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    Arzano, villa abusiva del boss Luigi Piscopo, il Tar respinge il ricorso

    Arzano. Villa abusiva del boss Luigi Piscopo, il Tar respinge il ricorso. Dall’ufficio tecnico ancora nessuna acquisizione al patrimonio comunale.
    Si è concluso con una sentenza di rigetto, il ricorso presentato dal proprietario dell’immobile che aveva eccepito, per il tramite del suo legale, di non essere l’autore materiale degli illeciti frutto di una iniziativa autonoma della attuale conduttrice dell’immobile.
    Il Tribunale amministrativo della Campania però, ha anche bacchettato il proprietario eccependo che: “come noto, la sanzione demolitoria degli abusi edilizi colpisce il bene abusivo, indipendentemente da chi abbia commesso l’abuso e pertanto il proprietario è legittimamente destinatario dell’ordine di demolizione anche se non sia l’autore dell’illecito.
    Neppure risulta condivisibile – stigmatizza il Tar – quanto si argomenta: l’opera abusiva in precedenza sommariamente descritta costituisce, infatti, senz’altro pertinenza dell’unità abitativa in proprietà dell’odierno ricorrente, sicché appare ininfluente, ai fini dell’individuazione del destinatario della sanzione reale in commento, la circostanza che detta veranda occupi, illegittimamente, anche unità fondiarie in proprietà di soggetti terzi”.
    Gli abusi edilizi sarebbero stati posti in essere dal capo clan Piscopo arrestato dai carabinieri travestiti da bagnanti in quanto sfuggito al blitz del 25 aprile scorso che portò in carcere 28 esponenti del cartello della 167. Il blitz anti camorra era stato predisposto dai carabinieri della locale tenenza di Arzano con l’ausilio dell’ufficio tecnico comunale che provvedeva a stilare apposita relazione sullo stato dei luoghi.
    Il sopralluogo – scattato a seguito di articoli giornalistici – aveva consentito di scoprire e portare alla luce una serie di violazioni in materia urbanistica e di appropriazione indebita di aree di pertinenza condominiale nella casa che sarebbe utilizzata come dimora dal giovane ras che con spavalderia aveva assistito al sopralluogo.
    Veranda e cucina abusiva nella Villa del boss Luigi Piscopo
    Da un accurato sopralluogo emergeva la costruzione di veranda, cucina, manutenzione straordinaria degli interni con realizzazione di solai e un incremento considerevole delle superfici. Scoperta anche la costruzione di un giardino con piante esotiche su area condominiale in assenza di qualsivoglia autorizzazione comunale. A protezione della casa e tenuto ben nascosto, un grosso cancello con punte in ferro illuminato giorno e notte da un faro alogeno.
    Sergio Coletta

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    Casoria, chiesto il processo per il motociclista ubriaco che causò la morte di una 26enne

    Si è posto alla guida in stato di ebbrezza, ha caricato una passeggera sulla sua moto nonostante questa fosse omologata per trasportare il solo conducente e, non bastasse, ha pure imboccato l’autostrada, con le inevitabili, drammatiche conseguenze: la trasportata è caduta dal veicolo ed è stata travolta e uccisa da tre auto che sopraggiungevano da dietro, lanciate a più di cento km all’ora.A conclusione delle indagini preliminari sul tragico e assurdo incidente stradale costato la vita un anno fa, il 27 ottobre 2021, lungo l’A1 Milano-Napoli, a Ilona Hrytsayuk, di soli 26 anni (ne avrebbe compiuti 27 quattro giorni dopo), di origini ucraine ma residente da tempo ad Afragola , il Pubblico Ministero della Procura di Napoli Nord, dott. Giovanni Corona, titolare del relativo procedimento penale, ha chiesto il rinvio a giudizio per L. C., 41 anni, di Arzano , che si trovava appunto in sella alla Harley Davidson.
    La moto da strada tipo cruiser, su cui la vittima era trasportata, per il reato di omicidio stradale con l’aggravante di essersi messo alla guida in stato di ebbrezza alcolica. E riscontrando la richiesta, il Gupdott.ssa Donata Di Sarno ha fissato per il 29 novembre 2022, alle 10, presso il Castello Aragonese di Aversa sede del Tribunale di Napoli Nord, l’udienza preliminare di un processo da cui i familiari della giovane, assistiti da Studio3A-Valore S.p.A., si aspettano giustizia.
    L’incidente si è verificato poco prima delle 2 di notte all’altezza della progressiva chilometrica 754+829 dell’A1, nel territorio comunale di Casoria. L’imputato stava procedendo in direzione Napoli-Caserta, sulla seconda corsia di marcia, quella centrale, sulla sua motocicletta con in sella anche la giovane passeggera.
    All’improvviso quest’ultima è scivolata dal mezzo rovinando sull’asfalto e finendo per essere investita in una terribile sequenza da tre vetture che provenivano da tergo, prima una Fiat Panda il cui conducente, dopo l’impatto, è pure finito contro il new-jersey che separa le opposte carreggiate dell’autostrada, poi da una Renault Captur e infine da una Fiat 500.
    La ventiseienne ha comprensibilmente riportato politraumi devastanti, una fine orribile, data anche la velocità a cui viaggiavano le tre auto: in quel tratto vige il limite dei 100 km/h e in un caso almeno, quello della 500, si è potuto comprovare, attraverso i dati della scatola nera, che al momento dell’urto la macchina sfrecciava a 116 km/h.
    La Procura, sulla scorta del rapporto trasmesso dagli agenti della Polizia Stradale di Napoli Nord che hanno effettuato i rilievi, ha subito aperto un fascicolo per omicidio stradale iscrivendo nel registro degli indagati sia il motociclista sia i tre automobilisti. I congiunti della vittima, per essere assistiti, attraverso l’Area manager Luigi Cisonna, si sono affidati a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, con la collaborazione dell’avv. Vincenzo Cortellessa, del foro di Santa Maria Capua Vetere.
    Il Sostituto procuratore, oltre all’autopsia sulla salma della povera giovane, ha disposto anche una perizia cinematica per accertare la dinamica, le cause e tutte le responsabilità della tragedia incaricando a tal fine l’ingegnere forense Antonio Ciarleglio.
    Il consulente tecnico alla fine non ha ritenuto sussistere “comportamenti colposi nel determinismo dell’evento”, ritenuto per loro “improvviso e imprevedibile”, da parte dei tre automobilisti, addebitandone l’esclusiva responsabilità alla “condotta di guida imprudente e pericolosa del motociclista”, come peraltro già riscontrato dagli uomini della Polstrada che lo avevano pure trovato positivo all’alcol test, con un tasso alcolemico di 0,73 grammi per litro.
    Di qui dunque la richiesta di processo nei suoi (soli) confronti da parte del magistrato inquirente, che gli imputa “colpa generica, avendo tenuto una condotta negligente, imprudente ed imperita”, per citare la richiesta di rinvio a giudizio, ma anche specifica, “avendo trasportato Ilona Hrytsayuk su un motociclo omologato all’utilizzo del solo conducente, conducendolo sotto l’effetto di bevande alcoliche e non evitando che la trasportava cadesse sull’asfalto”, con le tristemente note, fatali conseguenze.
    La Harley Davidson peraltro non era stata sottoposta a regolare revisione ed era stata anche “elaborata” in quanto, pur non essendo dotata di secondo sedile e di dispositivo di ritenuta per il passeggero, erano però presenti, evidentemente aggiunte ad hoc, le pedivelle per l’appoggio dei piedi.

