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    Guerra di camorra, 4 condanne per l’omicidio Marino

    Due condanne all’ergastolo e altrettante a 22 anni di reclusione.Una sentenza pesante quella emessa dalla Corte d’Assise del Tribunale di Latina nei confronti di quattro imputati accusati dell’omicidio di Gaetano Marino, di Napoli, fratello di Gennaro “’O Mckey”, ucciso nove anni fa a Terracina a colpi di pistola.
    Per quel delitto, che catapultò il litorale pontino in una guerra di camorra, sono stati condannati all’ergastolo, con isolamento diurno, Arcangelo Abbinante, ritenuto l’esecutore materiale del delitto, e Giuseppe Montanera, presunto componente del commando, e a 22 anni, con l’attenuante della minima partecipazione, Carmine Rovai e Salvatore Ciotola, che secondo l’Antimafia avrebbero dato appoggio logistico ai killer.
    Il pluripregiudicato, detto “Moncherino”, era in vacanza e venne freddato il 23 agosto 2012 sul marciapiede del lungomare, in mezzo a una folla di bagnanti.
    Marino, attirato in strada mentre si trovava presso lo stabilimento balneare “Sirenella”, venne ucciso con undici colpi di pistola calibro 9*21.
    Per gli inquirenti un’esecuzione compiuta nell’ambito di uno scontro di camorra all’interno dei cosiddetti Scissionisti di Secondigliano per la gestione delle Case Celesti, nel quartiere Scampia, una ricca piazza di spaccio.
    Più nello specifico uno scontro tra il gruppo degli Abbinante-Notturno-Aprea-Abete e le famiglie Magnetti-Petriccione, legale al clan Vanella-Grassi.
    Le motivazioni della sentenza verranno depositate entro 90 giorni.
    Scontato il ricorso in appello da parte dei quattro imputati, difesi dagli avvocati Giuseppe Lauretti, Fabio Greco, Vincenzo De Rosa e Nicola Quatrano.

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    Omicidio del boss Gaetano Marino: ergastolo per i due killer, 22 anni ai complici

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    Napoli. Due ergastoli e due condanne a 22 anni di carcere per l’omicidio del boss degli scissionisti Gaetano Marino detto monkerino, ucciso a Terracina nel 2012.
    La vittima all’epoca era il marito di Tina Rispoli salita agli onori delle cronache negli ultimi anni per il matrimonio trash con il cantante neomelodico Tony Colombo. Marino che all’epoca era uno dei boss delle sette famiglie di Secondigliano era anche il fratello di Gennaro “Mecchei”, uno dei capi del gruppo criminale.
    Il presidente della Corte di assise di Latina Gianluca Soana a conclusione di una camera di consiglio durata cinque ore ha letto la sentenza a carico dei quattro imputati. Arcangelo Abbinante, ritenuto l’esecutore materiale del delitto e Giuseppe Montanera, presunto componente del commando, sono stati condannati all’ergastolo con isolamento diurno così come aveva chiesto il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Maria Teresa Gerace, mentre Carmine Rovai e Salvatore Ciotola, accusati di avere supportato logisticamente i sicari, sono stati condannati a 22 anni di reclusione ciascuno con il riconoscimento dell’attenuante della minima partecipazione a fronte di una richiesta del pm di 25 anni.

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    Gaetano Marino, fu ucciso – da due sicari in moto – con sei colpi di pistola il 23 agosto del 2012 sul lungomare di Terracina dove stava trascorrendo le vacanze con la famiglia.Si è arrivati ai nomi dei killer nel 2017 dopo una lunga indagine della polizia di Terracina coordinata dalla Dda di Roma. Due anni fa il collaboratore di giustizia, Pasquale Riccio, che aveva contribuito a far luce sull’omicidio, ha patteggiato la pena di 6 anni e 8 mesi in appello dopo che in primo grado era stato condannato a 10 anni di reclusione.Secondo l’accusa, l’omicidio maturò nell’ambito della faida tra gli Scissionisti di Secondigliano per il controllo della piazza di spaccio delle ‘Case Celesti’ . LEGGI TUTTO

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    Certificato Pazzo, sette condanne per i principali imputati

