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    Bracciante picchiato dopo aver chiesto i dispositivi anti-Covid: a giudizio

    Accusati di aver massacrato di botte un bracciante indiano soltanto perché chiedeva mascherine e guanti con cui proteggersi dal Covid, due imprenditore agricoli di Terracina, il 53enne Fabrizio Tombolillo e il figlio Daniele, di 23 anni, sono stati rinviati a giudizio dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Pierpaolo Bortone.
    I due imputati dovranno rispondere a vario titolo di estorsione, rapina e lesioni personali aggravate.
    Le indagini sui titolari dell’azienda agricola Orticola Tombolillo sono iniziate a febbraio dell’anno scorso dopo che un 33enne di nazionalità indiana si è recato al pronto soccorso dell’ospedale “Fiorini” di Terracina con delle ferite alla testa, fratture e lesioni in varie parti del corpo.
    Il bracciante ha riferito agli investigatori di essere stato licenziato dopo aver chiesto i dispositivi di protezione dal virus e che poi, chiedendo di essere pagato per il lavoro svolto fino a quel momento, era stato minacciato, preso a calci e pugni fino a perdere conoscenza e gettato in un fosso.
    I due imputati erano stati arrestati e il sostituto procuratore Claudio De Lazzaro, alla luce degli accertamenti svolti, si è convinto che in quell’azienda fosse stato messo a punto un sistema di pesante sfruttamento, con i braccianti costretti a lavorare anche tutti i giorni, 12 ore al giorno, per 4 euro l’ora.
    Il 33enne si è costituito parte civile tramite gli avvocati Arturo Salerni e Silvia Calderoni e la verità su cosa realmente sia accaduto dovrà emergere dal processo.
    Ad accompagnarlo in tribunale Marco Omizzolo, sociologo dell’Eurispes, da lungo tempo impegnato a tutela dei diritti dei lavoratori sikh.
    “E’ stata una presenza ed esperienza importantissima – ha dichiarato Omizzolo – soprattutto per il lavoratore che ha potuto partecipare sin dall’inizio al percorso che speriamo porterà giustizia e verità”.

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    Abusi sessuali sulla nipotina, condannato un 80enne

    Due anni e mezzo di reclusione con sospensione condizionale della pena.
    Questa la condanna inflitta dal Tribunale di Latina a un 80enne, accusato di violenza sessuale sulla nipote acquisita, che all’epoca dei fatti aveva dodici anni.
    Il caso risale al 2012 e venne denunciato quattro anni dopo, quando la madre della minorenne notò che la figlia compiva atti di autolesionismo e la fece parlare con uno psicologo.
    Spuntò così fuori la vicenda degli abusi sessuali, due episodi che si sarebbero verificati a Terracina, relativi a dei palpeggiamenti, per cui l’80enne è finito a giudizio.
    Il pm Andrea D’Angeli ha chiesto una condanna a sette anni di reclusione, ma i giudici, accogliendo il riconoscimento dell’ipotesi lieve di violenza, su cui ha battuto il difensore dell’imputato, l’avvocato Amleto Coronella, hanno optato per una pena più mite.
    Entro 60 giorni verranno depositate le motivazioni della sentenza e la difesa ha già preannunciato appello.

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    Inchiesta Amnesia, sconto di pena in vista per D’Onofrio

    A distanza di quattro anni dalla cosiddetta operazione “Amnesia”, relativa a un traffico di droga che dalla Spagna sarebbe arrivata al Mof di Fondi nascosta nei camion dell’ortofrutta, e dai quindici arresti eseguiti dai carabinieri, la Corte di Cassazione ha disposto un nuovo processo per Davide D’Onofrio, di Terracina.
    Secondo l’Antimafia di Roma, gli indagati sarebbero stati impegnati nello spaccio di cocaina, amnesia, marijuana, ecstasy e cannabis.
    Dopo la condanna da parte della Corte d’Appello di Roma a 8 anni 2 mesi di reclusione, il terracinese, difeso dall’avvocato Giuseppe Lauretti, ha annullato la sentenza relativamente all’aggravante dell’ingente quantitativo e della mancata concessione delle attenuanti generiche, disponendo un nuovo processo d’appello per rideterminare la pena.
    Su richiesta del difensore, inoltre, D’Onofrio ha ottenuto la sostituzione degli arresti domiciliari con il solo obbligo di firma proprio dopo il pronunciamento della Suprema Corte.
    Stralciata poi dalla Cassazione, per la mancata notifica dell’udienza a un difensore, la posizione di Pasquale D’Alterio, di Minturno.
    Dichiarati infine inammissibili i ricorsi del colombiano Stiven Leonard Bohorquez, e di Mirko Tucciarone.

