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    Picchiava moglie e figlie da anni: condannato il marito ‘padre-padrone’

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    Marito ‘padre-padrone’ cancella l’identita’ della moglie per 20 anni: condannato a 4 anni per maltrattamenti. Lei casertana ma residente in Puglia.

    Un incubo di violenza fisica e morale durato venti anni quello vissuto da una donna 56enne di Caserta, trapiantata per amore da fine anni ’90 in Puglia, in un paese nei pressi di Trani (provincia di Barletta-Andria-Trani), che e’ riuscita a far condannare il marito a quattro anni di carcere per il reato di maltrattamenti in famiglia.

    Una pena esemplare che il giudice ha inflitto senza neanche un referto medico che attestasse le avvenute violenze, ma basandosi solo sul racconto denso di particolari riferito dalla donna e dalle figlie (tutte e tre difese da Martina Piscitelli); anche le ragazze, oggi ventenni, sono state vittime delle violenze del padre. La sentenza e’ stata emessa dal tribunale di Trani, e chiude una vicenda tragica, diversa dalle altre, perche’ qui c’e’ un marito “padre padrone” che non si e’ limitato a picchiare e aggredire la moglie e le figlie.

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    Secondo quanto emerso dal processo infatti, il 46enne guardia giurata, che per questi fatti e’ stato arrestato nei mesi scorsi perdendo anche il lavoro, ha cancellato l’identita’ della moglie casertana, tenendola quasi sempre segregata in casa, costringendola a parlare pugliese, a dichiarare un’eta’ diversa, a non avere contatti con la famiglia d’origine, che si era opposta al matrimonio perche’ l’uomo, gia’ prima delle nozze, picchiava la futura moglie, in quel momento incinta.

    Le stesse figlie della coppia non sapevano dell’esistenza dei parenti casertani, almeno fino alla fine del 2019, quando la madre, ormai sfinita per le continue violenze subite, ha preso coraggio rivelando alle ragazze l’esistenza dei familiari a Caserta. Le adolescenti, anch’esse spesso picchiate dal padre, hanno cosi’ contattati i familiari via social, non venendo credute in un primo momento. I parenti casertani non avevano infatti notizia della donna da due decadi, poi pero’ hanno capito la serieta’ della situazione. Una mattina, all’alba, sono cosi’ venuti a Trani a prendere la donna 56enne e le due figlie, e le hanno condotte a Caserta.

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    Qui le tre vittime sono andate alla Questura, dove hanno denunciato i fatti alla sezione della Squadra Mobile che si occupa di reati contro le donne. E’ quindi intervenuto il centro antiviolenza Spazio Donna in supporto della madre e delle due figlie vittime, e l’avvocato Martina Piscitelli, che le ha assistite nel processo riuscendo a far condannare il marito “padre padrone”. LEGGI TUTTO

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    Mazzette e corruzione per coprire l’inquinamento: indagati anche funzionari di polizia

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    Corruzione: ci sono anche rappresentanti di forze dell’ordine, della criminalita’ organizzata, imprenditori e diversi amministratori pubblici della Sma Campania nell’inchiesta di polizia e Guardia di Finanza che ha portato all’emissione di 16 misure cautelari in Campania.

    Tra questi Lorenzo Di Domenico, direttore generale “pro tempore” della SMA, accusato di avere accettato la promessa di una tangente del 7% dell’importo pattuito per l’indebito affidamento con procedure d’urgenza dello smaltimento dei fanghi nei depuratori di Napoli Nord, Marcianise, Succivo, e Regi Lagni. Per Di Domenico sono stati disposti i domiciliari. Coinvolti negli episodi corruttivi, a cavallo tra il 2017 e il 2018, anche Luigi Riccardi (coordinatore degli impianti di depurazione della SMA Campania, direttore dell’impianto di depurazione di Napoli Est e all’epoca dei fatti anche dell’impianto di depurazione di Marcianise, in provincia di Caserta), per il quale il gip ha disposto gli arresti domiciliari, tra i destinatari delle 16 misure cautelari notificate oggi dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di Finanza. Gli arresti domiciliari sono stati disposti anche Errico Foglia (direttore dell’impianto di depurazione di Acerra, all’epoca dei fatti gestito dalla SMA); l’ingegnere Giacomo Perna (responsabile della manutenzione presso SMA), il dirigente della Regione Campania Lucio Varriale e Agostino Chiatto, anche lui dipendente della SMA e segretario del politico Luciano Passariello. I reati ipotizzati dagli inquirenti sono, a vario titolo, a vario titolo dei reati di corruzione, riciclaggio, inquinamento ambientale, emissione di fatture per operazioni inesistenti e trasferimento fraudolento di valori.

    Finiscono agli arresti Salvatore Abbate, Salvatore Tedesco e Giuseppe Savino; ai domiciliari invece Rolando Abbate e Cristina Abate, ma anche   Michele Furino, Abramo Maione, Vittorio Porcini,  Luigi Riccardi, Vincenzo Riccardi, e Giuseppe Auletta. Sospesi per sei mesi Domenico Boenzi e Domenico Sabatino. Tra gli indagati figura anche Vittorio Porcini, stimato sostituto commissario a Ponticelli, che risponde di rivelazione di segreto in favore di Abbate (soggetto ritenuto vicino ad ambienti del crimine locale), in cambio di presunti favori o altri benefit. Porcini è ai domiciliari e avrà modo di dimostrare la fondatezza della propria versione, nel corso del seguito delle indagini, assieme agli altri indagati.Agli atti dell’inchiesta condotta a carico della Sma, è stata rinvenuta una somma di denaro talmente ingente da essere trasportata con un carrello.