    Sette condanne per gli imputati nel processo denominato “Certificato pazzo”, che hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato, accusati di una serie di certificati medici falsi attestanti invalidità o utili per ottenere armi, licenze da caccia o essere scarcerati, che sarebbero stati rilasciati in provincia di Latina in cambio di mazzette e su cui hanno indagato i carabinieri del Nas.Il dottor Antonio Quadrino, dirigente medico psichiatra del Csm di Fondi, è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota, a sei anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
    Tre anni di reclusione per il fondano Massimiliano Del Vecchio e due anni e otto mesi di reclusione per l’avvocato Stefania Di Biagio, di Monte San Biagio, e il medico legale Antonio Di Fulvio, di Nettuno.
    Accolto infine il patteggiamento della pena a due anni di reclusione per Silvana Centra, di Terracina, il terracinese Bruno Lauretti, responsabile della Federazione Arcicaccia di Terracina, e Tania Pannone, di Fondi.
    Un processo scaturito dalle indagini avviate nel 2018 che, tra ipotesi di corruzione, falso ideologico, interruzione di pubblico servizio, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, truffa ai danni dello Stato, false attestazioni e certificazioni, hanno portato i carabinieri a ricostruire circa 150 episodi illeciti, sequestrando anche oltre cento armi detenute indebitamente tra le province di Roma, Latina e Caserta.

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    Da Don’t touch a Reset, ricostruito il sistema che terrorizzava Latina