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    Minacce a Zicchieri, la Camera dà l’ok ad acquisire i tabulati telefonici

    Approvata dalla Camera, come proposto dalla Giunta per le autorizzazioni, la richiesta della Procura di Latina di acquisire i tabulati telefonici del deputato leghista Francesco Zicchieri.
    Il parlamentare terracinese, durante la campagna elettorale per le amministrative nella sua città, a settembre ha denunciato di aver subito delle minacce telefoniche e la Procura di Latina ha aperto un’inchiesta contro ignoti.
    Il deputato ha denunciato di aver ricevuto una telefonata, della durata di un minuto scarso, da un numero sconosciuto, precisando che un uomo con la voce camuffata e dall’apparente accento campano gli avrebbe detto, specificando anche di conoscere l’indirizzo della sua abitazione: “Hai vinto due tacchini. Li puoi ricevere vivi con la testa o morti senza testa”.
    Lo stesso avrebbe poi intimato a Zicchieri di fermarsi e di tornare a Roma.
    Parole che l’esponente del Carroccio ha affermato aver ricollegato al suo impegno nella campagna elettorale terracinese e minacciose verso i suoi due figli.
    “Ho sempre accettato il confronto politico e la critica costruttiva, ma non i gesti vili. Ho avuto e ho paura, non posso nasconderlo, perché prima di tutto sono un uomo e un padre di due splendidi bimbi. Ma tutto questo non mi fermerà“, ha sostenuto Zicchieri.
    Il sostituto procuratore Simona Gentile ha quindi chiesto alla Camera l’autorizzazione all’acquisizione dei tabulati telefonici di Zicchieri per individuare chi, il 25 settembre scorso, avrebbe effettuato la telefonata incriminata.
    La Giunta, presieduta dall’onorevole Andrea Delmastro Delle Vedove, ha analizzato la richiesta e lo stesso presidente ha precisato di aver invitato il deputato pontino, il 14 ottobre scorso, a fornire chiarimenti, senza però ricevere alcuna comunicazione.
    Il relatore, il pentastellato Gianfranco Di Sarno ha quindi evidenziato che, nella denuncia presentata ai carabinieri di Terracina, Zicchieri ha specificato di aver ricevuto il 25 settembre scorso due telefonate minacciose da uno sconosciuto interlocutore e che alla prima telefonata avevano assistito tre testimoni con cui si trovava presso il ristorante “Il Tordo” di Terracina, per i preparativi relativi all’incontro elettorale a cui doveva prendere parte anche Matteo Salvini.
    Il relatore ha quindi aggiunto che la richiesta di acquisizione del traffico telefonico fatta dalla Procura di Latina è nell’interesse del denunciante, essendo finalizzata all’individuazione del soggetto o dei soggetti, al momento ignoti, autori delle minacce nei suoi confronti.
    Come proposto da Di Sarno la Giunta ha quindi approvato la richiesta degli inquirenti pontini e l’Aula ha ora dato l’autorizzazione.
    A breve la verità sui fatti denunciati da Zicchieri potrebbe così emergere e forse potrà emergere anche cosa sia accaduto, vista la denuncia del parlamentare, attorno alle ultime elezioni a Terracina.

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    Gestione del demanio marittimo, piovono avvisi di garanzia