    L’ex consigliere regionale Luciano Passariello e’ indagato nell’ambito dell’inchiesta. Contestualmente, sono in corso sequestri di immobili, societa’ e denaro contante per un valore di oltre 4 milioni di euro. I pm nei confronti di Passariello avevano chiesto l’arresto nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione del sistema di depurazione in Campania. Il gip pero’ non ha ravvisato gravi indizi di responsabilita’. Piu’ grave la posizione del suo addetto alla segreteria politica, Agostino Chiatto, che era dipendente della Sma.Misura cautelare custodia in carcere, per:1. ABBATE Salvatore, nato a Napoli il 29.03.1968, per i reati ex art. 319 – 321 – 648 bis e 512 bis c.p.;2. SAVINO Giuseppe, nato a Napoli il 29.02.1976, per reati ex art. 648 ter c.p. – art. 8 D.Lgs. 74/2000 e 512 bis c.p.;3. TELESCO Salvatore, nato a San Giorgio a Cremano (NA) il 29.12.1989, per il reato ex art. 648 bis c.p..Misura cautelare degli arresti domiciliari, per:4. ABATE Cristina, nata a Napoli l’11.12.1959, per i reati ex art. 648 bis e 512 bis c.p.;5. ABBATE Rolando, nato a Cercola (NA) il 29.06.1987, per i reati ex art. 319, 321 e 512 bis c.p.;6. AULETTA Giuseppe, nato a Mugnano (NA) lo 03.07.1987, per i reati ex art. 8 D.Lgs. 74/2000 e 512 bis c.p.;7. CHIATTO Agostino, nato a Napoli lo 07.03.1967, per i reati ex art. 319 e 321 c.p.;8. DI DOMENICO Lorenzo, nato a Napoli il 17.06.1967, per i reati ex art. 319 e 321 c.p.;9. FOGLIA Errico, nato a Pozzuoli (NA) il 14.02.1959, per i reati ex art. 319, 321 e 452 bis c.p.;10. FURINO Michele, nato a Napoli il 27.12.1974, per i reati ex art. 319 e 321 c.p.;11. MAIONE Abramo, nato a Napoli il 20.09.1956, per i reati ex art. 319 e 321 c.p.;

    12. PERNA Giacomo, nato a Napoli il 27.04.1963, per i reati ex art. 319 e 321 c.p.;13. PORCINI Vittorio, nato a Napoli il 22.06.1962, per i reati ex art. 319 – 379 – 610e 615 ter c.p.;14. RICCARDI Luigi, nato a Cercola lo 07.06.1966, per i reati ex art. 319, 321 e 452 bis c.p.;15. RICCARDI Vincenzo, nato a Napoli il 12.09.1994, per i reati ex art. 319, 321 e 512 bis c.p.;16. VARRIALE Lucio, nato a Napoli lo 04.06.1952, per i reati ex art. 319 e 321 c.p..Misura della sospensione dall’esercizio della funzione pubblica ricoperta per la durata di sei mesi, per:17. BOENZI Domenico, nato ad Acerra (NA) il 27.11.1967, per il reato ex art. 314 c.p.;18. SABATINO Domenico, nato a Marigliano (NA) il 30.08.1964, per i reati ex art. 379 e 610 c.p. LEGGI TUTTO

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    Indagine Asl Caserta, soldi, borse griffate e gioielli alle mogli dei funzionari

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    C’era un passaggio di danaro continuo tra imprenditori interessati ad avere appalti e i funzionari dell’Asl di Caserta, deputati a concederli, in particolare al Dipartimento di Salute Mentale (Dsm).

    Un canale corruttivo sempre aperto alimentato anche regali costosi alle mogli dei funzionari, come borse di Louis Vuitton. Emerge dall’indagine della Procura di Napoli Nord – Procuratore Francesco Greco e sostituito Giovanni Corona – che ha portato 12 persone, tra funzionari, dipendenti e imprenditori, agli arresti domiciliari su ordine del Gip del tribunale di Napoli Nord, mentre ad altre sei persone sono state notificate misure interdittive.
    Non solo soldi, ma borse costose da migliaia di euro regalate alle mogli dei funzionari dell’Asl di Caserta che lavoravano al Dipartimento di salute mentale coinvolti nell’inchiesta della Procura di Napoli Nord. A comprare borse e persino gioielli, imprenditori che volevano pilotare cosi’ gli appalti dell’Asl. Tra gli arrestati, figura l’ex funzionario del Dipartimento Luigi Carrizzone, figura centrale dell’indagine. A lui, secondo i pm, finivano tangenti e avrebbe gestito come socio di fatto due strutture di riabilitazione psichiatrica in cui indirizzava i pazienti che aveva in cura come funzionario medico dell’Asl, ovviamente a spese dell’azienda sanitaria. Ai domiciliari, il psichiatra dell’Asl Nicola Bonacci, il dipendente Antonio Stabile. Ci sono poi gli imprenditori arrestati, accusati di aver siglato accordi corruttivi tra cui l’imprenditore di Sessa Aurunca, Michele Schiavone, titolare di Rsa e centri per la riabilitazione psichiatrica, padre di Massimo, ex presidente del consiglio comunale di Sessa Aurunca; e Cuono Puzone, presidente della Misericordia di Caivano , associazione privata che effettua il servizio di emergenza 118 nel Casertano.

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    Puzone e’ accusato di aver pagato tangenti ai funzionari del Dsm per avere alcuni appalti relativi al trasporto dei malati psichici. Arresti domiciliari anche per due imprenditori edili che effettuavano lavori per l’Asl, ovvero Alberto Marino di Casaluce e Antonio Papa di Marano di Napoli, e per un commercialista di Teverola, Antonio Scarpa.