    Con gli esponenti delle famiglie di origine nomade Di Silvio e Ciarelli finiti in carcere dopo le indagini seguite alla guerra criminale del 2010 e culminate nel processo “Caronte”, i Travali, anche loro un clan nomade che ha messo radici a Latina, hanno cercato di accaparrarsi la fetta più grande possibile di affari nel capoluogo pontino, partendo dalle piazze di spaccio.Per riuscire nel loro obiettivo hanno tentato in ogni modo di mostrare la loro forza, diventando anche loro un’organizzazione dai tratti mafiosi, arrivando persino a uccidere.
    Questo il filo rosso che hanno seguito gli investigatori della squadra mobile, partendo da quanto emerso nell’inchiesta del 2015 denominata Don’t Touch, con a capo Costantino Cha Cha Di Silvio ed esponenti dell’ala militare dell’associazione per delinquere proprio i Travali, per poi approfondire tutta una serie di episodi e le stesse dichiarazioni fatte dai collaboratori di giustizia.
    Accertamenti lunghi e complessi, che hanno dato vita all’inchiesta denominata “Reset”, con oltre 30 indagati, e che ha portato il gip del Tribunale di Roma, Andrea Fanelli, a ordinare, come chiesto dai pm antimafia Barbara Zuin, Corrado Fasanelli e Luigia Spinelli, 19 arresti.
    Gli inquirenti, alla luce delle nuove indagini, sono ormai convinti che fossero associazioni per delinquere di stampo mafioso tanto quella di Armando Lallà Di Silvio, al centro del processo “Alba Pontina”, che quella di Cha Cha, nonostante la contestazione all’epoca sia stata quella di una semplice organizzazione criminale e con tale accusa siano state emesse le condanne.
    “Le estorsioni realizzate dal gruppo criminale riconducibile a Di Silvio Costantino e Angelo Travali – sottolinea il giudice Fanelli – sono state messe in atto in modo seriale, con cadenza quasi giornaliera, andando a colpire cittadini e imprenditori, cui è stato sufficiente conoscere l’appartenenza o la vicinanza degli estorsori al gruppo Di Silvio-Travali per assoggettarsi alle richieste intimidatorie”.
    A pesare ancora una volta le dichiarazioni dei pentiti Renato Pugliese, figlio di Cha Cha, e Agostino Riccardo, che hanno consentito agli inquirenti di far luce sul traffico di droga di cui ora sono accusati i Travali, indicando come fornitore della cocaina Gianluca Ciprian, un anno fa arrestato in Spagna con un carico di droga e sfuggito a Sezze al duplice omicidio di Alessandro Radicioli e Tiziano Marchionne, Luigi Ciarelli per l’hashish e l’imprenditore di nazionalità romena Valerio Cornici, con socio in affari Alessandro Zof, già imputato per il duplice omicidio al Circeo, per la marijuana.
    L’organizzazione avrebbe inoltre smerciato droga anche nelle piazze di spaccio di Cisterna, tramite Fabio Benedetti, Sezze, tramite Ermes Pellerani, e Aprilia, tramite Cristian Battello.
    Angelo Travali avrebbe comandato anche dal carcere.
    Un altro pentito, Maurizio Zuppardo, ha riferito ad esempio che nel 2019 proprio Travali, detto “Palletta”, avrebbe ordinato alla sorella Valentina Travali di portare in carcere 50 grammi di cocaina.
    Ma del resto lo stesso, nell’inchiesta “Astice”, è finito accusato di essere riuscito a corrompere un agente della penitenziaria per poter avere benefici nella casa circondariale.
    I pentiti hanno poi evidenziato i legami dei Travali con la camorra e nello specifico dell’utilizzo come copertura del locale “New King” di Terracina da parte di Giuseppe Travali, padre di “Palletta”, che gestiva lo stesso locale insieme a Eduardo Marano e al figlio Gennaro, imparentato per parte di madre con il clan Licciardi di Masseria Cardone, aggiungendo anche che da fornitori i Marano erano diventati acquirenti di sostanze stupefacenti dai Travali.
    E nuove accuse sono state mosse proprio dai collaboratori di giustizia al poliziotto Carlo Ninnolino, considerato la talpa che faceva soffiate alla famiglia nomade e assolto in Don’t touch.
    Numerose poi anche in “Reset” le estorsioni contestate agli indagati.
    Sia per fare cassa che soltanto per esibire potere.
    Il titolare di un’azienda agricola di Aprilia, che vantava un credito di 350mila euro nei confronti di una nota società di Latina, sarebbe stato attirato in trappola da un suo conoscente, un imprenditore che gestisce un’agenzia di sicurezza privata a Sabaudia, candidato anche alle ultime elezioni a Terracina, e costretto a cedere alla fine tra i 150mila e i 180mila euro a Francesco Viola.
    Il titolare di un’agenzia di scommesse di Latina sarebbe invece stato costretto a far fare scommesse al gruppo criminale per migliaia di euro senza pagare: “Quando ho provato a dire loro che era il caso che pagassero, mi rispondevano di fare ciò che dicevano e basta. Non è stato necessario che facessero minacce esplicite, perché io sapevo chi erano loro e ciò bastava a terrorizzarmi”.
    Gli indagati avrebbero acquistato anche il pane e cenato in ristoranti di un noto imprenditore senza pagare, sfruttando anche il fatto che il padre di quest’ultimo era da tempo sotto usura per un prestito chiesto a Viola.
    Il ristoratore alla fine lo ha dichiarato alla Polizia: “Viola, esattamente come i fratelli Angelo e Salvatore Travali, venivano a mangiare e non pagavano immediatamente, ma mi davano i soldi quando io ritenevo che il conto fosse diventato troppo alto”.
    Ancora: “Non ho mai denunciato questi fatti per due ordini di motivi. Il primo è che prima dell’indagine Don’t touch io, come tutta la città, non mi fidavo della Polizia, perché era ritenuta collusa con i criminali e in particolare con il gruppo a cui apparteneva Viola che, da alcuni anni e sino a Don’t touch, era percepito come il padrone della città anche perché costoro avevano le mani in pasta dappertutto, anche con la politica. Era quest’ultima circostanza nota alla città intera, nel senso che tutti sapevano che grazie alle loro entrature politiche, a parte le attività di attacchinaggio che avevano monopolizzato nelle varie campagne elettorali, potevano avere appalti con le varie cooperative. In secondo luogo, avendo all’epoca due attività commerciali, non volevo avere problemi”.
    Una vicenda tra l’altro che, come sostenuto dai pentiti, si sarebbe chiusa solo con l’intervento a difesa dell’imprenditore di Carlo Maricca, noto pregiudicato indagato per l’omicidio di Ferdinando Di Silvio detto Il Bello.
    Ed estorsioni, tra le tante, sono state scoperte anche ai danni di due avvocati, di un noto negozio di griffe e del titolare di una nota gioielleria del centro di Latina, in cui Cha Cha e i Travali sarebbero stati soliti prendere gioielli e orologi per decine di migliaia di euro senza pagare un centesimo.
    Un vero e proprio sistema.
    Tanto che un ottico del centro, anche lui vittima di estorsioni, ha dichiarato alla Mobile: “In alcune occasioni le persone che ho citato, venendo a comprare gli occhiali, determinavano il prezzo, nel senso che mi dicevano quale prezzo potevano pagare e io accettavo”.
    Riccardo ha inoltre specificato a proposito del titolare di un distributore di benzina: “Sono anni e anni che Travali Angelo, Viola Francesco, Salvatore Travali, Guerino Di Silvio, Vera Travali, mettono benzina e non pagano. Inoltre Viola gli ha levato 7000 euro sempre con le estorsioni”.
    Un’organizzazione disposta anche a uccidere per mostrare la propria forza, come nel caso dell’omicidio di Adrian Ionut Giuroiu compiuto dai fratelli Ranieri.
    Riccardo ha riferito delle confidenze ricevute da Angelo Travali: “Partecipò all’omicidio dando aiuto ai fratelli Ranieri per far vedere che sul territorio c’era la famiglia Travali e non altre famiglie”.
    Un’organizzazione che ha terrorizzato Latina, ma prima con “Don’t touch” e poi con “Reset” la risposta da parte dello Stato è arrivata.