    Tra proroghe delle indagini preliminari e interrogatori, a Terracina sono stati recapitati diversi avvisi di garanzia nell’ambito delle inchieste aperte sul demanio marittimo.
    La Procura di Latina sta indagando sul lido Whitebeach, sul lido “La Vela”, sulla Pro Infantia, sulla proroga delle concessioni demaniali e su diverse altre vicende relative alla gestione delle spiagge e ai servizi legati alla balneazione.
    Tra i destinatari degli avvisi politici, tra cui il presidente del consiglio comunale Gianni Percoco e l’ex assessore Fabio Minutillo, tecnici, imprenditori, funzionari e dirigenti comunali.
    Gli accertamenti delle guardie costiere, relativi agli affari fatti in riva al mare negli ultimi due anni, si sarebbero però allargati sempre più, puntando su quello che gli inquirenti ritengono un ampio e ramificato sistema di malaffare, che sul fronte economico porterebbe a illeciti guadagni per pochi a discapito di molti.
    Nel mirino in particolare una serie di reiterati provvedimenti amministrativi considerati dagli investigatori illegittimi e in contrasto con le norme di settore e di tutela del paesaggio.
    Per quanto riguarda infine il blitz al lido “Piccola Oasi”, a cui sono stati di recente apposti i sigilli, il gip Pierpaolo Bortone ha convalidato il sequestro disposto dal sostituto procuratore Giuseppe Miliano.

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    Stabilimento La Vela, sequestro “blindato” dal Riesame

    “Emerge chiaramente che i pareri favorevoli che hanno preceduto la Scia, e quindi la realizzazione delle opere, non solo sono stati conseguiti sulla base di presupposti erronei, ma non si riferiscono nemmeno alle opere per come realmente eseguite”.Queste alcune delle motivazioni, appena depositate, in base alle quali il Tribunale del Riesame di Latina ha confermato il sequestro dello stabilimento balneare “La Vela”, di Terracina, respingendo il ricorso dell’imprenditore Vincenzo Costagliola.
    Il 23 dicembre scorso gli investigatori del locale Ufficio circondariale marittimo, su disposizione del procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e dei sostituti Giuseppe Miliano e Valerio De Luca, hanno apposto i sigilli al cantiere edile nell’area dell’attività balneare, in viale Circe, dove era in corso la costruzione di un nuovo lido.
    Un blitz scattato dopo gli accertamenti compiuti a seguito di segnalazioni fatte da alcuni cittadini e soprattutto dal Circolo Legambiente Terracina.
    Le guardie costiere si sono concentrate sulle innovazioni attuate dal concessionario dell’area demaniale marittima, tese ad un ampliamento volumetrico delle superfici coperte di oltre l’800%, nonché altri interventi di nuova costruzione.
    Eseguito il sequestro, è iniziato poi l’esame dei titoli abilitativi edilizi e demaniali ed è stata analizzata la mancanza delle previste autorizzazioni paesaggistiche per l’intervento.
    “Le difese – viene specificato nell’ordinanza emessa dal Riesame – hanno sostanzialmente ammesso, pur negando che ciò comportasse un aumento di volumetria, che la società committente ha concretamente occupato un’area molto maggiore rispetto a quella assentita”.
    Per i giudici, infine, non si può affermare che l’indicazione di una particella catastale diversa da quella nella quale è stata costruita la struttura incriminata rappresenti un mero errore materiale, quando quest’ultima particella, diversamente da quella indicata in Scia, risulta ricompresa nel Piano territoriale paesistico, a cui si riferisce la tavola dei vincoli richiamati nel Piano di utilizzazione degli arenili, con la conseguenza, in base alle relative previsioni, che in tale area le uniche attività consentite sono interventi edilizi su manufatti esistenti, purché regolarmente autorizzati, con la condizione che non comportino aumenti delle cubature, superfici utili, altezze e sagome d’ingombro attuali, a condizione che siano compatibili con le finalità del Ptp di conservazione ed eventuale potenziamento della vegetazione esistente, e di protezione ed eventuale ripristino della duna litoranea e della relativa vegetazione.

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    Omicidio Coviello, il caso finisce alle sezioni unite della Cassazione