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    Tra gli indagati il presidente del Consiglio regionale Gennaro Oliviero, che in una nota su facebook ribadisce “Mi auguro che questa vicenda si chiarisca subito nell’interesse di tutti”. “Ho appreso dell’indagine dalla stampa – sottolinea il vertice dell’assemblea legislativa campana -. Sono a disposizione dell’autorita’ giudiziaria. Non so qual e’ l’accusa, capiremo di piu’ appena potro’ leggere le carte. Ho gia’ dichiarato la mia disponibilita’ a voler conferire con l’autorita’ giudiziaria”. LEGGI TUTTO

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    Appalti a ditte dei Casalesi: 6 misure cautelari

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    Associazione per delinquere di tipo mafioso e concorso in associazione mafiosa, turbativa d’asta, corruzione, abuso d’ufficio e riciclaggio dei capitali illeciti.
    Per queste accuse, a seconda delle singole posizioni, dalle prime ore di questa mattina, su delega della Procura della Repubblica di Napoli – carabinieri del comando provinciale di Caserta e della Guardia di Finanza stanno dando esecuzione a misure cautelari personali e reali. In particolare – si aggiunge – vengono eseguite 4 ordinanze di custodia cautelare in carcere, nonché 2 misure cautelari personali di natura interdittiva nei confronti di altrettanti soggetti indagati. In parallelo gli investigatori stanno attuando un decreto di sequestro preventivo di aziende e quote societarie per circa 15 milioni di euro. Al centro delle indagini Domenico Pagano, titolare della società Immobiliare generale (oggetto di sequestro).

    L’uomo è ritenuto gravemente indiziato di essere inserito nel clan dei Casalesi avendo allacciato, fin dagli anni ’90, rapporti collusivi in particolare con Michele Zagaria e Giacomo Capoluongo, divenendo poi imprenditore di riferimento per la fazione Schiavone alla quale è accusato di aver procurato stabili finanziamenti come quota sui lavori ottenuti grazie all’intervento del clan. A Pagano – si sottolinea – viene anche sequestrato il cosiddetto “Palazzo delle Cento Persone” di Capua dove sarebbe dovuta sorgere una Rsa. L’immobile, in passato pignorato ad Angela Iovene, moglie di Rodolfo Statuto (deceduto e già condannato con la cosiddetta sentenza Spartacus), era stato acquistato, mediante una procedura esecutiva, per l’importo di 1.455.129,50 euro: nella compravendita in questione la fazione Schiavone reinvestiva la somma di 500.000,00 euro.

    Altro destinatario dell’ordinanza di custodia – si spiega in una nota – Domenico Farina, ritenuto gravemente indiziato per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, amministratore unico della Prisma Costruzioni S.R.L, società riconducibile al collaboratore di giustizia Francesco Zagaria, aggiudicataria di vari appalti pubblici con la connivenza di vari amministratori locali. Le indagini della Guardia di Finanza hanno, invece, interessato il gruppo imprenditoriale casertano riconducibile ai cugini Verazzo (Giuseppe del 1956; e Francesco del 1960), ritenuti gravemente indiziati per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, operanti nel settore delle costruzioni edili che, avvalendosi della forza di intimidazione del “Clan dei Casalesi” e grazie alla compiacenza di amministratori locali, si sono aggiudicati appalti pubblici nel territorio casertano, assumendo peraltro il ruolo di portavoce di Nicola Schiavone nella zona di Capua e assicurando il sostegno elettorale alle compagini politiche locali legate ad esponenti del Clan.

    Gli uomini delle Fiamme gialle hanno ricostruito il quadro economico-patrimoniale delle ricchezze illecite accumulate negli ultimi 20 anni dagli indagati, anche attraverso i propri nuclei familiari e società a loro riconducibili, consentendo l’adozione di provvedimenti cautelari finalizzati alle ipotesi di confisca previste dalla legislazione antimafia.

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    Nei confronti dei cugini Verazzo e Pagano sono stati sottoposti a sequestro preventivo due complessi aziendali e quote societarie per un valore di circa 15 milioni di euro. Con la medesima ordinanza è stata infine applicata la misura cautelare interdittiva per la durata di un anno e della presentazione alla polizia giudiziaria all’ingegner Francesco Greco, responsabile protempore dell’ufficio tecnico del Comune di Capua ritenuto gravemente indiziato per turbata libertà degli incanti e corruzione.

    Provvedimento anche per Andrea D’Alessandro, impiegato in un istituto bancario, all’epoca in servizio presso una filiale di Santa Maria Capua Vetere. Lui è ritenuto gravemente indiziato anche per riciclaggio in quanto con il suo operato – si sottolinea – ha consentito trasferimenti di denaro contante su conti bancari riconducibili al sodalizio camorristico. LEGGI TUTTO

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    Ottaviano, cimitero chiuso per ordine pubblico dopo il funerale di Cutolo

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    Funerali in forma strettamente privata all’alba di oggi quelli per Cutolo, morto mercoledì 17 febbraio in regime di carcere duro, il 41bis, nel carcere di Parma.
    I funerali sono stati celebrati nel cimitero di Ottaviano in forma strettamente privata, alla presenza di pochi familiari. Il questore di Napoli ha infatti vietato la celebrazione di funerali pubblici o solenni. Oggi, il cimitero di Ottaviano, dove nelle scorse ore è stato sepolto Raffaele Cutolo, ex boss della Nuova camorra organizzata, resterà chiuso per motivi di ordine pubblico. E’ quanto disposto in un’ordinanza a firma del sindaco Luca Capasso.

