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    Inchiesta Amnesia, sconto di pena in vista per D’Onofrio

    A distanza di quattro anni dalla cosiddetta operazione “Amnesia”, relativa a un traffico di droga che dalla Spagna sarebbe arrivata al Mof di Fondi nascosta nei camion dell’ortofrutta, e dai quindici arresti eseguiti dai carabinieri, la Corte di Cassazione ha disposto un nuovo processo per Davide D’Onofrio, di Terracina.
    Secondo l’Antimafia di Roma, gli indagati sarebbero stati impegnati nello spaccio di cocaina, amnesia, marijuana, ecstasy e cannabis.
    Dopo la condanna da parte della Corte d’Appello di Roma a 8 anni 2 mesi di reclusione, il terracinese, difeso dall’avvocato Giuseppe Lauretti, ha annullato la sentenza relativamente all’aggravante dell’ingente quantitativo e della mancata concessione delle attenuanti generiche, disponendo un nuovo processo d’appello per rideterminare la pena.
    Su richiesta del difensore, inoltre, D’Onofrio ha ottenuto la sostituzione degli arresti domiciliari con il solo obbligo di firma proprio dopo il pronunciamento della Suprema Corte.
    Stralciata poi dalla Cassazione, per la mancata notifica dell’udienza a un difensore, la posizione di Pasquale D’Alterio, di Minturno.
    Dichiarati infine inammissibili i ricorsi del colombiano Stiven Leonard Bohorquez, e di Mirko Tucciarone.

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    Tragedia del finanziere, aperta un’inchiesta dalla Procura di Cassino

    Aperta dalla Procura della Repubblica di Cassino un’inchiesta sul finanziere deceduto a Formia, a 48 ore di distanza dalla somministrazione del vaccino AstraZeneca.
    Il sostituto procuratore Maria Beatrice Siravo ha aperto un fascicolo contro ignoti, con l’ipotesi di omicidio colposo, e disposto una consulenza medico-legale per far luce sulla tragedia e stabilire anche un’eventuale correlazione tra la morte del 48enne Raffaele Tramontano, in servizio presso il Centro navale di Formia e residente a Scauri, e la dose del medicinale anglo-svedese.
    Un caso seguito da vicino dallo stesso procuratore capo Luciano d’Emmanuele.
    Il medicinale è stato somministrato al militare in caserma, il giorno dopo è stato vittima di malessere e dopo 48 ore, recatosi a lavoro, è stato colto da un forte malore.
    I colleghi hanno chiesto l’intervento del 118, il 48enne è stato trasportato all’ospedale “Dono Svizzero” di Formia, ma non c’è stato nulla da fare.
    I medici ipotizzano che il finanziere sia rimasto vittima di un infarto, ma sarà ora la Procura a dover fare chiarezza sul dramma.

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    Spaccio di droga, 18enne di Minturno rimesso in libertà

    Si è svolta lunedì mattina dinanzi al giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Cassino Salvatore Scalera, l’udienza di convalida dell’arresto del diciottenne di Minturno – difeso dall’avvocato Gianni Bove – che sabato scorso è stato arrestato in flagranza di reato con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente del tipo marijuana e hashish.
    In particolare, a seguito di un servizio volto a contrastare lo smercio di droga, i carabinieri della Stazione locale avevano proceduto a una perquisizione domiciliare, trovando il giovane in possesso di 114,3 grammi di marijuana suddivisa in dosi, 5,75 grammi di hashish, 0,19 di budder (un concentrato di cannabis), un bilancino e materiale utile al confezionamento.
    Il pubblico ministero di turno ha richiesto al Gip la convalida dell’arresto e l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari. Il giudice ha convalidato l’arresto, accogliendo però le doglianze del suo difensore circa l’applicazione della misura cautelare, rimettendo il 18enne in libertà senza essere gravato da alcuna misura cautelare, nonostante il quantitativo di sostanza rinvenuta.