    Dopo che ben cinque processi non sono stati sufficienti a mettere un punto fermo sull’omicidio Coviello, il delitto consumato cinque anni fa all’interno del parcheggio multipiano di Sperlonga è finito alle sezioni unite della Corte di Cassazione.La decisione, dopo l’ennesimo confronto tra accusa e difesa, è stata presa dalla V Sezione della Suprema Corte.
    A parlare, davanti agli ermellini, sono stati il procuratore generale, che punta all’ergastolo per l’imputata Arianna Magistri, l’avvocato di parte civile Dino Lucchetti, quello dello studio dell’ex ministro Paola Severino per Poste Italiane, e gli avvocati difensori Giuseppe Cincioni, in sostituzione del collega Giovanni Aricò, insistendo sull’assenza di volontarietà nell’omicidio, e Pasquale Cardillo Cupo, evidenziando l’impossibilità a suo avviso di contestare sia l’aggravante dello stalking che il reato fine di atti persecutori, specificando che in tal modo si otterrebbe una duplicazione di trattamento sanzionatorio per lo stesso fatto reato.
    Visto che su tale punto, alla luce delle recenti decisioni della stessa Cassazione, si è creato un conflitto giurisprudenziale, il caso è stato dunque inviato alle sezioni unite.
    Soddisfatto l’avvocato Cardillo Cupo per la decisione della Suprema Corte, sostenendo che “un pronunciamento delle sezioni unite sul punto era doveroso e auspicabile non solo per le ragioni della Magistri ma anche per analoghe vicende presenti in Italia, sia nei vari Tribunali che nelle Corti Territoriali, che potranno così avere una decisione pilota unitariamente adottata sul punto dagli ermellini”.
    La dipendente delle Poste, Anna Lucia Coviello, 63enne di Terracina, il 16 giugno 2016 è stata uccisa all’interno del parcheggio multipiano di Sperlonga, secondo gli inquirenti dopo mesi e mesi di stalking, dalla collega Arianna Magistri, 45enne di Formia.
    La vittima, dipendente delle Poste, venne ricoverata all’ospedale “Goretti” di Latina, dove morì dopo una settimana di agonia.
    I carabinieri arrestarono Arianna Magistri.
    Per gli inquirenti, l’imputata avrebbe fatto precipitare la 63enne dalle scale, provocandole fratture del cranio e una vasta emorragia, dopo averla perseguitata per circa due anni.
    E con tali accuse il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Mara Mattioli, aveva condannato la formiana a sedici anni di reclusione.
    In appello però era arrivata l’assoluzione dall’accusa di stalking, l’omicidio era stato inquadrato come un omicidio preterintenzionale e la Magistri, che si trova ancora ai domiciliari, era stata condannata a sei anni di carcere.
    Una decisione annullata dalla Corte di Cassazione, disponendo un nuovo processo davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Roma, che aveva condannato nuovamente la 45enne di Formia per omicidio volontario a 15 anni e 4 mesi di reclusione.
    Ora l’attesa per il nuovo pronunciamento della Cassazione.

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    Guerra di camorra, 4 condanne per l’omicidio Marino

    Due condanne all’ergastolo e altrettante a 22 anni di reclusione.Una sentenza pesante quella emessa dalla Corte d’Assise del Tribunale di Latina nei confronti di quattro imputati accusati dell’omicidio di Gaetano Marino, di Napoli, fratello di Gennaro “’O Mckey”, ucciso nove anni fa a Terracina a colpi di pistola.
    Per quel delitto, che catapultò il litorale pontino in una guerra di camorra, sono stati condannati all’ergastolo, con isolamento diurno, Arcangelo Abbinante, ritenuto l’esecutore materiale del delitto, e Giuseppe Montanera, presunto componente del commando, e a 22 anni, con l’attenuante della minima partecipazione, Carmine Rovai e Salvatore Ciotola, che secondo l’Antimafia avrebbero dato appoggio logistico ai killer.
    Il pluripregiudicato, detto “Moncherino”, era in vacanza e venne freddato il 23 agosto 2012 sul marciapiede del lungomare, in mezzo a una folla di bagnanti.
    Marino, attirato in strada mentre si trovava presso lo stabilimento balneare “Sirenella”, venne ucciso con undici colpi di pistola calibro 9*21.
    Per gli inquirenti un’esecuzione compiuta nell’ambito di uno scontro di camorra all’interno dei cosiddetti Scissionisti di Secondigliano per la gestione delle Case Celesti, nel quartiere Scampia, una ricca piazza di spaccio.
    Più nello specifico uno scontro tra il gruppo degli Abbinante-Notturno-Aprea-Abete e le famiglie Magnetti-Petriccione, legale al clan Vanella-Grassi.
    Le motivazioni della sentenza verranno depositate entro 90 giorni.
    Scontato il ricorso in appello da parte dei quattro imputati, difesi dagli avvocati Giuseppe Lauretti, Fabio Greco, Vincenzo De Rosa e Nicola Quatrano.