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    La salma è arrivata da Parma al cimitero di Ottaviano ieri sera, poco dopo le 23, accolta dalla moglie Immacolata Iacone e dalla figlia Denyse. L’ingresso del cimitero era presidiato dalle forze dell’ordine. Sabato era stata eseguita nell’istituto di Medicina Legale dell’Ospedale Maggiore di Parma l’autopsia di Cutolo, procedura di routine per i decessi in carcere.

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    Prima dell’autopsia la salma era stata vista per alcuni minuti dalla moglie del boss, Immacolata Iacone, e dalla figlia 13enne Denyse, arrivate a Parma subito dopo la notizia della morte.Le stesse hanno fatto ritorno ad Ottaviano assieme al feretro, dove è stato sepolto nel locale cimitero subito dopo la benedizione durante la notte. Ad assistere alla cerimonia anche il fratello e la sorella di Cutolo, Pasquale e Rosetta, e pochi altri parenti: un totale di dodici le persone ammesse nel cimitero di Ottaviano per la benedizione. Come disposto dal questore di Napoli Alessandro Giuliano, alcune delle strade in prossimità del camposanto sono state chiuse al pubblico per tutta la mattina.

    All’esterno del camposanto cittadino erano presenti solo le camionette della Polizia di Stato e dei Carabinieri.  Cala definitivamente, dunque, il sipario  sul sanguinario boss e fondatore della Nco. LEGGI TUTTO

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    Funerali blindati per Cutolo a Ottaviano

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    La salma del fondatore della “Nuova camorra organizzata”, Raffaele Cutolo, morto il 17 febbraio nel carcere di Parma, a 79 anni, sara’ tumulata nelle prossime ore nel Cimitero di Ottaviano dopo una benedizione alla presenza dei soli parenti piu’ stretti.
    La Questura di Napoli, che ha vietato i funerali pubblici, ha disposto un massiccio servizio d’ ordine, che esclude anche l’ impiego della Polizia locale. Il sindaco di Ottaviano, Luca Capasso, ha firmato un’ ordinanza di chiusura al traffico, dalla mezzanotte, di via Vecchia Sarno, la strada che conduce al cimitero, che sara’ presidiata dalla Polizia. A benedire la salma del fondatore della NCO sara’ il parroco della chiesa di San Michele, don Michele Napolitano, che da una decina d’ anni compie il suo ministero ad Ottaviano e non ha conosciuto il boss.

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    Nella piccola cappella posta all’ ingresso del cimitero, che sorge fuori citta’, nei pressi della frazione di San Gennariello, possono entrare al massimo 20 persone. Ma gli ammessi alla breve cerimonia, senza celebrazione della Messa, saranno di meno. Da Parma sono ripartite nel pomeriggio, insieme al feretro, scortato dalle forze dell’ ordine, la moglie di Cutolo, Immacolata Iacone, 53 anni, e la figlia Denyse, 13 anni, avuta con l’ inseminazione artificiale. Hanno potuto vedere la salma stamattina, prima dello svolgimento dell’ autopsia disposta dal pm Ignazio Vallardi, che si e’ svolta nell’ Istituto di Medicina legale dell’ Ospedale Maggiore di Parma. Ad Ottaviano, dove risiede ancora la sorella maggiore di Cutolo, Rosetta, di 84 anni, sono apparsi manifesti a lutto, firmati dai familiari, tra cui il fratello minore, Pasquale, in passato coinvolto in inchieste, ma in posizione defilata rispetto al clan.

    Il linguaggio dei manifesti e’ quello di rito, con una sgrammaticatura: “all’ eta’ di 79 anni serenamente – e’ scritto nel testo – si e’ spento la cara esistenza di Raffaele Cutolo, detto ‘e Monache” , un soprannome, questo, attribuito ai componenti della famiglia dell’ fondatore della NCO, e che apparteneva gia’ al padre. “A causa dell’ emergenza Covid- aggiunge il manifesto – si dispensa dalle visite”. Un altro manifesto funebre e’ stato fatto affiggere dai nipoti. Un destino parallelo, accomuna fino alla morte Raffaele Cutolo al suo nemico Mario Fabbrocino, boss dell’ omonimo clan di San Giuseppe Vesuviano, ed esponente della “Nuova Famiglia” che fece uccidere nel 1990 a Tradate, in Lombardia, dove si trovava al soggiorno obbligato, l’ unico figlio del capo della NCO, Roberto, 28 anni, in un agguato che avrebbe coinvolto anche elementi della ‘ndrangheta calabrese. Fabbrocino, che aveva perso a propria volta un fratello 10 anni prima per mano di Cutolo, fu condannato all’ ergastolo, e mori” in carcere anche lui a Parma, nel 2019. Fu sepolto ad Ottaviano davanti a pochi intimi alle sei di mattina. I manifesti funebri apparvero a tumulazione avvenuta. LEGGI TUTTO

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    Omicidio del boss Gaetano Marino: ergastolo per i due killer, 22 anni ai complici

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    Napoli. Due ergastoli e due condanne a 22 anni di carcere per l’omicidio del boss degli scissionisti Gaetano Marino detto monkerino, ucciso a Terracina nel 2012.
    La vittima all’epoca era il marito di Tina Rispoli salita agli onori delle cronache negli ultimi anni per il matrimonio trash con il cantante neomelodico Tony Colombo. Marino che all’epoca era uno dei boss delle sette famiglie di Secondigliano era anche il fratello di Gennaro “Mecchei”, uno dei capi del gruppo criminale.
    Il presidente della Corte di assise di Latina Gianluca Soana a conclusione di una camera di consiglio durata cinque ore ha letto la sentenza a carico dei quattro imputati. Arcangelo Abbinante, ritenuto l’esecutore materiale del delitto e Giuseppe Montanera, presunto componente del commando, sono stati condannati all’ergastolo con isolamento diurno così come aveva chiesto il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Maria Teresa Gerace, mentre Carmine Rovai e Salvatore Ciotola, accusati di avere supportato logisticamente i sicari, sono stati condannati a 22 anni di reclusione ciascuno con il riconoscimento dell’attenuante della minima partecipazione a fronte di una richiesta del pm di 25 anni.