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    Camorra ad Arzano, il pentito parla delle piazze di spaccio del clan

    Arzano. Le fiorenti piazze di spaccio di via Zanardelli e la “cornetteria” di via Galilei, e i ruoli di D’Aria Mario, Piscopo Raffaele, De Sica Vincenzo e Laezza Ciro.“Il 15 febbario del 2019 – scrivono i magistrati – Monfregolo Mariano spiega nel dettaglio i1 modo in cui è gestito i1 traffico di sostanze stupefacenti: egli si avvale di alcuni affiliati che, a 101’0 volta, hanno alle loro dirette dipendenze altri soggetti dediti allo spaccio al dettaglio della sostanza stupefacente. D’Arìa Mario, detto “Marietriello”, è l’uomo di fiducia di Monfregolo Mariano incaricato della gestione dell’attività illecita.
    Monfregoìo Mariano, nel corso della conversazione ambientale, all’interno della Fiat Panda, parlando con D’Aria Mario, gli indica come esempio Alterio Massimo (cognato di Renato Napoleone) che, per l’attività dj spaccio nell’area di Ponticelli, si serve di uno spacciatore tanto affidabile da godere della sua totale fiducia. In sostanza, Mariano Monfregolo sta comunicando a D’Aria Mario che, all’interno della 167, è proprio lui lo spacciatore nel quale ripone massima fiducia: (“quello lo vende il servizio .. lo sai perché lo vende . tiene tipo ad uno come tengo io a te …a Ponticelli… tale e quale e basta… e forte .. e basta che e forte .. gli fa i pezzi glielo da e quello li venda… ”).
    D’Aria Mario, a sua volta, si avvale di altri affiliati che curano la vendita al dettaglio dello stupefacente all’interno delle piazze di spaccio e, in particolare, di quella di via Einaudi incrocio via Galilei, chiamata convenzionalmente “la cornetteria”.
    Nel corso della conversazione del 15 febbraio del 2019, è ricostruita l’attività dì spaccio, articolata, dal punto di vista territoriale, in tre piazze e con il supporto di soggetti che si riforniscono dal clan per lo spaccio al dettaglio. Mariano Monfregolo, giunto in Via Galileo Galilei, nei pressi della “cornetteria”, si ferma ed inizia a parlare con D’Aria Mario, al quale, chiede di salire a bordo dell’auto e prendere qualcosa da portare ai “moccus’” (ragazzini).
    La conversazione conferma il ruolo di D’Aria Mario quale coordinatore delle piazze di spaccio e gestore della contabilità: Giunti nei pressi di via Silone – angolo via Meuccì — D’Arìa Mario scende dall’auto e Mariano Monfregolo inizia a parlare con tale Lello; la conversazione verte sulla qualità della sostanza stupefacente venduta da Monfregolo e dai suoi spacciatori.
     Mariano Monfregolo non voleva “allungare” la droga perché poco professionale
    Monfregolo Mariano sostiene che “allungare” la sostanza stupefacente sarebbe poco redditizio in quanto comporterebbe Ia perdita di clienti per la scarsa qualità del prodotto. Gli acquirenti, secondo lui, conoscono bene la qualità del prodotto e “la fatica” (intesa come affidabilità – ndr) (“mo sta li stà inc…. pero sai che è Lelluccio…a volte quello non capisce… tu allunghi un poco il brodo…quello che fai fai per dirti una stronzata… mo ti sto dicendo… perdi la gente e ti sgamano (ndr ti scoprono)… non tieni niente .. perché lelluccio [0 sa la gente lo sa la fatica mia .. quando vedono un prodotto diverso, oh mi dicono” o frà ma. questo tieni? se questo tien‘ a me non piace” però sanno a me per dire …la fatica “).
    D’Aria Mario, poco dopo, risale in auto e, unitamente a Monfregolo Mariano, si reca presso la piazza di spaccio di via Zanardelli dai cosiddetti “moccusi ” Piscopo Raffaele e De Sica Vincenzo. Alle 22.20.56, nei pressi di Via Zanardelli, è presente Piscopo Raffaele, spacciatore alle dipendenze dirette di Mariano Monfregolo e D’Aria Mario che riferisce che il denaro è stato consegnato a tale “Vincenzo” (da identificare, come dimostrano le successive conversazioni, in De Sica Vincenzo) che è già rincasato.
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    Monfregolo Mariano prima chiede di De Sica Vincenzo e poi ordina a Piscopo Raffaele di dargli i soldi già incassati per la vendita dello stupefacente, a lui consegnato in una precedente occasione e gli chiede se una determinata sostanza stupefacente ha avuto riscontri positivi tra i consumatori.
    Nella successiva conversazione ambientale registrata all‘interno dell’autovettura Fiat Panda, l’argomento è la consegna del denaro provento della vendita di marijuana (“erba”) a Monfregolo Mariano e D’Aria Mario. Nei pressi di via Zanardellì, durante la conversazione con Piscopo Raffaele, D’Aria Mario chiarisce che 60 Euro “vecchie” , sono riferite al pagamento dell’erba (Monfregolo Mariano: Che sono le 60 euro?” – D’Aria Mario rispondeva: ”l’erba!!…. ”). D’Arìa Mario si rende conto che Piscopo Raffaele è in possesso di una consistente somma di denaro e gli chiede di consegnarla, stessa richiesta è formulata da Mariano Monfregolo.
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    Il dialogo continua con il conteggio ed il pagamento delle vecchie e nuove forniture di droga e si conclude con la seguente frase proferita da Mariano Monfregolo “o frà allora tieni 20 i duri e 15 di questi qua ..ci vediamo dopo ….. toglimi una ceppa da mezzo .. mo che vai a pigliare I ’erba..capito?.. me la vengo a prendere fra un altro poca. “
    Mariano Monfregolo conferma che il giovane spacciatore avrebbe dovuto rifornirsi di un quantitativo dì stupefacente del tipo marijuana da cui, poi, avrebbe prelevato una dose per lo stesso Manfregolo Mariano. Monfregolo Mariano e D’Aria Mario si allontanano da Via Zanardelli e continuano ad effettuare i conteggi inerenti la vendita di sostanze stupefacenti esplicitamente indicate con i termini ‘fùmo” e “fidi/letta“ ( “è finito sto fumo? …n0? “….. “sai quanto mi devi dare a me ? “….”.. 90 …più una panetta”).
    Monfregolo Mariano e D’Aria Mario, nella parte finale della conversazione, quantificano anche l’importo che il primo deve a Monfregolo Mariano per lo stupefacente preso in carico. Si tratta del pagamento dello stupefacente di cui D’Aria Mario si fornìsce per lo spaccio presso la piazza denominata “la cornetteria” di Via Galilei; i due annotano anche che il nipote di Monfregolo Mariano, Monfregola Francesco, ha ritirato n. 3 panetti (D’Arìa Mario :” tuo nipote… tre lì tiene lui”).
    Monfregolo Mariano e D’Aria Mario, sempre all’interno dell’auto monitorata, parlano della “cornetteria” che, in quanto base per lo spaccio delle sostanze stupefacenti, dovrebbe essere un luogo di aggregazione e intrattenimento, per consentire la presenza dì pregiudicati senza attirare l’attenzione delle forze di polizia. D’aria Mario riporta le parole di un terzo: “Marittiè vendiamo questo, butta le zeppate, teniamo quest’altro compriamo il bigliardìno… o frà ..qua non è niente il tuo qua la cornetteria …deve stare aperta il circoletto noi facciamo la droga 10 giorni e ce lo chiudono …ì delinquenti….omissìs….i pregiudicati qua dentro si mette la pattuglia là fuori”; ”meglio a tenerla così” vendi un poco di droga“.
    Monfregolo Mariano ricorda che è stato grazie alla sua insistenza con i] fratello (Monfregolo Giuseppe, allora latitante) che l’attività sta andando bene: “ma non può mai essere .. mi sono litigato con mio fratello…mio fratello ha detto “quella cosa gli deve fare l’erba davanti” sono stato io .. cioè l’ho pregato …l’ho martellato bung bangt… mi sono fatto dare le chiavi mio fratello disse io mi piglio tutte cose e mi paghi a me… mio fratello deve avere ancora 2000 euro se vogliamo parlare… ”.
    È evidente che Monfregolo Mariano sta organizzando la piazza di spaccio, chiamata comunemente “cornetteria”, con la copertura di un’attività commerciale che non attiri le attenzioni delle forze di polizia. Alle 23.57, in via Galilei incrocio Via Einaudi, proprio nei pressi dell’attività commerciale chiamata “la cornetteria”, Mariano Monfregolo discute dell’opportunità di gestire il locale non come circolo ricreativo, ma come cornetteria/paninoteca.
    Carmine Longhi LEGGI TUTTO