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    Spaccio di droga a Minturno, il Gip dispone di nuovo i domiciliari

    Si è svolta ieri mattina dinanzi al giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Cassino, dottoressa Vittoria Sodani, l’udienza di convalida dell’arresto di un noto soggetto pluripregiudicato, difeso dall’Avvocato Gianni Bove, che lo scorso 26 febbraio è stato arrestato in flagranza del reato di detenzione e spaccio di sostanza stupefacente del tipo cocaina, commesso in Minturno.In particolare, l’uomo, già in regime di arresti domiciliari e gravato da precedenti specifici, è stato visto dai carabinieri mentre, dal balcone dell’abitazione minturnese in cui era ristretto, lanciava un involucro verso un’autovettura in transito.
    Gli agenti hanno inseguito l’automobile in fuga, sino a fermarla e a identificare il conducente. Quindi, hanno proceduto alle operazioni di perquisizione personale e veicolare, che hanno dato esito positivo. A questo punto il predetto ha ammesso i fatti, specificando altresì di aver ricevuto la sostanza stupefacente ai fini dello spaccio.
    I militari hanno raggiunto il luogo dei fatti e perquisito l’abitazione minturnese, nella quale sono stati rinvenuti un bilancino di precisione e materiale idoneo al confezionamento in singole dosi della sostanza narcotica, sicché hanno sottoposto alla misura precautelare della custodia in carcere colui che è stato accusato di aver ceduto la cocaina.
    Il Pubblico Ministero di turno ha richiesto al Giudice la convalida dell’arresto e l’applicazione della misura cautelare in carcere. Il Giudice, accogliendo la richiesta difensiva, sostenuta dall’Avvocato Gianni Bove, ha, invece, applicato la misura degli arresti domiciliari.  

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    Narcotraffico da Minturno al Circeo, 59 avvisi di garanzia

    Partiti da Minturno, avrebbero inondato di droga il basso Lazio e fatto affari pure in Campania.Tutto grazie a un’organizzazione particolarmente articolata, a ottimi rapporti con i clan camorristici napoletani e casertani, a un esercito di spacciatori e a un territorio che non sembra mai sazio di hashish e cocaina.
    Sarebbe andata avanti così, per almeno sette anni, dal 2008 al 2015, quella che la Direzione distrettuale antimafia di Roma ha inquadrato come un’organizzazione criminale dedita al narcotraffico messa su dal minturnese Giuseppe Fedele, lo stesso che, come emerso nell’inchiesta Touch & Go, avrebbe poi dovuto subire la guerra a lui mossa dai napoletani del Rione Don Guanella, decisi a prendersi loro le piazze di spaccio del sud pontino.
    E ora la Dda ha inviato ben 59 avvisi di garanzia e contestato all’esercito di indagati, in larghissima parte di Gaeta, Formia e Minturno, ben 125 capi d’accusa.
    Secondo il sostituto procuratore Stefano Luciano, Fedele avrebbe dato vita all’organizzazione criminale, ottenendo il monopolio nel business della cocaina e dell’hashish nelle zone di influenza, imponendo agli spacciatori di rifornirsi da lui e facendo valere i rapporti con la camorra, da cui avrebbe ricevuto protezione e supporto, partendo dalle forniture di sostanze stupefacenti.
    A collaborare con lui nella commercializzazione dell’hashish sarebbero stati Ugo Emilio Di Nardo e Giovanni Cardillo.
    Un ruolo importante nell’organizzazione, che avrebbe agito con modalità mafiose, lo avrebbero poi avuto Rossella Fedele, Lidia Caiazzo, e Stefano Forte.
    A custodire la droga avrebbero provveduto Italo Laracca e Paolo Matano e al trasporto Olindo Testa e Francesco Occhibove.
    Tra i fornitori vi sarebbero appunto stati organici a clan camorristici: Gaetano Milano, Carmine D’Andrea, Agostino Tartaglia, Pasquale Gallo, Gennaro Sorrentino, Ignazio Piscitelli ed Espedito Abate.
    Ma a procurare all’organizzazione la sostanza stupefacente avrebbero provveduto anche Carlo Barra e Anna Monti.
    Nell’organizzazione dedita al narcotraffico sono poi considerati coinvolti Luisa Pirozzi, Luigi Cavuoto e Romualdo Di Lanno.
    A gestire lo spaccio a Minturno sarebbero stati Domenico Castaldi, Mariano Palmieri, Alessio Carnevale, Massimo Di Toro, Umberto Somma, Angelo Fedele, Domenico Fimiani e Manuel Morlando, a Santi Cosma e Damiano Valentino Miosotis ed Erasmo Di Biasio, a Sessa Aurunca Bruno Ambrogioni, a San Giorgio a Liri Marco Oconi, a Sora Edmondo Cirfi, a Formia Salvatore Fustolo, Giovanni Pimpinella, Stefano Petricone e Marco Morabito, a Gaeta Stefano Usei ed Eric Di Biase, e a San Felice Circeo Gianluca Calisi.
    Un ruolo di rilievo sempre nello spaccio lo avrebbero poi avuto Antonio Di Rosa e Daniele Riso e, sempre nell’organizzazione, sarebbero stati impegnati Rosario Fedele e Giancarlo De Meo.