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    Abusi sessuali in spiaggia su una minorenne: condannato

    Accusato di aver palpeggiato in spiaggia una ragazzina di dodici anni, un cittadino di nazionalità indiana, Mangat Ram, residente a Monte San Biagio, è stato condannato dal Tribunale di Latina a due anni di reclusione.Una pena più mite rispetto ai sei anni chiesti dal pubblico ministero Giuseppe Bontempo.
    I fatti risalgono al 18 luglio 2014 quando, a Terracina, la minore sarebbe stata bloccata dallo straniero che, ubriaco, l’avrebbe molestata.
    La ragazzina, che era in vacanza con la famiglia, ora è maggiorenne e per l’imputato è arrivata la condanna con l’accusa di violenza sessuale.

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    Atti falsi per ottenere l’onoreficenza, finanziere a giudizio

    Contraffazione delle impronte di una pubblica autenticazione, falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in certificati e falsità materiale commessa dal privato. Sono queste le accuse mosse dal pm Clara De Cecilia, a due finanzieri, uno in servizio a Roma, ma residente a Terracina, e l’altro in Sicilia, ritenuti responsabili di tali reati per cercare di ottenere l’onoreficenza di commendatore.Per gli inquirenti, i due avrebbero inviato una lettera falsa all’Ufficio Onorificenze Araldiche della Presidenza del Consiglio dei Ministri cercando di vedersi concedere il prestigioso riconoscimento.
    Un documento su carta intestata firmato dal capo del Dipartimento per le politiche della famiglia della stessa Presidenza, Ermenegilda Siniscalchi, che ha sollevato dubbi a Palazzo Chigi.
    Avviate le indagini il vicebrigadiere terracinese, di 55 anni, interrogato dall’Ispettorato di Polizia di Palazzo Chigi e poi dai carabinieri di Terracina, ha negato le accuse, specificando di aver lavorato come autista presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal 1996 al 2012, e di non aver avuto poi più accesso a quegli uffici.
    Il suo legale, l’avvocato Maria Antonietta Cestra, ha inoltre sottolineato alla Procura che l’onoreficenza diventata materia d’inchiesta non porta alcun vantaggio economico e che nelle indagini vi sarebbero state delle lacune.
    Il pm De Cecilia, ritenendo invece provata la responsabilità dei due finanzieri, li ha citati direttamente a giudizio e il processo avrà inizio il 3 febbraio davanti al Tribunale di Roma.

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    Lido La Vela ed ex Pro Infantia, confermati i sequestri