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    Caro estinto ad Arzano, lavorano solo le ditte della camorra: le indagini della magistratura

    Arzano – “Pactum sceleris” tra gli uffici comunali e i clan. Caro estinto. Vuoi essere seppellito? Ad Arzano lo fai solo con le ditte “autorizzata” dalla camorra.Iniziano ad emergere i primi particolari scottanti dall’indagine di Procura e carabinieri che ha già portato all’emissione di 7 avvisi di conclusione delle indagini preliminari per una serie di falsi ideologici a carico di vigili urbani, dirigenti e soggetti contigui al clan Ferone. Più redditizie e meno rischiose dei traffici illeciti, le pompe funebri gestite in esclusiva, rappresentano la miniera d’oro dei clan Ferone e Amato-Pagano.
    “In particolare – scrivono gli inquirenti – , si appurava che l’agenzia funebre Scafuro-Ferone, legata alla c.o., dal 29 aprile 2016 (data di scadenza del titolo abilitativo precedentemente posseduto) sino al mese di aprile 2019, effettuava trasporti funebri senza la prevista autorizzazione, anche avvalendosi di altre pompe funebri, BAM Multiservizi e le ONORANZE NUNZIATA di Palma Campania”.
    All’esito dei controlli effettuati dei militari, riscontrata l’assenza di titoli autorizzativi,” a luglio 2018 si provvedeva alla chiusura della società SCAFURO-FERONE, che, pur di continuare la propria attività, da quel momento mutava la denominazione in FERONE-SCAFURO s.r.l., avendo quale oggetto sociale la vendita di oggetti sacri. Attività posta in essere grazie ad una segnalazione certificata di inizio attività (s.c.i.a.), per cui l’arch. NAPOLITANO, funzionario pro tempore dell’U.t.c. di Arzano, commetteva palesemente un falso pur di consentire all’impresa in questione di continuare ad operare”.
    Nel corso delle indagini si appurava che il comune di Arzano, nelle sue varie articolazioni, nonostante fosse a conoscenza dell’alveo di illegalità in cui operava l’agenzia SCAFURO-FERONE permetteva il perpetrarsi degli illeciti, mostrandosi anche connivente; infatti: il capo settore attività produttive e della Polizia municipale dell’epoca, in violazione del Regolamento di Polizia Mortuaria Comunale avrebbero omesso di esercitare i previsti controlli consentendo di fatto all’impresa SCAFURO -FERONE di esercitare fino al luglio 2018 l’attività di servizio funebre ed inoltre, il 28 novembre 2017, un agente della Polizia Municipale di Arzano, attestando il falso, asseverava la regolarità dell’operato della medesima impresa, redigendo verbali con cui si certificava la regolarità amministrativa dell’impresa nonostante l’assenza titolo abilitativo”.
     Il funerale per un congiunto di un dirigente comunale
    “L’ufficio di Stato Civile, invece, nella persona del responsabile, LANGELLA Luigi; autorizzava l’agenzia SCAFURO-FERONE al trasporto e al seppellimento, in violazione, delle altre norme, che impone all’Ufficiale di Stato civile il rilascio della singola autorizzazione funebre e del permesso di seppellimento previa dimostrazione del possesso dei requisiti previsti, non posseduti dall’impresa de qua. Inoltre, il 26 febbraio 2018, l’impresa SCAFURO-FERONE provvedeva al funerale di un cittadino, suocero dell’ufficiale allo stato civile”.
    “Ovviamente il tutto avveniva nonostante l’impresa incaricata fosse priva del titolo abilitativo, circostanza ampiamente nota agli uffici comunali; permettevano l’attività illecita dell’impresa funebre SCAFURO-FERONE omettendo, ognuno per la parte di competenza, di verificare “…la permanenza dei requisiti previsti dalla vigente normativa in materia …”, venendo così meno all’obbligo di “…vigilanza e controllo sull’osservanza delle disposizioni” di legge, che “…spettano al Comune che si avvale per gli aspetti igienico sanitari dell’azienda sanitaria locale territorialmente competente…”, evitando così l’interdizione temporanea o definitiva che sarebbe stata obbligatoria se si fossero accertate le violazioni commesse dall’impresa funebre”.
    “Si ha conferma del pactum sceleris con gli Uffici Comunali ed in particolare con il LANGELLA Luigi in considerazione che un congiunto del defunto nella conversazione tra quest’ultimo e lo SCAFURO Luigi rappresenta che al Comune “Gigino (ndc Luigi Langella) non c’è ”e che la signora (D.ssa omissis… sostituta del LANGELLA) sta creando problemi per la cremazione. Tale circostanza offre un ulteriore spunto per affermare che, in assenza di Luigi Langella, operare in modo difforme dalla legge diventava difficile per i titolari dell’Agenzia SCAFURO-FERONE; Luigi Langella nel frattempo aveva anche trovato il modo per diventare punto di riferimento della BAM di Massimo Manduca”.
    “Infatti, nell’08 gennaio 2019 intercorsa tra il citato funzionario comunale e Massimo Manduca dimostra che addirittura a quest’ultimo venivano rilasciati nulla osta in assenza di documenti obbligatori quali il verbale di chiusura feretro. L’assoluta assenza di controllo se non vera e propria complicità di Langella emerge dall’esame proprio dei citati verbali. Il primo dei dati inseriti è quello degli estremi dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività funebre che per i verbali degli SCAFURO FERONE risulta quello della SCIA del 15 marzo 2011”.