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    Omicidio Campanale, il giudice su Di Caprio: “Voleva uccidere”

    Depositate dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Cassino, Salvatore Scalera, le motivazioni della sentenza con cui, a novembre, ha condannato a sedici anni e otto mesi di reclusione Edoardo Di Caprio, l’imprenditore di Scauri accusato dell’omicidio volontario aggravato di Cristiano Campanale e del tentato omicidio di Andrea Campanale, compiuti il 25 gennaio 2019 a Minturno, in via Antonio Sebastiani.Di Caprio, alla guida di una Ford Fiesta, ha investito e ucciso Cristiano Campanale, aggredendo successivamente con un bastone anche il fratello della vittima, Andrea, nei pressi del suo negozio di alimentari “Sotto Zero”.
    Una vicenda per cui il pm Maria Beatrice Siravo aveva chiesto la condanna all’ergastolo.
    Dopo il dramma, i carabinieri sentirono l’imputato dire tra sé e sé: “Mi sono rovinato la vita, cosa ho fatto…è da stamattina che mi bombardano di messaggi WhatsApp dove dicevano che mi volevano incontrare e che non mi avrebbero dato i soldi che mi dovevano. Poi stasera mi ha chiamato Cristiano dicendomi che mi stavano aspettando fuori il mio negozio e avevo 5 minuti per arrivare lì, altrimenti andava da mia moglie. Non so che mi è preso. Sono salito in auto e sono andato lì. Volevo gonfiarli di botte col bastone. Poi, giunto all’incrocio, non so a quanto andavo, 130/150, ho fatto la curva e l’ho preso. Scendevo dall’auto col bastone e iniziavo a colpire delle persone, cosa ho fatto, cosa ho combinato”.
    Andrea Campanale ha quindi riferito agli investigatori di essersi recato da Di Caprio insieme al fratello per trovare un accordo su un debito di circa mille euro che avevano con lui e per parlargli di una loro amica, che lavorava come commessa in un’altra attività commerciale dell’imputato, che sosteneva di essere stata a lungo molestata da quest’ultimo.
    Per il giudice, Di Caprio “intendeva investire i due fratelli con la propria auto, travolgendo anche il palo, con l’intenzione di cagionare loro la morte ovvero lesioni”.
    Tutto in appena 4 secondi.
    Il gup Scalera ha poi sottolineato che “le questioni sottese al conflitto tra la vittima e l’imputato appaiono assolutamente irrisorie rispetto all’evento morte: il primo era risentito per il coinvolgimento della propria moglie a cui il secondo voleva mostrare la messaggistica relativa ad una relazione extraconiugale, quest’ultimo, a sua volta, si sentiva offeso per le accuse di cattivo pagatore che l’imputato gli aveva mosso nella piccola comunità di Minturno”.
    I difensori dell’imputato, gli avvocati Pasquale Cardillo Cupo e Domenico Iaderosa, si preparano ora a ricorrere in appello.