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    Omicidio del boss Gaetano Marino: ergastolo per i due killer, 22 anni ai complici

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    Napoli. Due ergastoli e due condanne a 22 anni di carcere per l’omicidio del boss degli scissionisti Gaetano Marino detto monkerino, ucciso a Terracina nel 2012.
    La vittima all’epoca era il marito di Tina Rispoli salita agli onori delle cronache negli ultimi anni per il matrimonio trash con il cantante neomelodico Tony Colombo. Marino che all’epoca era uno dei boss delle sette famiglie di Secondigliano era anche il fratello di Gennaro “Mecchei”, uno dei capi del gruppo criminale.
    Il presidente della Corte di assise di Latina Gianluca Soana a conclusione di una camera di consiglio durata cinque ore ha letto la sentenza a carico dei quattro imputati. Arcangelo Abbinante, ritenuto l’esecutore materiale del delitto e Giuseppe Montanera, presunto componente del commando, sono stati condannati all’ergastolo con isolamento diurno così come aveva chiesto il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Maria Teresa Gerace, mentre Carmine Rovai e Salvatore Ciotola, accusati di avere supportato logisticamente i sicari, sono stati condannati a 22 anni di reclusione ciascuno con il riconoscimento dell’attenuante della minima partecipazione a fronte di una richiesta del pm di 25 anni.

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    Gaetano Marino, fu ucciso – da due sicari in moto – con sei colpi di pistola il 23 agosto del 2012 sul lungomare di Terracina dove stava trascorrendo le vacanze con la famiglia.Si è arrivati ai nomi dei killer nel 2017 dopo una lunga indagine della polizia di Terracina coordinata dalla Dda di Roma. Due anni fa il collaboratore di giustizia, Pasquale Riccio, che aveva contribuito a far luce sull’omicidio, ha patteggiato la pena di 6 anni e 8 mesi in appello dopo che in primo grado era stato condannato a 10 anni di reclusione.Secondo l’accusa, l’omicidio maturò nell’ambito della faida tra gli Scissionisti di Secondigliano per il controllo della piazza di spaccio delle ‘Case Celesti’ . LEGGI TUTTO

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    Certificato Pazzo, sette condanne per i principali imputati

    Sette condanne per gli imputati nel processo denominato “Certificato pazzo”, che hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato, accusati di una serie di certificati medici falsi attestanti invalidità o utili per ottenere armi, licenze da caccia o essere scarcerati, che sarebbero stati rilasciati in provincia di Latina in cambio di mazzette e su cui hanno indagato i carabinieri del Nas.Il dottor Antonio Quadrino, dirigente medico psichiatra del Csm di Fondi, è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota, a sei anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
    Tre anni di reclusione per il fondano Massimiliano Del Vecchio e due anni e otto mesi di reclusione per l’avvocato Stefania Di Biagio, di Monte San Biagio, e il medico legale Antonio Di Fulvio, di Nettuno.
    Accolto infine il patteggiamento della pena a due anni di reclusione per Silvana Centra, di Terracina, il terracinese Bruno Lauretti, responsabile della Federazione Arcicaccia di Terracina, e Tania Pannone, di Fondi.
    Un processo scaturito dalle indagini avviate nel 2018 che, tra ipotesi di corruzione, falso ideologico, interruzione di pubblico servizio, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, truffa ai danni dello Stato, false attestazioni e certificazioni, hanno portato i carabinieri a ricostruire circa 150 episodi illeciti, sequestrando anche oltre cento armi detenute indebitamente tra le province di Roma, Latina e Caserta.

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    Da Don’t touch a Reset, ricostruito il sistema che terrorizzava Latina