     Le ditte di pompe funebri di Scafuro e Ferone operavano ad Arzano senza alcuna autorizzazione
    “Il solo dato appena menzionato doveva essere per il LANGELLA motivo per non sottoscrivere le singole autorizzazioni atteso che gli estremi della SCIA del 2011 evidenziano la chiara assenza del titolo abilitativo. La menzionata autorizzazione; infatti avendo validità annuale non poteva certo decorrere dal 2011 in quanto alla scadenza il titolo viene totalmente rinnovato. Quanto il LANGELLA fosse a conoscenza delle differenti posizioni delle due agenzie funebri operanti ad Arzano (Safuro-Ferone e Scafuro Umberto) è dimostrato l’8 agosto 2018 allorquando i carabinieri acquisiscono formalmente la documentazione delle due agenzie presente allo stato civile. Nella circostanza nella pratica di Umberto SCAFURO è regolarmente presente il titolo abilitativo mentre nessuna forma di autorizzazione risulta esistente per quanto riguarda gli SCAFUROFERONE”.
    “Era evidente quindi che l’Ufficio fosse perfettamente consapevole delle due differenti situazioni. Nel prosieguo del verbale vengono poi elencate le generalità del personale incaricato del servizio nonché gli estremi dell’attestato di formazione. Tra i quattro, spicca la figura di Antonio FERONE che nel mese di giugno 2018 era detenuto presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano ove ha scontato fino al 17 luglio dello stesso anno una condanna per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Risultava chiaro quindi che nonostante in elenco il FERONE mai sarebbe potuto essere presente ai funerali svolti dall’agenzia SCAFURO FERONE”.
    “Un altro dato che testimonia chiaramente quanto il Luigi LANGELLA fosse omissivo nel rilascio delle autorizzazioni agli SCAFURO-FERONE è quello relativo ai certificati di formazione previsti dall’art. 7 comma 3 ter dell’Allegato A legge regionale 12/2001. La norma infatti stabilisce che gli operatori con cadenza triennale debbano seguire corsi di aggiornamento professionale. Orbene, nel caso in specie in specie, gli attestati di formazione risalivano tutti al 2012 e quindi ampiamente scaduti. FERONE Girolamo invece ne possedeva uno prossimo alla scadenza”.
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    “Un altro esempio emblematico di come i titolari della società operassero in dispregio di leggi e regolamenti oltre che senza alcuna forma di controllo è quello verificatosi il 03 luglio 2018 in occasione della morte di omissis…. L’uomo era deceduto per una caduta accidentale. Nella circostanza, i familiari convocavano l’impresa SCAFURO- FERONE alla quale manifestavano la volontà di non tenere la salma in casa e di condurla al Cimitero. In caso di impossibilità ad avvalersi di questa possibilità le Agenzie devono essere in grado di allestire le “sale commiato”. A tale richiesta, Giovanni FERONE consapevole di non avere né autorizzazione e tantomeno idoneo locale contatta Luigi SCAFURO e con tono quasi sprezzante per il defunto gli chiede di trovare una soluzione nel cimitero per la notte”.
    “A finire nel mirino degli 007 dell’Arma dei carabinieri della locale tenenza l’ex dirigente del Suap Giovanni Napolitano e il supporto al Rup Rosalia Santonastaso poiché, secondo quanto accertato dai militari in concorso con Luigi Ferone (nipote del capoclan Ernesto Ferone) e titolare della Scafuro & Ferone – da qualche mese oggetto anche di interdittiva Antimafia emessa dalla Prefettura di Napoli -, formando nell’esercizio delle rispettive funzioni, il provvedimento conclusivo del procedimento amministrativo volto all’annullamento di una Scia, presentato nell’interesse della medesima impresa funebre, avrebbero attestato falsamente i requisiti morali e Antimafia della stessa”.
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    “Indagato anche l’agente Pasquale Raia, in concorso con il titolare dell’impresa funebre, durante un verbale di ispezione amministrativa a carico della Scafuro & Ferone, avrebbe falsamente attestato la regolarità della documentazione necessaria per svolgere l’attività. Gli episodi di falsi si sarebbero verificati in più occasioni nel corso del tempo tanto che in alcune occasioni Grande Carmine, Luigi Scafuro e Giovanni Ferone (quest’ultimo fratello del boss Ernesto Ferone) titolari e dipendente dell’impresa, formavano atti falsi apponendo fasullo protocollo comunale in modo da comprovare la comunicazione al comune di cambio di amministratore ed elenco aggiornato dei dipendenti”.
    “Indagato, unitamente ai titolari dell’impresa funebre anche il funzionario comunale dello Stato Civile Luigi Langella. Lo stesso, in concorso con gli Scafuro e Ferone e su istigazione degli stessi, “omettendo scientemente ogni forma di controllo sulle autorizzazioni rilasciate alla citata impresa”, di fatto autorizzava il trasporto della salma intenzionalmente procurando ingiusto vantaggio patrimoniale”. Le indagini, nella fase iniziale, sarebbero uno stralcio di ulteriori azioni della magistratura su alcuni politici locali”.
    Carmine Longhi
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    Ad Arzano minacce al giornalista Giuseppe Bianco

