e ferirono gravemente un suo amico. Con l’accusa di omicidio  e altri reati la Dda ha chiesto di processare Tommaso Russo ritenuto […] LEGGI TUTTO

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    Casoria, operaio morto sul cantiere delle Ferrovie: chiesto il processo per 6 persone

    La Procura di Benevento chiede il processo per sei persone, tra cui un alto dirigente Rfi, per l’operaio morto Tommaso De Luca, 58enne di Casoria

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    Operaio morto su un cantiere Rfi di Benevento: fu mandato a lavorare a quattro metri di altezza senza casco protettivo, senza dispositivi e imbracature di sicurezza, senza parapetti e nonostante fosse inidoneo a svolgere lavori in quota.
    Sono innumerevoli e gravi le violazioni alle più elementari norme antinfortunistiche portate alla luce dall’inchiesta sull’ennesima, evitabile morte bianca, quella dell’appena 58enne Tommaso De Luca, per la quale ora, a conclusione delle indagini preliminari, la Procura di Benevento ha chiesto sei rinvii a giudizio: una tragedia aggravata dal fatto di essere accaduta in un contesto “pubblico”, un cantiere di Rfi, Rete Ferroviaria Italiana, che vede anche un proprio funzionario tra i sei imputati che dovranno comparire in aula per rispondere del reato di omicidio colposo il 4 aprile 2022.
    Si avvicina dunque il momento della verità e della giustizia per la moglie e i quattro figli della vittima che, per essere assistiti, tramite l’Area manager Luigi Cisonna, si sono affidati a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, in collaborazione con l’Avv. Aldo Maria Fornari.
    De Luca, di Casoria, dipendente dell’impresa edile R.e.m. Srl di Benevento, il 3 febbraio 2020 era impegnato con dei colleghi in un cantiere nella stazione di Benevento per realizzare un fabbricato destinato ad “Apparato computerizzato centrale”, quand’è precipitato dal solaio dell’edificio in costrizione da un’altezza di 3,73 metri: caduta che non gli ha lasciato scampo, è deceduto sul colpo. Il Pubblico Ministero della Procura beneventana, dott.ssa Maria Colucci, ha aperto un procedimento penale, prima contro cogniti e poi spiccando i primi avvisi di garanzia, sette, e ha disposto l’autopsia, incaricando il medico legale dott. Massimiliano dell’Aquila: alle operazioni peritali ha partecipato anche la dott.ssa Natascha Pascale come consulente di parte dei familiari del lavoratore, messa a disposizione da Studio3A.