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    Gaetano Marino, fu ucciso – da due sicari in moto – con sei colpi di pistola il 23 agosto del 2012 sul lungomare di Terracina dove stava trascorrendo le vacanze con la famiglia.Si è arrivati ai nomi dei killer nel 2017 dopo una lunga indagine della polizia di Terracina coordinata dalla Dda di Roma. Due anni fa il collaboratore di giustizia, Pasquale Riccio, che aveva contribuito a far luce sull’omicidio, ha patteggiato la pena di 6 anni e 8 mesi in appello dopo che in primo grado era stato condannato a 10 anni di reclusione.Secondo l’accusa, l’omicidio maturò nell’ambito della faida tra gli Scissionisti di Secondigliano per il controllo della piazza di spaccio delle ‘Case Celesti’ . LEGGI TUTTO

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    Il boss Graviano si ‘dissocia’ da Cosa nostra per lasciare il carcere

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    Palermo. Il boss stragista Filippo Graviano si dissocia da Cosa nostra e chiede un permesso premio per uscire dal carcere.
    E’ l’anticipazione di una notizia che uscirà sul settimanale L’Espresso in edicola il 21 febbraio. “Il boss stragista Filippo Graviano, condannato all’ergastolo per l’omicidio del beato Pino Puglisi, per le stragi di Falcone e Borsellino e per gli attentati del 1993 a Roma, Milano e Firenze, si e’ dissociato da Cosa nostra e chiede di usufruire di un permesso premio per lasciare il carcere”. L’Espresso pubblicherà un servizio sui fratelli Filippo e Giuseppe Graviano condannati definitivamente al 41 bis e al carcere a vita per numerosi omicidi e stragi. Graviano, come racconta il settimanale, e’ stato interrogato dai magistrati che indagano sulle stragi al Nord, e a loro ha ufficializzato a verbale di dissociarsi, senza pero’ accusare nessuno. E per questo motivo vuole usufruire dei permessi premi a cui potrebbe accedere dopo la modifica dell’ergastolo ostativo.

    La notizia della strategia difensiva per ottenere un allentamento delle misure restrittive previste dal 41bis ha già provocato le prime reazioni: “La semplice dichiarazione formale di volersi dissociare da Cosa nostra non e’ mai stato indice di reale ravvedimento – ha detto Nino Di Matteo, consigliere del Csm e ex pm a Palermo -. Anzi storicamente, a partire dal periodo immediatamente successivo alle stragi del 92, alcuni capi di cosa nostra hanno periodicamente tentato di sfruttare finte dissociazioni per ottenere benefici per loro e per l’intera organizzazione mafiosa”. Il componente del pool che ha condotto l’accusa nel processo sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia, in seguito alla quale la Corte di assise di Palermo, nel maggio 2018, ha condannato boss mafiosi, ufficiali dei carabinieri e l’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri ha aggiunto: “La concessione per legge di quei benefici fu uno dei punti più sensibili e importanti della trattativa stato mafia. Spero che il passato ricordi a tutti che da Cosa nostra si esce solo collaborando seriamente con la giustizia, raccontando ai magistrati tutto quello di cui si è a conoscenza”.

    Lo scorso anno alcune intercettazioni in carcere rivelarono le minacce che il boss palermitano aveva lanciato contro il conduttore televisivo Massimo Giletti, poi messo sotto scorta, e contro il pm Di Matteo. Filippo e Giuseppe Graviano sono ritenuti i mandanti di una serie di attentati avvenuti nel 1993 in via dei Georgofili a Firenze, in via Palestro a Milano e in Piazza San Giovanni in Laterano a Roma, entrambi sono stati condannati all’ergastolo. LEGGI TUTTO

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    Morte Cutolo, moglie e figlia a Parma: il magistrato deciderà sull’autopsia

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    Parma. Boss Cutolo morto in carcere: moglie e figlia a Parma in attesa che il magistrato decida se disporre l’autopsia.
    Nessuna determinazione è stata, infatti, ancora assunta dal pm di Parma in merito al rilascio della salma di Raffaele Cutolo, boss della Nuova Camorra organizzata detenuto al 41 bis e morto ieri sera poco dopo le 20 in ospedale all’età di 79 anni. La moglie, Immacolata Iacone, e la figlia, giunte oggi a Parma da Ottaviano, sono in attesa di poter vedere la salma, che si trova ancora all’interno dell’ospedale.

    Una decisione in merito a un’eventuale autopsia o esame esterno del corpo sarà probabilmente presa domani. Solo dopo gli esami la salma messa a disposizione della famiglia che potrà disporre il trasferimento in Campania. A quel punto sarà il Prefetto di Napoli a decidere se vietare, come sarebbe logico, le esequie e a disporre che il funerale venga celebrato in forma privata e con un numero ristretto di familiari. Sulla morte del boss irriducibile c’è una grande attenzione mediatica.