    “Infami, carogne. Pagherete tutto”. E’ quanto scritto in una lettera recapitata ad Arzano al cronista del “Roma” Giuseppe Bianco.
    Lo rende noto in un comunicato il Sugc, Sindacato unitario dei giornalisti campani: “La missiva, seppure inviata presso il suo indirizzo di casa, e’ stata consegnata al Comune insieme ad altre minacce dirette all’Amministrazione.
    La busta, ancora chiusa, e’ stata portata dal segretario generale ai carabinieri e aperta davanti ai militari della Tenenza. Sul fatto e’ stata avviata subito un’indagine. E’ molto probabile che le minacce siano partite per l’inchiesta che il giornalista sta conducendo sulle pompe funebri e i legami con i clan”.
    Proprio mercoledi’ scorso, durante una conferenza stampa al Sugc con il giornalista di Arzano sotto scorta Mimmo Rubio, e’ stata denunciata l’emergenza sul quel territorio. “Questo ennesimo episodio evidenzia che sono necessari interventi straordinari da parte delle Istituzioni.
    Segnaleremo il caso al Prefetto e al Ministero dell’Interno, ai quali chiederemo garanzie sulla sicurezza dei colleghi che, nonostante le minacce, continuano a illuminare un territorio dove la pressione della camorra e’ piu’ forte che altrove.
    A Giuseppe Bianco va la solidarieta’ di Federazione nazionale della Stampa e Sindacato unitario giornalisti della Campania. Nei prossimi giorni saremo di nuovo ad Arzano per incontrare i colleghi”, conclude il Sugc. LEGGI TUTTO

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    Camorra ad Arzano, città controllata dai clan e dalle pompe funebri

    Arzano. Nell’area settentrionale della provincia il territorio di Arzano “dotato di un ricco tessuto produttivo e attività imprenditoriali, è situato in una zona “cuscinetto” tra le aree di influenza dominate dagli storici clan Amato-Pagano e Moccia, delle cui mire espansionistiche è sempre stato oggetto, ed è stato “governato”, attraverso gruppi locali, anche in una logica di divisione dei settori di attività illecita”.In quest’area compresa tra i comuni di Arzano, Caivano, Frattaminore e Frattamaggiore – si legge nella relazione – tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 le tensioni tra i gruppi locali hanno dato luogo a una serie di gravi scontri. Da un lato si sarebbe schierato il clan Monfregolo, dall’altro quello dei Cristiano denominato anche “della 167” costola arzanese del cartello Amato-Pagano.
    “La scarcerazione nell’aprile 2020” degli elementi apicali del gruppo Cristiano “tornati alla guida del clan, è all’origine dell’allontanamento dal territorio del nucleo familiare dei Monfregolo e degli affiliati a loro rimasti fedeli”.
    Tuttavia nella seconda metà del 2021 dopo l’omicidio di quello che era assurto al ruolo di reggente dei Cristiano, si è riaffermata la famiglia Monfregolo dando luogo “a numerose occupazioni abusive (anche da parte di persone provenienti da altri comuni), costituenti rivendicazione e segno tangibile del ricambio al vertice del clan e del ritorno dei Monfregolo sul territorio …”.
    Lo stralcio del provvedimento cautelare eseguito dai Carabinieri il 23 marzo 2022 a carico del reggente del gruppo Monfregolo si riferisce all’agguato avvenuto il 24 novembre 2021 in pieno centro ad Arzano e che ha coinvolto 5 persone rimaste ferite, nonché gravemente ferito il componente del gruppo dei Cristiano deceduto il successivo 28 novembre.
    Con il ritorno dei Monfregolo i Cristiano sarebbero stati costretti a lasciare il territorio di Arzano e a riparare nell’area frattese. Di conseguenza anche le conflittualità si sono spostate nei comuni di Frattamaggiore e Frattaminore determinando il coinvolgimento dei locali gruppi Pezzella-Ullero e Mormile.
    Proprio “tenuto conto della descritta situazione di illegalità diffusa, da circa un anno la Polizia Municipale di Arzano ha in corso serrati controlli finalizzati ad accertare le avvenute occupazioni abusive, a verificare la regolarità di quelle già in atto e ad accertare la presenza di eventuali abusi edilizi.
    Tali attività  – conclude l’analisi Antimafia- sono evidentemente vissute con insofferenza dagli esponenti del clan, che considerano le palazzine popolari della 167 la propria roccaforte, trattandosi di un luogo altamente simbolico (da sottrarre, quindi, ai controlli di legalità) ma anche di una risorsa destinata ad alimentare il consenso e la fidelizzazione di soggetti contigui al gruppo e, più in generale, della popolazione residente, attraverso l’assegnazione a coloro che hanno bisogno di un’abitazione, secondo un vero e proprio sistema parallelo a quello istituzionale”.
    In questo ambito peraltro vale la pena ricordare come in relazione alle verifiche sulla regolarità delle occupazioni delle case popolari il 7 marzo 2022 ad Arzano venivano affissi manifesti minatori rivolti al comandante dei vigili urbani.
    Sempre in tale contesto sarebbero maturate altre azioni intimidatorie questa volta nei confronti del parroco del Parco Verde di Caivano verosimilmente per il suo impegno contro le mafie. Un importante spaccato sull’organizzazione e sull’operatività ad Arzano del sodalizio Amato-Pagano – cartello criminale leader nel narcotraffico di cui si è già parlato nel paragrafo dedicato alla città di Napoli – era stato fornito dall’operazione conclusa l’8 giugno 2021 dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di finanza.
    L’indagine aveva documentato una pluralità di reati finalizzati a mantenere il controllo criminale nel comune di Arzano e in quelli limitrofi. In particolare l’inchiesta aveva riguardato ipotesi di infiltrazione del clan anche nell’amministrazione comunale di Melito di Napoli presso la quale l’organizzazione godeva di entrature grazie a pubblici ufficiali infedeli, nonché a alcuni referenti delle associazioni di categoria che in qualche modo favorivano anche la capillare attività estorsiva sui commercianti.
    Gli esiti investigativi avevano inoltre comprovato l’interesse del clan per il settore delle onoranze funebri con una gestione di fatto monopolistica essendone stato inibito l’esercizio sul territorio a imprese non disponibili a versare una quota fissa all’organizzazione.
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    Camorra, attentato al giornalista Mimmo Rubio: 3 indagati