    Le conclusioni del Ctu hanno fugato ogni dubbio sulla causa del decesso, dovuto “in tutto e per tutto” al grave trauma cranico riportato in seguito alla perdita d’equilibrio e alla caduta a testa all’ingiù dall’impalcatura: le indagini istologiche hanno escluso che la morte possa essere stata causata da un precedente malore. Per inciso, le analisi tossicologiche hanno altresì evidenziato la totale assenza di alcool e sostanze stupefacenti nel sangue della vittima, nulla che potesse comprometterne lo stato di attenzione: l’operaio era “pulito”, in condizioni psicofisiche perfette.
    Dunque, la sua tragica fine è stata dovuta unicamente al volo di sotto che però si sarebbe potuto e dovuto evitare se solo fossero state rispettate le normative. L’inchiesta, condotta con l’ausilio in primis degli ispettori del servizio di Igiene e Medicina del Lavoro dell’Asl beneventana, ha rilevato in quel cantiere le più svariate lacune e omissioni, per le quali sono già state sanzionate con provvedimenti amministrativi e ammende pecuniarie le imprese coinvolte, Rfi compresa, e in forza delle quali il Sostituto Procuratore ha chiesto il processo per sei persone, tutti accusati del reato omicidio colposo in concorso, aggravato dal fatto di essere stato commesso con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, per aver causato “la morte di Tommaso De Luca il quale, privo del casco e dei sistemi di sicurezza previsti per i lavoratori in quota, cadeva dal solaio del fabbricato” per citare l’atto del magistrato.
    Al suo datore di lavoro, Emilio Russo, 64 anni, di Villaricca, legale rappresentate della R.e.m., si imputa di aver omesso “di dotare il fabbricato, e in particolare il costruendo solaio di piano, su tutti i lati verso il vuoto, di normali e robusti parapetti e cioè di protezioni contro le cadute dall’alto, alte almeno un metro”; di dotare i lavoratori che eseguivano lavori in quota di “dispositivi e imbracature di sicurezza” e di allestire “linee vita da collegarsi alle stesse”; di “impiegare sistemi di accesso e posizionamento mediante funi alle quali il lavoratore fosse direttamente sostenuto”; di fornire agli addetti “necessari e idonei dispositivi di protezione individuale e dunque casco protettivo e imbracature di sicurezza”; di non aver tenuto conto, nell’affidare i compiti ai dipendenti, “delle capacità e delle condizioni degli stessi in rapporto alla loro salute e sicurezza”.
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    De Luca eseguiva lavori in quota pur avendo “una limitazione sul giudizio d’idoneità fisica alla mansione a non eseguire lavori in altezza” da parte del medico dell’azienda. Oltre a Russo, è stato chiesto il rinvio a giudizio anche per un altro dipendente dell’impresa, Pasquale Moccia, 58 anni di Cardito , per non aver vigilato, nella sua funzione di “preposto” sull’osservanza degli obblighi di legge nel cantiere e non aver segnalato al titolare queste gravi lacune.
    Ma R.e.m. era solo l’ultima ruota, la ditta subappaltatrice dei lavori: responsabilità altrettanto gravi sono state riscontrate ai “livelli superiori” sul piano del doveroso controllo e verifica dell’applicazione del piano generale di sicurezza e coordinamento e relative procedure, della congruità del piano di sicurezza dell’impresa esecutrice, della realizzazione delle protezioni collettive come i parapetti o della consegna ai dipendenti dei dispositivi di protezione individuale, dai caschi alle imbracature.
    E’ stato quindi chiesto il processo anche per Marco Cerullo, 60 anni, di Latina, funzionario di Rfi, quale responsabile del procedimento e dei lavori in questione, e, a cascata, per Luigi Tamantini, 45 anni, di Casoria, libero professionista incaricato da Rfi nella sua qualità di coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione; per Vincenzo Tucci, 55 anni, di Casoria, come legale rappresentante della società “Centro Meridionale Costruzioni srl” affidataria nonché mandataria e firmataria dell’accordo quadro di appalto tra Rfi e il Rti, il Raggruppamento Temporaneo di Imprese che se l’era aggiudicato; infine per Mario Filosa, 70 anni, di Itri, quale legale rappresentante della Macfer srl mandante del Rti ed esecutrice dei lavori, poi subappaltati alla R.e.m.
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    Riscontrando la richiesta del Pm, il Gup, dott.ssa Gelsomina Palmieri, ha fissato l’udienza preliminare del processo per il 4 aprile 2022, alle 10.45, nel palazzo di Giustizia di Benevento: un processo da cui i familiari della vittima e Studio3A si aspettano che vengano chiarite e adeguatamente punite tutte le responsabilità, nella speranza che questo punto fermo dell’inchiesta porti anche le imprese coinvolte ad assumersi le proprie, di responsabilità, sul piano risarcitorio. LEGGI TUTTO

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    Castellammare: 3 indagati per la morte della skipper

    Sarà l’autopsia, che si svolgerà in mattinata, a stabilire le cause della morte della skipper Giulia Maccaroni avvenuta per asfissia a bordo di una barca a Marina di Stabia cinque giorni fa.
    Intanto ieri la Procura di Torre Annunziata, come atto dovuto per lo svolgimenti dell’esame autoptico, ha notificato 3 avvisi di garanzia. Indagati per omicidio colposo i responsabili della sicurezza del veliero sono il comandante, l’armatore e la società di noleggio. Per i magistrati non è stata una tragedia.

    Giulia Maccaroni per circa 30 minuti avrebbe respirato il fumo prodotto dal bruciare di resina, plastica e legno che l’ha condotta verso uno stato di incoscienza, fino alla morte. La giovane donna romana era nella cabina e quel mix di veleni le sarebbe entrato nei polmoni mentre dormiva.
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    Secondo quanto è emerso fino ad ora nel corso delle indagini condotte dagli uomini della Capitaneria di porto di Castellammare di Stabia coordinati dal comandante Achille Selleri, ci sarebbe stato un corto circuito all’interno della barca, che potrebbe avere innescato il rogo. Poi a compiere la tragedia ci avrebbero pensato le fiamme e il fumo. LEGGI TUTTO

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    Nola, i familiari di Michele Siciliano chiedono risposte sull’incidente fatale al giovane e sul “falso” certificato di morte