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    Oggi intanto, lo storico avvocato di Raffaele Cutolo, Gaetano Aufiero, ha ribadito che la morte del boss, mai pentitosi, è stata ‘un’inciviltà giuridica contro la quale insorgere’ ‘L’applicazione del regime carcerario del 41 bis a detenuti malati, come il boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo, è “una inciviltà giuridica, contro la quale bisogna insorgere”.

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    Nonostante le condizioni di Cutolo, 79 anni, fossero critiche il boss non ha ottenuto la possibilità di trascorrere le ultime settimane di vita agli arresti domiciliari. “È una barbarie lasciare al 41 bis un uomo malato, in quelle condizioni, con un deficit cognitivo grave, accertato anche da un perito di parte che lo ha visitato a settembre. Cutolo era in queste condizioni da un anno, con un deficit cognitivo grave che gli impediva di riconoscere la moglie, la figlia, me come suo legale – ha aggiunto l’avvocato Aufiero – e tuttavia si è continuato a dire che era un uomo pericoloso, che aveva astrattamente la possibilità di contattare l’esterno, quando invece non era nemmeno in grado di scendere dal letto. É una barbarie e chi la pensa diversamente o è ignorante, o è in malafede o ha una visione molto molto distorta del diritto e della giustizia”.

    “La morte di Cutolo – ha sottolineato il legale – che non è la prima e non è nemmeno l’ultima al 41 bis, deve portate una riflessione su questo regime carcerario che è utile se finalizzato a contrastare la pericolosità del detenuto. Se invece, come nel caso di Cutolo, serve solo a umiliarne la dignità, è una misura che resta al di fuori anche del confine Costituzionale”. Per Cutolo, ha chiarito il legale, il regime detentivo del 41 bis “soprattutto negli ultimi 18 mesi, quando si sono aggravate le sue condizioni, è stata una vera e propria tortura”, “un vero e proprio accanimento, una condotta che si riserva alle bestie”. LEGGI TUTTO

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    Cutolo, la storia, le condanne e i segreti che si porta nella tomba

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    Il fondatore della Nuova Camorra Organizzata, meglio conosciuto come ‘O’professore’ di Ottaviano  era detenuto in regime di 41 bis condannato in via definitiva a 4 ergastoli.

    Ritenuto responsabile delle pagine più sanguinarie della criminalità organizzata di tutta la Campania, che vanno dalla fine degli anni ’70 alla fine degli anni ’80. Cutolo è stato giudicato colpevole anche degli omicidi dell’ex vicedirettore del carcere di Poggioreale Giuseppe Salvia e per il delitto di Marcello Torre, avvocato e sindaco di Pagani.
    Raffaele Cutolo, ‘o professore nonostante abbia solo una licenza elementare, e’ figlio di un mezzadro e di una lavandaia di Ottaviano, Michele e Carolina Ambrosio. Nasce il 4 novembre 1941 e la sua carriera criminale l’ha costruita nella cornice di avventure romanzesche e forse romanzate. Poeta e duellante con la ‘molletta’ dentro un carcere; pazzo per finta o per davvero; evaso dal manicomio giudiziario di Aversa; latitante, padre che vede l’unico figlio maschio ed erede ucciso dalla ‘ndrangheta; l’uomo che forse ha ispirato il celebre ‘professore’ di Fabrizio De Andre’ e probabilmente ha urinato sulle scarpe di Toto’ Riina come racconta un pentito.
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    A 22 anni commise il suo primo omicidio, il 24 settembre 1963, durante una rissa; la vittima e’ Mario Viscito, che ha fatto un apprezzamento di troppo alla sorella di Cutolo, Rosetta, la donna che lo ha affiancato anche anni dopo nella gestione del potere criminale. Ha riconosciuto due figli, Roberto, nato dalla breve relazione con Filomena Liguori, e Denise, figlia di Immacolata Iacone, la donna che sposera’ nel carcere dell’Asinara, concepita con l’inseminazione artificiale e che lo vedra’ sempre dietro le sbarre. Due i nipoti, Raffaele, 34 anni, suo omonimo, e Roberta, 30 anni, entrambi figli di Roberto, pregiudicato, ucciso a Tradate, in Lombardia, da affiliati della ‘ndrangheta il 19 dicembre 1990, per volonta’ di uno dei maggiori antagonisti di Cutolo, il boss vesuviano Mario Fabbrocino.

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    Nel corso di uno dei suoi periodi di latitanza, ha avuto una relazione con Lidarsa Bent Brahim Radhia, una donna tunisina a cui dedichera’ una poesia, che dara’ alla luce Yosra. Nel 1980 Cutolo acquisto’ da Maria Capece Minutolo, vedova del principe Lancellotti di Lauro, il Castello Mediceo, a Ottaviano, poi confiscato nel 1991 e ora del Comune del paese vesuviano, quello in cui i suoi genitori avevano lavorato come guardiani, pagandolo 270 milioni di lire. E’ stato condannato a quattro ergastoli da scontare a partire dal 1995 in regime di 41 bis. Il boss ha piu’ volte criticato tale regime che, a suo parere, viola i diritti umani. Per il primo omicidio, Cutolo ebbe una condanna a 22 anni in Appello, che comincia a scontare nel carcere di Napoli-Poggioreale. Ed e’ in questo istituto di pena che emergono la sua personalita’ e il suo carisma, quando, nelle dinamiche di relazione dei detenuti, sfida a duello il boss Antonio Spavone, una sfida con il coltello a scatto, la molletta, alla quale questi non si presento’.
    Cutolo diventa il protettore di tutti i detenuti. Nel 1970 torna libero per decorrenza termini e si occupa di contrabbando di sigarette, un business lucroso che lo mette in contatto con la mala pugliese e poi con le ‘ndrine dei Mamolito, dei Cangemi e dei De Stefano. Viene di nuovo arrestato nel 1971, ed e’ di nuovo a Poggioreale che medita la nascita della Nuova camorra organizzata. Un modello nuovo di clan, basato sui meccanismi piramidali (picciotto, camorrista, sgarrista, capozona e santista) della mafia siciliana e della ‘ndrangheta, con affiliazione attraverso rituali di ispirazione massonica e culto della personalita’ del capo; ma soprattutto una concezione della criminalita’ organizzata ideologizzata, con una ispirazione meridionalista e ribellista, dotata pero’ anche di una capacita’ economica, tanto che Cutolo vuole accanto a se’ un imprenditore, Alfonso Rosanova, capace di moltiplicare il denaro che proviene dagli affari illeciti.