    Arzano. Per gli attentati dinamitardi e le minacce della camorra ai danni del giornalista Mimmo Rubio: indagati tre esponenti del clan Amato-Pagano.Sono tre gli esponenti del clan della 167 di Arzano raggiunti da avviso di conclusione delle indagini preliminari per il reato di minaccia aggravata dalle modalità mafiose, porto e detenzione di materiali esplodenti contestati a seguito delle “stese” con esplosioni di batterie di fuochi messe in atto fin sotto l’abitazione del cronista avvenute nel luglio 2018.
    Gli indagati, Raffaele Piscopo, Vincenzo De Sica e Salvatore Rea all’epoca minorenni, (i primi due arrestati durante il blitz del 25 aprile scorso), sono stati raggiunti dagli avvisi di conclusione delle indagini preliminari da parte della Procura della Repubblica presso il tribunale dei minori riguardanti gli episodi di intimidazione della cosca ai danni del giornalista Rubio avvenuti nelle prime ore notturne del 27 e 28 luglio 2018.
    Seguirebbe, invece, altro filone giudiziario, da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, il terzo episodio intimidatorio, più noto, avvenuto due settimane dopo, nel pieno della notte, ad agosto 2018, quando due esponenti della cosca in sella ad una moto lanciarono una bomba carta che esplose sul balcone di casa.
    Le indagini condotte dagli 007 dei carabinieri della locale tenenza nel 2018, hanno consentito di identificare tutti i soggetti che materialmente parteciparono alla preparazione e commissione degli attentati.
    Secondo la Procura, i tre in concorso tra loro, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, ponevano in essere le seguenti condotte volte all’intimidazione del giornalista Rubio Domenico (il quale aveva più volte scritto anche sui social articoli volti a denunciare l’esistenza delle infiltrazioni camorristiche in attività di pubblico interesse, tra cui la gestione dei cimiteri del comune di Arzano e altri episodi di illegalità diffusa riferibili ad attività dei clan insistenti nel medesimo territorio), “precisamente – scrivono i magistrati– : una prima volta (27 luglio), Piscopo e De Sica facevano esplodere una batteria di fuochi d’artificio sotto l’abitazione del giornalista Rubio Domenico, dopo che questi aveva denunciato in un articolo del ‘16 luglio l’esplosione di fuochi di artificio nel rione 167 di Arzano: una seconda volta (28 luglio), Rea e De Sica, unitamente ad altri complici maggiorenni, facevano esplodere una batteria di fuochi sotto l’abitazione del giornalista Rubio Domenico, dopo che questi aveva denunciato in un articolo del 16 luglio l’esplosione di fuochi di artificio nel rione 167 di Arzano.
    In questo modo – scrive il Pm – , attraverso la indebita esplosione di fuochi pirotecnici in tempo di notte, essi minacciavano l’incolumità di Rubio Domenico al fine di affermare l’esistenza e la forza del “clan della 167″ diretta derivazione dell’associazione camorristica facente capo alle famiglie Amato-Pagano operante nell’area di Napoli nord e perché, in concorso tra loro, al fine di compiere l’azione criminosa, detenevano e portavano fuori dall’abitazione illecitamente le “stesa” di cui al capo rie in danno di Rubio batterie di fuochi di artificio utilizzati per le azioni intimidatorie in danno di Domenico Rubio”.
     Camorra, i tre attentatori nel 2018 erano minorenni
    Piscopo Raffaele, oltre ad essere imparentato con i Monfregolo e gli Alterio, si rese protagonista unitamente a Mariano Monfregolo anche delle minacce al comandante della Polizia locale Biagio Chiariello e per questo arrestato.
    TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE: Ad Arzano dopo le minacce affidata la scorta al giornalista Mimmo Rubio
    De Sica e Piscopo, inoltre, oltre ad essere stati arrestati unitamente ad altre 27 persone ritenute organiche del clan della 167 di Arzano, finirono in carcere anche per un altro clamoroso episodio delinquenziale: l’aggressione a colpi di cric ai danni dell’ivoriano Ousselle Gnegne a cui fratturarono le braccia solo perché colpevole di camminare per strada alla 3 di notte. Le indagini dei militari dell’Arma consentirono di collegare una serie di intimidazioni anche ai danni di altri giornalisti locali.
    (nella foto un momento dell’attentato e nei riquadri da sinistra Raffaele Piscopo e Vincenzo De Sica)
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    Camorra, attentato al giornalista Mimmo Rubio: 3 indagati

    Arzano. Per gli attentati dinamitardi e le minacce della camorra ai danni del giornalista Mimmo Rubio: indagati tre esponenti del clan Amato-Pagano.Sono tre gli esponenti del clan della 167 di Arzano raggiunti da avviso di conclusione delle indagini preliminari per il reato di minaccia aggravata dalle modalità mafiose, porto e detenzione di materiali esplodenti contestati a seguito delle “stese” con esplosioni di batterie di fuochi messe in atto fin sotto l’abitazione del cronista avvenute nel luglio 2018.
    Gli indagati, Raffaele Piscopo, Vincenzo De Sica e Salvatore Rea all’epoca minorenni, (i primi due arrestati durante il blitz del 25 aprile scorso), sono stati raggiunti dagli avvisi di conclusione delle indagini preliminari da parte della Procura della Repubblica presso il tribunale dei minori riguardanti gli episodi di intimidazione della cosca ai danni del giornalista Rubio avvenuti nelle prime ore notturne del 27 e 28 luglio 2018.
    Seguirebbe, invece, altro filone giudiziario, da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, il terzo episodio intimidatorio, più noto, avvenuto due settimane dopo, nel pieno della notte, ad agosto 2018, quando due esponenti della cosca in sella ad una moto lanciarono una bomba carta che esplose sul balcone di casa.
    Le indagini condotte dagli 007 dei carabinieri della locale tenenza nel 2018, hanno consentito di identificare tutti i soggetti che materialmente parteciparono alla preparazione e commissione degli attentati.
    Secondo la Procura, i tre in concorso tra loro, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, ponevano in essere le seguenti condotte volte all’intimidazione del giornalista Rubio Domenico (il quale aveva più volte scritto anche sui social articoli volti a denunciare l’esistenza delle infiltrazioni camorristiche in attività di pubblico interesse, tra cui la gestione dei cimiteri del comune di Arzano e altri episodi di illegalità diffusa riferibili ad attività dei clan insistenti nel medesimo territorio), “precisamente – scrivono i magistrati– : una prima volta (27 luglio), Piscopo e De Sica facevano esplodere una batteria di fuochi d’artificio sotto l’abitazione del giornalista Rubio Domenico, dopo che questi aveva denunciato in un articolo del ‘16 luglio l’esplosione di fuochi di artificio nel rione 167 di Arzano: una seconda volta (28 luglio), Rea e De Sica, unitamente ad altri complici maggiorenni, facevano esplodere una batteria di fuochi sotto l’abitazione del giornalista Rubio Domenico, dopo che questi aveva denunciato in un articolo del 16 luglio l’esplosione di fuochi di artificio nel rione 167 di Arzano.
    In questo modo – scrive il Pm – , attraverso la indebita esplosione di fuochi pirotecnici in tempo di notte, essi minacciavano l’incolumità di Rubio Domenico al fine di affermare l’esistenza e la forza del “clan della 167″ diretta derivazione dell’associazione camorristica facente capo alle famiglie Amato-Pagano operante nell’area di Napoli nord e perché, in concorso tra loro, al fine di compiere l’azione criminosa, detenevano e portavano fuori dall’abitazione illecitamente le “stesa” di cui al capo rie in danno di Rubio batterie di fuochi di artificio utilizzati per le azioni intimidatorie in danno di Domenico Rubio”.
     Camorra, i tre attentatori nel 2018 erano minorenni
    Piscopo Raffaele, oltre ad essere imparentato con i Monfregolo e gli Alterio, si rese protagonista unitamente a Mariano Monfregolo anche delle minacce al comandante della Polizia locale Biagio Chiariello e per questo arrestato.
    TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE: Ad Arzano dopo le minacce affidata la scorta al giornalista Mimmo Rubio
    De Sica e Piscopo, inoltre, oltre ad essere stati arrestati unitamente ad altre 27 persone ritenute organiche del clan della 167 di Arzano, finirono in carcere anche per un altro clamoroso episodio delinquenziale: l’aggressione a colpi di cric ai danni dell’ivoriano Ousselle Gnegne a cui fratturarono le braccia solo perché colpevole di camminare per strada alla 3 di notte. Le indagini dei militari dell’Arma consentirono di collegare una serie di intimidazioni anche ai danni di altri giornalisti locali.
    (nella foto un momento dell’attentato e nei riquadri da sinistra Raffaele Piscopo e Vincenzo De Sica)
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    Arzano, le donne del clan della 167 occupano alloggio: denunciata una donna dei Monfregolo