    Confermati dal Tribunale del Riesame di Latina i sequestri del lido “La Vela” e dell’area ex Pro Infantia a Terracina, a cui le guardie costiere hanno apposto i sigilli a fine dicembre.Respinti, dopo una camera di consiglio durata circa dieci ore, i ricorsi degli indagati.
    Entro 30 giorni i giudici depositeranno le motivazioni dei provvedimenti.
    Il 23 dicembre scorso gli investigatori hanno sequestrato, su disposizione del procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e dei sostituti Giuseppe Miliano e Valerio De Luca, il cantiere edile nell’area dello stabilimento balneare “La Vela”, in viale Circe, dove era in corso la costruzione di un nuovo lido.
    Un blitz scattato dopo gli accertamenti compiuti a seguito di segnalazioni fatte da alcuni cittadini e soprattutto dal Circolo Legambiente Terracina.
    Il personale dell’Ufficio Circondariale Marittimo si è concentrato sulle innovazioni attuate dal concessionario dell’area demaniale marittima, tese ad un ampliamento volumetrico delle superfici coperte di oltre l’800%, nonché altri interventi di nuova costruzione.
    Eseguito il sequestro, è iniziato l’esame dei titoli abilitativi edilizi e demaniali ed è stata analizzata la mancanza delle previste autorizzazioni paesaggistiche per l’intervento.
    Le indagini si sono però ben presto allargate e le guardie costiere hanno subito compiuto accertamenti sul progetto di demolizione e ricostruzione della fondazione ex Pro-infantia di Terracina.
    Un’area a cui a fine dicembre hanno ugualmente apposto i sigilli su ordine del procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e del sostituto Giuseppe Miliano.
    Quattro in questo caso gli indagati.
    Ad essere accusati di lottizzazione abusiva sono Andrea Ruggeri, un 40enne di Marino, amministratore unico della società romana Residenze Circe, che ha acquistato l’ex colonia marina dall’istituto benefico capitolino, il tecnico Giuseppe Zappone, progettista e direttore dei lavori, Claudia Romagna, dirigente comunale dello Sportello Unico, e Roberto Biasini, capo settore comunale dell’urbanistica.
    Con il rilascio del permesso a costruire il 22 dicembre scorso, per la demolizione, ricostruzione e cambio di destinazione d’uso del compendio immobiliare di viale Circe, secondo gli inquirenti sarebbe stato dato il via a una lottizzazione abusiva, in quanto al posto di un monumento storico già esistente nel 1925, destinato all’accoglienza e all’educazione dei minori, è stata avallata la realizzazione di due palazzine di cinque piani, una piscina scoperta, 98 posti auto, 46 posti per cicli e motocicli, e due campi da paddle, per un totale di 4.043 metri quadrati coperti e 12.933 metri cubi.

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    Omicidio di “Moncherino”, chieste quattro condanne

    Sono trascorsi ben nove anni dall’omicidio di Gaetano Marino, di Napoli, fratello di Gennaro “’O Mckey”, ucciso a Terracina a colpi di pistola.Il pluripregiudicato, detto “Moncherino”, era in vacanza e venne freddato il 23 agosto 2012 sul marciapiede del lungomare, in mezzo a una folla di bagnanti.
    Dopo lunghe e complesse indagini, davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Latina è arrivato ora il momento delle conclusioni e il pm antimafia Maria Teresa Gerace ha chiesto le condanne dei quattro imputati.
    Terminata la sua requisitoria, il pubblico ministero ha chiesto l’ergastolo, con tanto di isolamento diurno, per Arcangelo Abbinante, ritenuto l’esecutore materiale del delitto, e Giuseppe Montanera, presunto componente del commando, e 25 anni di reclusione per Carmine Rovai e Salvatore Ciotola, che secondo l’Antimafia avrebbero dato appoggio logistico ai killer.
    A parlare sono poi state chiamate le difese, sostenute dagli avvocati Giuseppe Lauretti, Greco, Davino, De Rosa e Quatrana, che termineranno le loro arringhe il 12 febbraio. E quel giorno è anche prevista la sentenza.
    Marino, attirato in strada mentre si trovava presso lo stabilimento balneare “Sirenella”, venne ucciso con undici colpi di pistola calibro 9*21.
    Per gli inquirenti un’esecuzione compiuta nell’ambito di uno scontro di camorra all’interno dei cosiddetti Scissionisti di Secondigliano per la gestione delle Case Celesti, nel quartiere Scampia, una ricca piazza di spaccio.
    Più nello specifico uno scontro tra il gruppo degli Abbinante-Notturno-Aprea-Abete e le famiglie Magnetti-Petriccione, legale al clan Vanella-Grassi.