    Nola. Com’è morto Michele Siciliano? E com’è stato possibile sbagliare il suo certificato di morte? Chiedono risposte dalla giustizia i familiari del giovane di appena 31 anni di Camposano deceduto la notte del 2 agosto 2021 in seguito ai postumi di un grave incidente stradale dai contorni ancora tutti fa chiarire e per questo, attraverso il consulente legale Vincenzo Carotenuto, si sono affidati a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini.
    Ad ora uno del pochi ma fondamentali punti fermi della lunga “Via Crucis” di Michele, conosciutissimo e ben voluto da tutti non solo nel suo paese ma in tutta la zona (il suo destino ha destato unanime e profonda commozione), è che il trentunenne, la sera del 20 giugno, attorno alle 21, mentre percorreva l’autostrada A30 al km 24+700 in località Palma Campania con la sua moto per fare ritorno a casa dopo una giornata trascorsa al mare, non ha perso autonomamente il controllo del veicolo finendo contro il guardrail, come era stato riferito da più di qualcuno: Siciliano che, ironia del destino, lavorava presso una scuola guida come esaminatore, che le patenti le rilasciava e quindi il codice della strada lo conosceva molto bene, era il suo mestiere, è rimasto vittima di uno scontro a tutti gli effetti con una vettura il cui giovane conducente ha un nome e cognome, P. C., 27 anni, di Capodrise (Caserta), e, soprattutto, è indagato per il reato di omicidio stradale dal Pubblico Ministero della Procura di Nola titolare del relativo procedimento penale, il dott. Arturo De Stefano.
    Anzi, dalle poche e frammentarie notizie, sarebbe stato proprio l’automobilista, spostandosi improvvisamente in corsia di sorpasso, a tagliare la strada e a urtare con violenza la motocicletta della vittima che quella corsia l’aveva già impegnata e lo stava superando.
    Il resto invece, purtroppo, è tristemente noto. Siciliano rovinando sull’asfalto ha riportato politraumi gravissimi, svariate fratture e lesioni agli organi interni: è stato trasportato prima al Santa Maria della Pietà di Nola e poi trasferito, in ragione del suo pesante quadro clinico, all’ospedale del Mare di Napoli, ha subìto diversi interventi chirurgici, ha lottato per oltre quaranta giorni di anche lucida agonia, tra momenti di sconforto e momenti in cui invece pareva potesse farcela, finché alle 2.20 del 2 agosto il suo cuore si è arreso, gettando nella disperazione i suoi cari e i tantissimi amici.
    Non bastasse, la mamma e il fratello hanno dovuto vivere il secondo shock del “blocco” del funerale in quanto gli agenti del distaccamento di Nola della Polizia Stradale, che avevano rilevato il sinistro e seguito tutta la vicenda, e che peraltro sarebbero stati avvisati in ritardo dall’ospedale del Mare del decesso, per puro caso – e per fortuna – si sono accorti che nel certificato di morte, con annessa attestazione per la cremazione, il medico estensore, in servizio quella notte presso il reparto di Rianimazione, aveva escluso che essa potesse essere “conseguenza di un reato qualsiasi”, laddove invece Siciliano era chiaramente deceduto in seguito a un sinistro stradale su cui vi era già un fascicolo aperto in Procura.
    Grazie all’intervento dei poliziotti, la salma è così rimasta ancora per qualche giorno a disposizione dell’autorità giudiziaria che, altrettanto opportunamente, ha subito disposto l’autopsia, essenziale non solo e tanto per chiarire le cause del decesso, ovviamente riconducibile direttamente alle conseguenze dell’incidente, ma soprattutto per escludere, visto il notevole lasso di tempo intercorso tra il sinistro e la morte, qualsiasi responsabilità dei medici che l’hanno avuto in cura e anche per trarre, dall’accertamento delle lesività, elementi utili alla ricostruzione della dinamica dello scontro. L’esame è stato effettuato il 4 agosto dal medico legale incaricato dal Pm, il dott. Massimo Esposito.
    Il dottore che ha redatto il certificato “incriminato”, A. D. L., 43 anni, di Napoli, è stato a sua volta denunciato per falso in atto pubblico e omissione di atti di ufficio e anche qui i congiunti di Siciliano contano che si vada fino in fondo per accertare quest’ulteriore e dolorosa coda della vicenda e per capire se si sia trattato, come vogliono sperare, di un mero errore e come sia potuto accadere. Fermo restando, naturalmente, che ora ciò che più preme ai parenti della vittima è che sia fatta piena luce sulle cause e le responsabilità dell’incidente e in tal senso auspicano che il Sostituto Procuratore possa disporre anche una perizia cinematica ad hoc, nel qual caso Studio3A metterebbe subito a disposizione un proprio esperto come perito di parte per la famiglia per partecipare alle operazioni peritali. LEGGI TUTTO