    Arzano, le donne del clan della 167 occupano alloggio: denunciata una donna dei Monfregolo. Blitz della Polizia locale, denunciata una donna dei Monfregolo che percepiva anche il reddito di cittadinanza.La camorra più forte dello Stato: le donne del clan della 167 occupano alloggio nel rione gettando il mobilio in strada dell’ex inquilino. Blitz della Polizia locale, denunciata una donna dei Monfregolo che percepiva anche il reddito di cittadinanza.
    Un mondo parallelo, fatto di violenze e soprusi si muove all’ombra della gestione del patrimonio immobiliare dell’Acer regionale in via Colombo, ma anche dello stesso Comune di Arzano in via Tavernola messo a disposizione delle famiglie indigenti. È la criminalità organizzata a “gestirlo”, almeno in parte, in dispregio di qualunque rispetto delle leggi e norme dello Stato.
    Insomma, giusto il tempo di “morire” direbbe qualcuno che tra sfratti, denunce, accertamento di migliaia di euro dei evasione tributaria e relativi 29 arresti, che ad appena qualche mese dai blitz dei carabinieri che hanno decimato i cartelli Monfregolo-Cristiano-Alterio-Mormile, che un appartamento popolare è stato nuovamente occupato.
    A subentrare tempestivamente, come da copione, è stata una donna e un minore, nella piena convinzione di averne diritto. E, soprattutto, nell’arroganza dell’appartenere alle famiglie malavitose, cui tutto sembra essere consentito. Gli agenti della locale, coordinati dal colonnello Biagio Chiariello, dopo aver notato accatastati nell’androne del rione un intero mobilio composto da camera da letto, pranzo, cucina e cameretta hanno avviato sin da subito gli accertamenti e constatato che era avvenuta l’occupazione abusiva di uno degli alloggi previo sfondamento della porta e facendosi scudo con un minore.
    Ma la stessa, così come previsto, è stata denunciata per tale condotta dalla polizia locale per occupazione abusiva. La donna, P.F., dopo aver scelto con cura l’appartamento da occupare, ha abbandonato in strada i rifiuti ingombranti e arredi, pensando di non essere individuata. Una vera e propria sfida alle autorità. Avviate le ricerche, gli uomini della polizia locale agli ordini del comandante Chiariello, hanno bussato alla porta dell’abitazione della donna, risultata sorella e cognata di noti affiliati al sodalizio della 167 tra cui i Monfregolo finiti in carcere per minacce aggravate a pubblico ufficiale, estorsioni, associazione a delinquere, droga.
    Da riscontri in atti è risultato che gli arredi in strada erano gli stessi di quelli lasciati e certificati dai sopralluoghi nell’abitazione mesi fa. Da approfondimenti la stessa risultava percepire anche il reddito di cittadinanza prontamente segnalato segnalazione agli uffici competenti con sospensione del beneficio. Secondo “radio quartiere” il clan della 167 ormai rigeneratosi nelle nuove leve sfuggite ai blitz con alcune da poco scarcerate, avrebbe dato il via libera alla nuova “colonizzazione” del rione della 167 e del centro storico. Uno scandalo alla luce del sole insomma.
    Un mondo parallelo che si muove all’ombra della gestione del patrimonio immobiliare e che si avvale non solo di ricatti e sopraffazione ma di un business e connivenze sospette se si pensa che molti dei residenti abusivi avevano ottenuto dal comune di Arzano anche le residenze. Ovviamente tutto nel silenzio assoluto della politica locale impegnata in campagna elettorale
    Carmine Longhi LEGGI TUTTO

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    Arzano, morto il padre del boss Giuseppe Monfregolo

    Arzano. Morto il padre del boss Giuseppe Monfregolo: oggi pomeriggio alle 16 i funerali in via Colombo presso la chiesa di Maria Assunta in Cielo. I funerali gestiti dalla ditta Cesarano di Quarto. Possibile la presenza di affiliati e reggenti del clan Amato-Pagano. Francesco Monfregolo, 73 anni, l’unico insieme all’altro figlio Salvatore, a non essere stato tratto in arresto durante il blitz del 25 aprile scorso perché ritenuto estraneo alle attività del clan della 167.
    Blitz che ha portato in cella la moglie, Teresa Grassini, i figli Anna, Giuseppe, Mariano, Raffaele, Francesco e uno dei generi dei figli, Piscopo Raffaele oltre ovviamente ad altri affiliati. Proprio la gestione delle pompe funebri sta registrando in città l’assenza di controlli sui mezzi, dei locali, sull’affissione e sul personale utilizzato dalle ditte che dopo le cinque interdittive notificate alla ditta Scafuro e Ferone, si stanno occupando dei funerali.
    Dubbi anche sulle certificazioni rilasciate dal comune di Arzano che ha visto appena qualche settimana fa indagare dalla procura un caposettore allo Stato Civile. Tutte presunte omissioni che sarebbero finite all’attenzione del Procuratore di Napoli Nord, Maria Antonietta Troncone.
    Ciro Espedito LEGGI TUTTO