    Con gli esponenti delle famiglie di origine nomade Di Silvio e Ciarelli finiti in carcere dopo le indagini seguite alla guerra criminale del 2010 e culminate nel processo “Caronte”, i Travali, anche loro un clan nomade che ha messo radici a Latina, hanno cercato di accaparrarsi la fetta più grande possibile di affari nel capoluogo pontino, partendo dalle piazze di spaccio.Per riuscire nel loro obiettivo hanno tentato in ogni modo di mostrare la loro forza, diventando anche loro un’organizzazione dai tratti mafiosi, arrivando persino a uccidere.
    Questo il filo rosso che hanno seguito gli investigatori della squadra mobile, partendo da quanto emerso nell’inchiesta del 2015 denominata Don’t Touch, con a capo Costantino Cha Cha Di Silvio ed esponenti dell’ala militare dell’associazione per delinquere proprio i Travali, per poi approfondire tutta una serie di episodi e le stesse dichiarazioni fatte dai collaboratori di giustizia.
    Accertamenti lunghi e complessi, che hanno dato vita all’inchiesta denominata “Reset”, con oltre 30 indagati, e che ha portato il gip del Tribunale di Roma, Andrea Fanelli, a ordinare, come chiesto dai pm antimafia Barbara Zuin, Corrado Fasanelli e Luigia Spinelli, 19 arresti.
    Gli inquirenti, alla luce delle nuove indagini, sono ormai convinti che fossero associazioni per delinquere di stampo mafioso tanto quella di Armando Lallà Di Silvio, al centro del processo “Alba Pontina”, che quella di Cha Cha, nonostante la contestazione all’epoca sia stata quella di una semplice organizzazione criminale e con tale accusa siano state emesse le condanne.
    “Le estorsioni realizzate dal gruppo criminale riconducibile a Di Silvio Costantino e Angelo Travali – sottolinea il giudice Fanelli – sono state messe in atto in modo seriale, con cadenza quasi giornaliera, andando a colpire cittadini e imprenditori, cui è stato sufficiente conoscere l’appartenenza o la vicinanza degli estorsori al gruppo Di Silvio-Travali per assoggettarsi alle richieste intimidatorie”.
    A pesare ancora una volta le dichiarazioni dei pentiti Renato Pugliese, figlio di Cha Cha, e Agostino Riccardo, che hanno consentito agli inquirenti di far luce sul traffico di droga di cui ora sono accusati i Travali, indicando come fornitore della cocaina Gianluca Ciprian, un anno fa arrestato in Spagna con un carico di droga e sfuggito a Sezze al duplice omicidio di Alessandro Radicioli e Tiziano Marchionne, Luigi Ciarelli per l’hashish e l’imprenditore di nazionalità romena Valerio Cornici, con socio in affari Alessandro Zof, già imputato per il duplice omicidio al Circeo, per la marijuana.
    L’organizzazione avrebbe inoltre smerciato droga anche nelle piazze di spaccio di Cisterna, tramite Fabio Benedetti, Sezze, tramite Ermes Pellerani, e Aprilia, tramite Cristian Battello.
    Angelo Travali avrebbe comandato anche dal carcere.
    Un altro pentito, Maurizio Zuppardo, ha riferito ad esempio che nel 2019 proprio Travali, detto “Palletta”, avrebbe ordinato alla sorella Valentina Travali di portare in carcere 50 grammi di cocaina.
    Ma del resto lo stesso, nell’inchiesta “Astice”, è finito accusato di essere riuscito a corrompere un agente della penitenziaria per poter avere benefici nella casa circondariale.
    I pentiti hanno poi evidenziato i legami dei Travali con la camorra e nello specifico dell’utilizzo come copertura del locale “New King” di Terracina da parte di Giuseppe Travali, padre di “Palletta”, che gestiva lo stesso locale insieme a Eduardo Marano e al figlio Gennaro, imparentato per parte di madre con il clan Licciardi di Masseria Cardone, aggiungendo anche che da fornitori i Marano erano diventati acquirenti di sostanze stupefacenti dai Travali.
    E nuove accuse sono state mosse proprio dai collaboratori di giustizia al poliziotto Carlo Ninnolino, considerato la talpa che faceva soffiate alla famiglia nomade e assolto in Don’t touch.
    Numerose poi anche in “Reset” le estorsioni contestate agli indagati.
    Sia per fare cassa che soltanto per esibire potere.
    Il titolare di un’azienda agricola di Aprilia, che vantava un credito di 350mila euro nei confronti di una nota società di Latina, sarebbe stato attirato in trappola da un suo conoscente, un imprenditore che gestisce un’agenzia di sicurezza privata a Sabaudia, candidato anche alle ultime elezioni a Terracina, e costretto a cedere alla fine tra i 150mila e i 180mila euro a Francesco Viola.