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    Poggiomarino, volevano uccidere il rivale: arrestati i fratelli Amoruso

    Poggiomarino. Avevano pianificato l’omicidio di Raffaele Carrillo. I Carabinieri arrestano 3 persone appartenenti al nuovo gruppo criminale guidato dall’ex pentito Carmine Amoruso.
    Stamane presso il carcere di Napoli – Secondigliano, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata hanno dato esecuzione ad una ordinanza di Custodia Cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Napoli – Ufficio GIP – in data 12 agosto 2021 nei confronti di Carmine Amoruso, classe ’83, Marco Amoruso, classe ’93 e Luca Garante, classe ’98 – tutti pregiudicati di Poggiomarino ed appartenenti ad un gruppo criminale di neo-formazione capeggiato dall’ex collaboratore di giustizia  Carmine Amoruso, già appartenente al clan Giugliano capeggiato da Antonio Giugliano o’ Sauriello.
    Tutti accusati di ricettazione e porto e detenzione di armi da fuoco comuni e da guerra, aggravati dalla finalità mafiose di esperire un radicale controllo del territorio nell’area di Poggiomarino anche attraverso l’esecuzione di un omicidio, pianificato nei riguardi di Raffaele Carrillo, classe ’83, appartenente alla rivale consorteria criminale capeggiata da  Rosario Giugliano ed operante, parimenti, a Poggiomarino.
    L’ordinanza di custodia cautelare eseguita, ratifica ed avvalora il decreto di fermo, emesso in data 30 luglio 2021 dalla Procura della Repubblica di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti dei soggetti citati, ed eseguito in pari data dai militari dell’Arma, confermando la solidità degli elementi raccolti in fase investigativa in relazione a tutti i reati contestati, non ultima l’aggravante del metodo mafioso.
    Il provvedimento di fermo scaturiva da un’articolata attività d’indagine, condotta dal Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che aveva permesso di raccogliere plurimi elementi indiziari in ordine alla pianificazione, da parte degli AMORUSO, dell’omicidio di CARRILLO Raffaele responsabile, secondo gli stessi AMORUSO, di voler eseguire azioni di fuoco nei loro confronti.

    Il piano omicidiario degli Amoruso è stato sventato dalla tempestiva individuazione delle fonti di prova in ordine alla raccolta delle armi ed alla rapida emissione del provvedimento di fermo che ha di fatto impedito, anticipandola, la realizzazione dell’azione di fuoco.
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    Per tale ultima azione, infatti, gli odierni indagati avevano già recuperato  2 fucili, posti in sequestro a seguito di perquisizione domiciliare, e  2 pistole – una semiautomatica marca Steyr cal. 40 ed un revolver marca Smith & Wesson cal. 38 special – cadute in sequestro nel corso della perquisizione eseguita dai militari presso l’abitazione degli Amoruso in sede di esecuzione del fermo. LEGGI TUTTO

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    Napoli, ‘derubò’ un paziente morto di covid: infermiere a processo