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    Anni 2000, catturato a Monaco di Baviera l’indagato Forcina

    Catturato in Germania il minturnese Alessandro Forcina, indagato nell’inchiesta antimafia “Anni 2000” e su cui pendeva un ordine di arresto disposto dal gip del Tribunale di Roma, Daniela Caramico D’Auria.A Monaco di Baviera le forze speciali tedesche hanno dato esecuzione al mandato di arresto europeo emesso nei confronti del 28enne.
    Critico verso il dispiegamento di forze tedesche messe in campo il difensore dell’indagato, l’avvocato Pasque Cardillo Cupo: “Sarebbe stata sufficiente una telefonata atteso che lo hanno preso mentre spalava la neve per garantirsi uno stipendio da oltre tre anni”.
    Il minturnese, assistito a Monaco dall’avvocato Thomas Pfister, si trova in Germania da tempo insieme alla moglie e alla figlia.
    Dopo l’arresto la Dda di Roma ha richiesto l’estradizione del Forcina in Italia e gli avvocati Cardillo Cupo e Pfister hanno già dichiarato di non opporsi, informando la Procura di Stato Tedesca e sollecitandola a procedere rapidamente così da consentire al giovane di potersi difendere in Italia, preannunciando già un ricorso al Tribunale del Riesame di Roma.
    L’ auspicio dei due legali è che entro 10-15 giorni Forcina possa atterrare a Fiumicino.
    Il 28enne, secondo la Dda di Roma, è coinvolto sia nelle attività di spaccio che nelle estorsioni portate avanti dal mafioso Antonio Antinozzi.

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    Affari mafiosi, D’Emmanuele: “Manterremo la guardia alta”

    Sugli affari mafiosi e i tanto facili quanto sospetti arricchimenti nel sud pontino la Procura di Cassino manterrà alta la guardia.Lo assicura, all’indomani dei 19 arresti nell’ambito dell’inchiesta antimafia “Anni 2000”, il procuratore capo di Cassino, Luciano d’Emmanuele.
    “Gli arresti per associazione a delinquere di stampo camorristico eseguiti nella zona di Santi Cosma e Damiano, Castelforte e Minturno sono un significativo riscontro di una realtà malavitosa sulla quale da tempo la Procura di Cassino pone la sua attenzione.
    Le indagini sono partite da Cassino grazie all’impegno encomiabile di due magistrati del mio ufficio, il dottor Alfredo Mattei e il dottor Emanuele De Franco”, afferma il procuratore capo.
    “Durante le investigazioni condotte dai carabinieri – aggiunge – sono emersi reati di competenza della Procura distrettuale.
    Gli atti sono stati trasferiti, come la legge prescrive, a Roma.
    Con la procura di Roma si è instaurato, e non è la prima volta, un ottimo lavoro di collegamento investigativo, tanto che Mattei e De Franco sono stati applicati a Roma, dove hanno continuato a svolgere il lavoro iniziato a Cassino, d’intesa con il sostituto distrettuale Fasanelli”.
    “Sono davvero felice per i risultati conseguiti – conclude d’Emmanuele – segno che la nostra vigilanza, l’attenzione al territorio, il lavoro quotidiano, assestano un colpo alla criminalità organizzata.
    Il sud pontino continua ad essere terra di intrecci malavitosi e di facili arricchimenti e la Procura di Cassino, consapevole del suo ruolo, non abbassa la guardia assicurando alla gente onesta e perbene che la battaglia per la legalità continua”.

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    Tragedia sull’autostrada, chiesti due rinvii a giudizio per omicidio stradale

    Omicidio stradale. Con quest’accusa il sostituto procuratore della Repubblica di Cosenza, Donatella Donato, ha chiesto il rinvio a giudizio dell’autista del furgone su cui viaggiava il 13 febbraio scorso il 37enne Francesco Bisecco, originario di Minturno e residente a Formia, e del conducente del tir che ha investito e ucciso il pontino.L’operaio, dopo un trasloco compiuto in Sicilia, sull’autostrada A2 del Mediterraneo, nei pressi di Cosenza Nord, è caduto dal furgone su cui stava rientrando a casa.
    Si trovava nel cassone del mezzo e, apertosi il portellone, è rotolato lungo l’autostrada, dove è stato falciato da un tir.
    Chiesto dunque un processo per il conducente del furgone, Louis Joseph Ampola, 54enne di Itri, e per quello del mezzo pesante, Pietro D’Arrigo, 47enne catanese.
    L’udienza è fisstaa per il prossimo 31 marzo davanti al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Cosenza.
    I familiari della vittima si costituiranno parte civile tramite gli avvocati Sandro Salera e Coriolano Cuozzo.