    E poi c’e’ l’organizzazione paramilitare, la base di picciotti giovani e spietati reclutati nel sottoproletariato desideroso di riscatto e di denaro facile.  Sulla sua vita sono stati scritti miriadi di articoli, libri e sono stati anche girati dei film. E’ stato anche coinvolto nelle trattative per la liberazione di Ciro Cirillo, uomo della Dc campana della corrente di Antonio Gava rapito dalle Brigate rosse nell’aprile 1981, vicenda complessa sulla quale non c’e’ ancora chiarezza.

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    Don Raffaele rilascio’ delle dichiarazioni agli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli (il pm Ida Teresi e il capo della Dda dell’epoca, Giuseppe Borrelli, attuale procuratore a Salerno) rivelando di avere avuto addirittura la possibilita’ di impedire l’omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Furono parole “pesanti” quelle pronunciate dal professore, messe a verbale il 25 ottobre del 2016: “Potevo salvare Moro ma fui fermato”. “Aiutai – spiego’ Cutolo – l’assessore Cirillo (rapito e successivamente rilasciato dalle Br, ndr), potevo fare lo stesso con lo statista. Ma i politici mi dissero di non intromettermi”. Nel ’78 Cutolo era latitante e si sarebbe fatto avanti per cercare, sostiene lui, di salvare Moro. “Per Ciro Cirillo si mossero tutti, per Aldo Moro nessuno, per lui i politici mi dissero di fermarmi, che a loro Moro non interessava”.

    “Potevo salvare Moro, fui fermato”. L’ultima verita’, o almeno la sua, di Raffaele Cutolo sul suo ruolo nei rapporti tra Brigate Rosse, Servizi segreti, politici, risale a cinque anni fa. Racchiusa in un verbale di un interrogatorio. “Aiutai – questo il racconto del superboss morto oggi – l’assessore regionale Ciro Cirillo (rapito e successivamente rilasciato dalle Br, ndr), potevo fare lo stesso con lo statista. Ma i politici mi dissero di non intromettermi”. Nel ’78 Cutolo era latitante e si sarebbe fatto avanti per cercare, sostiene lui, di salvare Moro. “Per Ciro Cirillo si mossero tutti, per Aldo Moro nessuno, per lui i politici mi dissero di fermarmi, che a loro Moro non interessava”. Le dichiarazioni di Cutolo risalgono al 25 ottobre del 2016, come risposte alle domande del pm Ida Teresi e del capo di allora della Dda, Giuseppe Borrelli. L’interrogatorio di Cutolo si svolse nel supercarcere di Parma, dove il boss venne ristretto per scontare quattro ergastoli ed avvenne nell’ambito dell’indagine sul percorso criminale del suo luogotenente storico, Pasquale Scotti, arrestato dopo 30 anni di latitanza.
    Il contenuto di quell’interrogatorio – di cui riferi’ Il Mattino – venne alla luce grazie al procedimento amministrativo dinanzi al Tar scaturito dalla decisione dei pm di bocciare la collaborazione di Scotti. Cutolo si concentro’ in particolare sulla trattativa intercorsa per la liberazione dell’assessore regionale Ciro Cirillo rilasciato il 27 aprile del 1981 pochi mesi dopo il rapimento e il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 400 milioni di lire. Nel periodo in cui era recluso nel carcere di Ascoli Piceno, proprio quando fu intavolata la trattativa per la liberazione di Cirillo, Cutolo racconto’ di aver incontrato diversi politici venuti a perorare la causa dell’assessore Dc. Poi parlo’ del suo mancato coinvolgimento nella possibile trattativa per Moro e disse che il ministro dell’Interno dell’epoca, Francesco Cossiga, “si rifiuto’ di incontrarmi” essendo del resto Cutolo in quel momento un latitante.

    Due, comunque, le diverse versioni sui mediatori che sarebbero scesi in campo per chiedergli di salvare la vita ad Aldo Moro. Nell’interrogatorio ai pm napoletani Cutolo riferi’ che “Michelino Senese (camorrista che viveva a Roma, ndr) me lo propose quando ero latitante”. Ai pm romani che lo interrogarono nello stesso periodo fece invece il nome di Nicolino Selis, esponente della banda della Magliana (circostanza della quale aveva riferito il Corriere della Sera nel 2016). Da Cutolo messaggi in codice sempre sulla vicenda Cirillo (“avevamo dei documenti da usare contro i politici per i fatti della trattativa: alcuni li aveva Enzo Casillo – uno degli uomini di punta della Nco, poi ammazzato nella guerra di camorra, ndr – altri documenti invece li ho io ma moriranno con me”. Cutolo con la sua morte si porta nella tomba questi segreti ma anche tanti altri riferiti a pezzi deviati dello Stato degli anni Ottanta.