    Lettere. Mentre il Covid uccideva un paziente, un infermiere faceva sparire i suoi oggetti più preziosi.
    L’accusa dalla quale dovrà difendersi B. B., caporeparto dell’ospedale Monaldi di Napoli è appropriazione indebita. Ma dietro la fredda declinazione di un reato del codice penale c’è una storia che ha aggiunto solo dolore al dolore di due giovani ragazzi che hanno perso il papà a causa del mostro Covid.
    B. B., secondo l’accusa, si appropriò di soldi, oro e computer di un paziente morto di Covid ricoverato nel reparto dove lavorava.
    Una richiesta di rinvio a giudizio per peculato è quella che dovrà affrontare B. B., 61 anni di Mugnano di Napoli, difeso dall’avvocato Luigi Marrone.
    E’ una delle storie riprovevoli che la pandemia ha prodotto e che ora sarà al vaglio del giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Napoli, il prossimo 14 settembre.
    Secondo l’accusa, B. B. infermiere caporeparto dell’ospedale Monaldi di Napoli, si sarebbe appropriato di 150 euro, una collanina d’oro, un rosario, un cristallo e di un computer di Bartolomeo Sorrentino,  ricoverato per un mese circa nel reparto Covid dell’ospedale napoletano e poi deceduto.
    Mentre Sorrentino, noto architetto originario di Lettere in provincia di Napoli e conosciuto a Castellammare e dintorni, lottava contro il mostro – isolato in un letto d’ospedale, lontano dai suoi affetti più cari – gli oggetti che aveva portato con sè in ospedale sparirono.
    A denunciare quanto avvenne pochi giorni prima di Natale dello scorso anno: i figli del defunto. Niccolò e Lorenzo Sorrentino, due giovani di 28 anni, già distrutti dal dolore per la perdita del papà, dovettero constatare che in ospedale erano spariti anche quelle poche cose che valevano oltre il valore pecuniario. Erano un ricordo.
    Entrambi sono parte offesa nel processo che inizierà a settembre prossimo dinanzi al giudice per le udienze preliminari che dovrà valutare la richiesta di rinvio a giudizio del pm Di Mauro. Il 61enne infermiere napoletano è accusato, in qualità di caporeparto, di essersi appropriato degli oggetti personali di Bartolomeo Sorrentino durante la sua degenza o al momento della morte, senza restituire quegli effetti personali ai parenti dopo il decesso.
    I figli della vittima, assistiti dall’avvocato Agostino Mercurio del foro di Torre Annunziata, potranno costituirsi parte civile al processo.
    Nel corso delle indagini, delegate dal pm agli agenti della Squadra mobile della Questura di Napoli, sono stati ascoltati numerosi testi che hanno raccontato cosa è accaduto all’interno del reparto Covid del Monaldi durante la degenza di Bartolomeo Sorrentino chi aveva in custodia – nelle fasi più dure della malattia del paziente – i suoi effetti personali e chi avrebbe dovuto consegnarli ai familiari.
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    Ora sarà il Gip a valutare l’accusa nei confronti di B. B. e che aldilà del reato contestato, ha aggiunto solo dolore al dolore di una famiglia distrutta dalla  morte dell’affetto più caro. Una pagina nera che sporca l’abnegazione e l’eroismo di tanti, tantissimi, infermieri che in questa pandemia hanno elargito professionalità e sentimenti. LEGGI TUTTO

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    Camorra, confiscato il tesoro dell’usuraio dell’Alleanza di Secondigliano

    Il patrimonio dell’usuraio e riciclatore dell’Alleanza di Secondigliano passa definitivamente allo Stato.
    Infatti grazie alle indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli ha eseguito un provvedimento di confisca di beni del valore di 1,3 milioni di euro emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere nei confronti delle figlie del defunto  Ciro Giordano, alias “Ciruzzo a Varchetella”.

    Giordano avrebbe avuto un ruolo di primo piano nello scenario criminale campano in quanto, già dagli anni ’80, avrebbe gestito le ingenti somme di denaro delle maggiori organizzazioni camorristiche utilizzando, per la movimentazione dello stesso, i propri conti personali.
    Le indagini di natura economico-finanziaria svolte dagli specialisti del G.I.C.O. hanno permesso di accertare che, in un limitato arco temporale, i conti del Giordano si sono arricchiti di oltre 6 miliardi di vecchie lire (la ricostruzione parte dagli anni ’80).
    Nello stesso tempo sarebbe stata anche rilevata l’emissione di assegni per importi elevati a favore di esponenti di spicco di clan della camorra, quali Angelo Nuvoletta, Lorenzo Nuvoletta, Pupetta Maresca, Pasquale Zaza Vincenzo Agizza e Antonio Agizza.
    Il legame trasversale con i maggiori sodalizi criminali campani, quali i clan dei Casalesi, Contini e altre organizzazioni criminali ricomprese nella cosiddetta Alleanza di Secondigliano, se da un lato gli avrebbe consentito di gestire enormi somme di denaro destinate all’usura e al riciclaggio, dall’altro sarebbe risultato deleterio per la famiglia Giordano, raggiunta nel periodo dal 1987 al 2001 da diversi sequestri, uno dei quali consentì la confisca di oltre 30 miliardi di lire custoditi presso banche italiane e svizzere.
    Le confische in esecuzione oggi sono giunte al termine di attività investigative che hanno determinato diversi provvedimenti cautelari a carico di soggetti molto vicini al Giordano, spingendolo a spogliarsi formalmente delle ricchezze residue, successivamente intestate alle figlie sotto forma di investimenti e polizze.In particolare, le indagini svolte hanno fatto emergere la totale incapienza patrimoniale dei componenti del nucleo familiare di Ciro Giordano, per assenza di fonti lecite di guadagno in grado di giustificare il valore economico del patrimonio accumulato nel tempo. LEGGI TUTTO