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    Arzano, morto il padre del boss Giuseppe Monfregolo

    Arzano. Morto il padre del boss Giuseppe Monfregolo: oggi pomeriggio alle 16 i funerali in via Colombo presso la chiesa di Maria Assunta in Cielo. I funerali gestiti dalla ditta […]

    Arzano. Morto il padre del boss Giuseppe Monfregolo: oggi pomeriggio alle 16 i funerali in via Colombo presso la chiesa di Maria Assunta in Cielo. I funerali gestiti dalla ditta Cesarano di Quarto. Possibile la presenza di affiliati e reggenti del clan Amato-Pagano. Francesco Monfregolo, 73 anni, l’unico insieme all’altro figlio Salvatore, a non essere stato tratto in arresto durante il blitz del 25 aprile scorso perché ritenuto estraneo alle attività del clan della 167.Blitz che ha portato in cella la moglie, Teresa Grassini, i figli Anna, Giuseppe, Mariano, Raffaele, Francesco e uno dei generi dei figli, Piscopo Raffaele oltre ovviamente ad altri affiliati. Proprio la gestione delle pompe funebri sta registrando in città l’assenza di controlli sui mezzi, dei locali, sull’affissione e sul personale utilizzato dalle ditte che dopo le cinque interdittive notificate alla ditta Scafuro e Ferone, si stanno occupando dei funerali.Dubbi anche sulle certificazioni rilasciate dal comune di Arzano che ha visto appena qualche settimana fa indagare dalla procura un caposettore allo Stato Civile. Tutte presunte omissioni che sarebbero finite all’attenzione del Procuratore di Napoli Nord, Maria Antonietta Troncone.
    Ciro Espedito LEGGI TUTTO

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    Arzano, il pentito Pasquale Cristiano fa i nomi di killer e mandanti del clan

    Arzano.Tremano killer e affiliati del clan della 167: il neo collaboratore Pasquale Cristiano svela il nome dei killer di Raffele Russo ucciso all’esterno del penitenziario di Secondigliano il 27 ottobre del 2017, e del cugino Salvatore Petrillo.Nei verbali dell’interrogatorio dell’8 giugno 2022, Pasquale Cristiano parla di Raffaele Alterio ( detenuto per estorsione): “È entrato su raccomandazione del fratello e inizialmente lo abbiamo affiancato a Russo Domenico, o mossut, nelle attività di estorsione a partire dalla metà del 2016, Anche lui camminava armato con armi del clan. Ha preso parte all’omicidio Cartolandia (Raffaele Russo ex Moccia ndr ) del  quale riferirò nel dettaglio”.“Dopo il mio arresto del 2018 io volevo che lui sì occupasse di estorsioni e Monfregolo Mariano di droga. Così non è stato perché Monfregolo Giuseppe voleva che il fratello fosse coinvolto in tutte le attività illecite. Per me Monfregolo Mariano però era più capace nel settore della droga. Il settore delle estorsioni era più semplice perché avevamo la “lista” e bisognava solo raccogliere i soldi. La mia intenzione era quella di non far rischiare a Giuseppe. Ha gestito la piazza di spaccio con il fratello Gennaro della quale ho già parlato”. Parlando poi dell’affiliato Mario D’Aria, Cristiano ribadisce che: “D’Aria Mario, detto marettiello. Era già presente nel 2014, si occupava di vendere droga per Mariano. Poi sono stati arrestati ed è stato ai domiciliari. Quando io ero in carcere è uscito ed è diventato uomo di fiducia di Monfregolo Mariano, gestendo il clan con lui. Dopo la mia scarcerazione mi è venuto a salutare, ribadendo la fedeltà alla famiglia. Anche lui camminava armato ed ha partecipato a tante stese e all’agguato a o sceriff, Alterio Raffaele, e so che ha avuto anche un ruolo nell’omicidio di mio cugino del quale riferirò. Anche lui si è allontanato con iMonfregolo. Voglio aggiungere che si occupava anche della piazza di spaccio di Abate Davide, occupandosi di rifornirla su disposizione di Mariano. Nel periodo della guerra tra Arzano, Frattamaggiore e Frattaminore è stato spesso presente a casa di Landolfo Pasquale, detto o o’ scognato o O’coccodrillo e ha partecipato a diverse azioni e stese, Anche di questo riferirò nel dettaglio”.Ma Pasquale Cristiano parla anche del clamoroso agguato in via Pecchia in avvenuto un circolo ricreativo in cui rimasero feriti Antonio Alterio (fratello di Raffele) e Daniele La Peruta. “Quando sono stati feriti Alterio Antonio e La Peruta, alla fine di marzo, io ero detenuto. Che io sappia gli autori sono stati Luigi o sicc (Luigi Piscopo ndr), Liguori Raffale e mio cognato, Mormile Vincenzo. Me lo hanno raccontato loro quando sono uscito”. Cristiano, nei lunghi interrogatori svela anche l’organigramma del clan. “Riguardo ai fatti contestatimi cui alla predetta O.C.C. e voglio specificare di aver fatto parte dell’associazione di cui all’art. 416 bis c.p. (clan della 167 di Arzano) dal 2014, i veri capi sono Renato Napoleone, Francesco Paolo Russo e Angelo Gambino (libero). Ne faccio parte dai tempi degli omicidi Casone e Ferrante ( di cui Pietro Cristiano, padre di Pasquale ha già svelato i nomi). Dopo gli arresti dei tre ho assunto la responsabilità della gestione in loro assenza, ne eravamo reggenti io e Giuseppe Monfregolo. Ciò è stato fino al mio arresto nel 2018. Nel 2020 sono stato scarcerato, in quel momento Mariano Monfregolo era a capo del clan. Quando sono uscito ero diventato scomodo per Mariano e per il resto dell ’organizzazione. E nell’ Interrogatorio dell’8 .6.2022:  Quanto all’operatività ed all’organigramma del clan della 167 di Arzano dal 2014 ed ai rapporti con Napoleone, Russo e Gambino e gli Amato-Pagano, i tre erano i veri capi e fondatori del clan, poi c ‘eravamo io e Giuseppe Monfregolo, confermo queste dichiarazioni”.Ciro Espedito LEGGI TUTTO