    Il titolare di un’agenzia di scommesse di Latina sarebbe invece stato costretto a far fare scommesse al gruppo criminale per migliaia di euro senza pagare: “Quando ho provato a dire loro che era il caso che pagassero, mi rispondevano di fare ciò che dicevano e basta. Non è stato necessario che facessero minacce esplicite, perché io sapevo chi erano loro e ciò bastava a terrorizzarmi”.
    Gli indagati avrebbero acquistato anche il pane e cenato in ristoranti di un noto imprenditore senza pagare, sfruttando anche il fatto che il padre di quest’ultimo era da tempo sotto usura per un prestito chiesto a Viola.
    Il ristoratore alla fine lo ha dichiarato alla Polizia: “Viola, esattamente come i fratelli Angelo e Salvatore Travali, venivano a mangiare e non pagavano immediatamente, ma mi davano i soldi quando io ritenevo che il conto fosse diventato troppo alto”.
    Ancora: “Non ho mai denunciato questi fatti per due ordini di motivi. Il primo è che prima dell’indagine Don’t touch io, come tutta la città, non mi fidavo della Polizia, perché era ritenuta collusa con i criminali e in particolare con il gruppo a cui apparteneva Viola che, da alcuni anni e sino a Don’t touch, era percepito come il padrone della città anche perché costoro avevano le mani in pasta dappertutto, anche con la politica. Era quest’ultima circostanza nota alla città intera, nel senso che tutti sapevano che grazie alle loro entrature politiche, a parte le attività di attacchinaggio che avevano monopolizzato nelle varie campagne elettorali, potevano avere appalti con le varie cooperative. In secondo luogo, avendo all’epoca due attività commerciali, non volevo avere problemi”.
    Una vicenda tra l’altro che, come sostenuto dai pentiti, si sarebbe chiusa solo con l’intervento a difesa dell’imprenditore di Carlo Maricca, noto pregiudicato indagato per l’omicidio di Ferdinando Di Silvio detto Il Bello.
    Ed estorsioni, tra le tante, sono state scoperte anche ai danni di due avvocati, di un noto negozio di griffe e del titolare di una nota gioielleria del centro di Latina, in cui Cha Cha e i Travali sarebbero stati soliti prendere gioielli e orologi per decine di migliaia di euro senza pagare un centesimo.
    Un vero e proprio sistema.
    Tanto che un ottico del centro, anche lui vittima di estorsioni, ha dichiarato alla Mobile: “In alcune occasioni le persone che ho citato, venendo a comprare gli occhiali, determinavano il prezzo, nel senso che mi dicevano quale prezzo potevano pagare e io accettavo”.
    Riccardo ha inoltre specificato a proposito del titolare di un distributore di benzina: “Sono anni e anni che Travali Angelo, Viola Francesco, Salvatore Travali, Guerino Di Silvio, Vera Travali, mettono benzina e non pagano. Inoltre Viola gli ha levato 7000 euro sempre con le estorsioni”.
    Un’organizzazione disposta anche a uccidere per mostrare la propria forza, come nel caso dell’omicidio di Adrian Ionut Giuroiu compiuto dai fratelli Ranieri.
    Riccardo ha riferito delle confidenze ricevute da Angelo Travali: “Partecipò all’omicidio dando aiuto ai fratelli Ranieri per far vedere che sul territorio c’era la famiglia Travali e non altre famiglie”.
    Un’organizzazione che ha terrorizzato Latina, ma prima con “Don’t touch” e poi con “Reset” la risposta da parte dello Stato è arrivata.

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    Abusi sessuali in spiaggia su una minorenne: condannato

    Accusato di aver palpeggiato in spiaggia una ragazzina di dodici anni, un cittadino di nazionalità indiana, Mangat Ram, residente a Monte San Biagio, è stato condannato dal Tribunale di Latina a due anni di reclusione.Una pena più mite rispetto ai sei anni chiesti dal pubblico ministero Giuseppe Bontempo.
    I fatti risalgono al 18 luglio 2014 quando, a Terracina, la minore sarebbe stata bloccata dallo straniero che, ubriaco, l’avrebbe molestata.
    La ragazzina, che era in vacanza con la famiglia, ora è maggiorenne e per l’imputato è arrivata la condanna con l’accusa di violenza sessuale.

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