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    Dischetti spiaggiati, anche il Comune di Formia parte civile

    È stata accolta martedì, da parte del Gup del Tribunale di Salerno, la richiesta da parte del Comune di Formia di costituirsi come parte civile nel processo che vede indagati alcuni dirigenti della multinazionale Veolia, insieme ad altri dirigenti pubblici, per reato di disastro ambientale e inquinamento doloso causato dalla dispersione di oltre 130 milioni di dischetti filtratori fuoriusciti dal depuratore di Paestum. A renderlo noto, il sindaco Paola Villa.“La vicenda risale al 2018 ed ha interessato tutto il litorale da Salerno fino ad Ostia”, ricorda il primo cittadino. “Ha riguardato le nostre spiagge e isole. Ha riguardato le nostre acque, tanti gli animali, in particolar modo tartarughe uccise per aver ingerito i dischetti che galleggiando potevano essere scambiati per meduse. La multinazionale Veolia rappresenta la parte privata di Acqualatina, pertanto il comune di Formia già da mesi ha inoltrato richiesta all’Ato4 perché si costituisse parte civile, visto il diniego, allora ha deciso di costituirsi come Comune, coinvolgendo anche il Comune di Latina. I dischetti hanno invaso tutte le nostre spiagge, i responsabili del depuratore non hanno attuato alcuna bonifica, ancora oggi molti dei dischetti è possibile ritrovarli sulle nostre spiagge, ormai talmente camuffati che si confondono facilmente con la sabbia. La costituzione di parte civile di alcuni Comuni oltre che delle Associazioni ambientaliste fa comprendere come tale faccenda abbia un carattere istituzionale oltre che meramente ambientale”.

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    Touch & Go, concessi gli arresti domiciliari a Di Meo

    Ai domiciliari Giancarlo Di Meo, il 35enne di Minturno, coinvolto nell’inchiesta antimafia denominata Touch & Go e accusato di essere parte di un’organizzazione criminale finalizzata al narcotraffico.Il gip del Tribunale di Roma, Ezio Damizia, accogliendo l’istanza presentata dal difensore dell’indagato, l’avvocato Pasquale Cardillo Cupo, ha fatto uscire il giovane dal carcere.
    Il prossimo 17 dicembre, inoltre, si discuterà invece in Cassazione il ricorso presentato dalla difesa per chiedere l’annullamento della misura cautelare.

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    Spese pazze in Regione, condannato l’ex consigliere Galetto

    Due anni di reclusione, con sospensione condizionale della pena. Questa la condanna inflitta dal Tribunale di Roma all’ex consigliere regionale del Pdl, Stefano Galetto, di Latina, accusato di peculato.Assolto invece l’ex consigliere regionale azzurro Romolo Del Balzo, di Minturno, accusato di truffa, e assolta anche l’ex consigliera regionale romana Lidia Nobili.
    Si è concluso così, a distanza di otto anni, il processo denominato “Spese Pazze”, disposto alla luce delle indagini compiute dalla Guardia di finanza dopo lo scandalo dei rimborsi ai gruppi durante la legislatura di Renata Polverini e dopo le dichiarazioni fatte dal consigliere simbolo di quello scandalo, Franco Fiorito, detto er Batman.
    Il pm aveva chiesto invece la condanna a due anni per Del Balzo e Nobili e a tre anni per Galetto.
    Quest’ultimo, nello specifico, era finito sotto accusa per il denaro che ha fatto ottenere all’Unione Rugby Pontina, in cui aveva militato e di cui era stato socio.
    Novantamila euro che dovevano servire a promuovere lo sport nelle scuole, ma di cui non era stata poi chiara la destinazione.
    Del Balzo era invece stato accusato per 54.300 euro che si era fatto rimborsare con assegni e bonifici, allegando giustificativi solo per 14.579 euro.
    E Nobili per aver impiegato, secondo gli inquirenti, 139.208 euro per farsi campagna elettorale a Rieti.
    Una vicenda per cui i tre ex consiglieri quattro anni fa sono stati condannati dalla Corte dei Conti: Galetto a risarcire alla Regione Lazio 76mila euro, Del Balzo 35mila e Nobili 125mila.

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