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    L’ultima volta che ha fatto parlare di se’ e’ stata a meta’ 2020, per la complessa vicenda legata alla sua malattia e alla circolare del Dap a marzo che consentiva a detenuti anche al 41 bis di andare ai domiciliari se anziani e con patologie. E il boss entrato nella leggenda gia’ da vivo come ‘o professore era anziano, 80 anni molti dei quali passati in molti istituti di pena italiani, e malato. Il 19 febbraio 2020 infatti era gia’ stato ricoverato all’ospedale civile di Parma per una crisi respiratoria e aveva anche rifiutato cure e tac. Dimesso a inizio aprile, e tornato nel carcere di Parma, il suo avvocato, Gaetano Aufiero, aveva chiesto i domiciliari al tribunale di Reggio Emilia a causa delle condizioni di salute, ma l’istanza venne respinta poiche’ puo’ essere curato in cella, le sue patologie non erano “esposte a rischio aggiuntivo”, dato che il regime di 41 bis gli permetteva “di fruire di stanza singola, dotata dei necessari presidi sanitari”.

    Cutolo riprova a reiterare la richiesta e il 10 giugno il tribunale di Sorveglianza di Bologna la rigetta di nuovo: “Si puo’ ritenere che la presenza di Raffaele Cutolo potrebbe rafforzare i gruppi criminali che si rifanno tuttora alla Nco, gruppi rispetto ai quali Cutolo ha mantenuto pienamente il carisma”, scrivono i giudici. Per Cutolo “non appare ricorrere con probabilita’ il rischio di contagio da Covid-19”, e, “nonostante l’eta’ e la perdurante detenzione rappresenta un ‘simbolo’ per tutti quei gruppi criminali che continuano a richiamarsi al suo nome”.
    La sua presenza “potrebbe rafforzare i gruppi criminali che si rifanno tuttora alla Nco, gruppi rispetto ai quali Cutolo ha mantenuto pienamente il carisma. In tanti anni di detenzione non ha mai mostrato alcun segno di distacco dalle sue scelte criminali”. Il 30 luglio 2020 e’ trasferito dal carcere di nuovo in ospedale. Per l’avvocato non e’ piu’ lucido, dato che la moglie e’ andata a trovarlo il 22 giugno e Cutolo non l’ha riconosciuta. LEGGI TUTTO

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    Cutolo morto per una polmonite e una setticemia al cavo orale

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    Il boss Raffaele Cutolo è morto per le complicazioni legate ad una polminite a cui si è associata una setticemia del cavo orale. Era ricoverato da diversi mesi nell’ospedale di Parma.
    L’ultima volta che si sono visti e’ stato 20 giorni fa, ma avevamo chiesto un colloquio straordinario perche’ avevamo saputo nei giorni scorsi di un improvviso peggioramento. Purtroppo era da due giorni in choc settico e non ce l’ha fatta”. Lo ha spiegato alle agenzie di stampa l’avvocato Gaetano Aufiero, legale del boss della Nuova Camorra Organizzata, “Le esequie – ha riferito il legale – si svolgeranno in forma privatissima ad Ottaviano”, paese natale di Cutolo. L’avvocato Aufiero, dopo aver appreso la notizia dal carcere di Parma, ha “sentito un nipote di Raffale Cutolo – ha spiegato – e ho cercato di mandarlo a casa dalla moglie, in modo che non apprendesse della morte del marito dalla televisione, ma purtroppo – ha concluso – temo di aver fallito”.

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    La signora Immacolata Iacone è partita subito alla volta di Parma per raggiungerlo: vorrebbe vederlo almeno da morto, visto che non le e’ stato concesso di vederlo da vivo per l’ultima volta.. Immacolata Iacone, che ha sposato in carcere Raffaele Cutolo vive a Ottaviano, con la figlia avuta dall’anziano boss. E a Ottaviano ci sono ancora alcuni familiari dell’ex capo della Nco, che nell’ultimo anno ha visto aggravarsi le sue precarie condizioni di salute. LEGGI TUTTO

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    E’ morto il boss Raffaele Cutolo

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    E’ morto all’eta’ di 79 anni Raffaele Cutolo. Il boss mafioso, fondatore della Nuova camorra organizzata, era ricoverato nel reparto sanitario detentivo del carcere di Parma.

    Le condizioni di salute del boss erano peggiorate già l’estate scorsa tanto che ne era stato disposto il trasferimento nel settore sanitario del carcere. In primavera il tribunale di sorveglianza di Bologna gli aveva negato il beneficio degli arresti domiciliari.
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    La moglie Immacolata Iacone è stata avvertita della morte del congiunto poco dopo le 20 di stasera. Cutolo e’ morto alle 20.21 all’ospedale Maggiore di Parma. Nell’ultimo periodo era stato piu’ volte trasferito dal carcere al reparto ospedaliero. Nel respingere l’ultima istanza di differimento della pena, fatta dalla difesa del boss per le condizioni di salute, il tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva sottolineato, a giugno 2020, come le sue condizioni fossero compatibili con la detenzione. Ma soprattutto come, nonostante l’eta’, Cutolo fosse ancora un simbolo.

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    “Si puo’ ritenere che la presenza di Raffaele Cutolo potrebbe rafforzare i gruppi criminali che si rifanno tuttora alla Nco, gruppi rispetto ai quali Cutolo ha mantenuto pienamente il carisma”, scrivevano i giudici. E subito proseguivano: “Nonostante l’eta’ e la perdurante detenzione rappresenta un ‘simbolo’ per tutti quei gruppi criminali” che continuano a richiamarsi al suo nome. LEGGI TUTTO