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    Omicidio colposo, un’altra condanna definitiva per Peruzzi

    Altra condanna definitiva per Paolo Peruzzi, 32 anni, di Latina, uno dei giovani coinvolti nell’uccisione del ristoratore Matteo Vaccaro e condannati per concorso anomalo in omicidio. Quattro anni prima del delitto al Parco Europa, il 6 ottobre 2007, il latinense, che all’epoca aveva 19 anni, a Terracina, all’incrocio tra via Fosse Ardeatine e via Leopardi, […]
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    Quattro mesi fa il tentato omicidio della moglie, arriva la condanna

    Accusato di aver cercato di uccidere la moglie, accoltellandola, il terracinese Angelo Golino è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota, a sei anni e otto mesi di reclusione.I fatti risalgono all’11 settembre scorso e riguardano una coppia in fase di separazione.
    La donna, dopo aver denunciato l’imputato per maltrattamenti in famiglia, aveva deciso di rompere e, nel corso di un’ulteriore lite, il marito le aveva sferrato 27 coltellate.
    L’intervento dei vicini di casa ha salvato la vita alla vittima e all’arrivo della Polizia, con lo stesso coltello utilizzato per il tentato omicidio, il terracinese ha iniziato a ferirsi, per cui è stato necessario anche trasportarlo in eliambulanza in un ospedale romano, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico, prima di essere rinchiuso nel carcere di Regina Coeli.

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    Peculato, condannate le eredi dell’ex dirigente comunale

    Condannate dalla Corte dei Conti la moglie e la figlia di Piero Maragoni, ex dirigente del Dipartimento finanziario del Comune di Terracina.Ritenendo che Antonietta Pannozzo e Delia Maragoni abbiano ereditato oltre 200mila euro sottratti dall’ex dirigente all’ente locale, le due donne sono state condannate a risarcire 217.230 euro al Comune di Terracina, con tanto di interessi, salvo che l’ente non riesca a ottenere la somma per via della confisca disposta sul fronte penale.
    Una decisione presa alla luce del processo svoltosi davanti al Tribunale di Latina, che condannò Piero Maragoni per peculato e la figlia per riciclaggio, e delle ulteriori indagini disposte dagli inquirenti contabili.
    Ritenuto invece estraneo alla vicenda il figlio dell’ex dirigente, Enrico Quirino Maragoni.
    L’ex dirigente, deceduto quattro anni fa, si sarebbe appropriato del denaro tra l’aprile 2006 e il gennaio 2010, emettendo mandati di pagamento a proprio favore, per poi riscuoterne in contanti i relativi importi, e facendo figurare falsamente, nella contabilità comunale, che ciascuno di quei mandati fosse stato annullato.

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    Inchiesta hotel “Il Guscio”, annullato il sequestro milionario

    Annullato il sequestro di un milione e mezzo di euro disposto per sei commercialisti e avvocati indagati nell’inchiesta sull’hotel “Il Guscio” di Terracina.Secondo gli inquirenti, alcuni professionisti impegnati per conto del Tribunale nella procedura concorsuale relativa alla struttura ricettiva, che dovevano dunque garantire tanto gli imprenditori coinvolti quanto i creditori, si sarebbero accordati con altri colleghi per svuotare la società in crisi e garantirsi un grande quanto illecito affare.
    Il gip, avallando tale tesi, dopo due anni di indagini portate avanti dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Latina, ha vietato per un anno l’esercizio della professione a cinque commercialisti, un avvocato e un consulente del lavoro, tutti indagati per il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente nell’ambito di procedure fallimentari e trasferimento fraudolento di valori e reimpiego di denaro, beni o altre utilità di provenienza illecita.
    Lo stesso giudice per le indagini preliminari ha inoltre emesso un decreto di sequestro preventivo del valore di un milione e mezzo di euro, da bloccare sui conti degli indagati e, nel caso il denaro non bastasse, mettendo i sigilli a proprietà immobiliari degli stessi.
    Un’ordinanza emessa a carico dell’avvocato Luca Maria Pietrosanti, che da qualche tempo ha trasferito larga parte della sua attività professionale a Roma e che in passato si è occupato dell’assistenza legale dei principali gruppi imprenditoriali per cui il Tribunale di Latina ha dichiarato il fallimento e la Procura ha ipotizzato bancarotte milionarie, da Midal al gruppo Veneruso, fino al gruppo Rizzardi, dei commercialisti Massimo Mastrogiacomo, ex presidente dell’Ordine dei commercialisti di Latina, a cui in passato il Tribunale ha affidato delicati incarichi e che con la sua denuncia fece decollare il cosiddetto “caso Lollo”, Alberto Palliccia, già indagato per bancarotta dopo il crac dei Cantieri Navali Rizzardi, Luigi Buttafuoco, Aldo e Simone Manenti, e il consulente del lavoro Roberto Manenti.
    Il sequestro però, accogliendo i ricorsi di Buttafuoco, i tre Manenti, Pietrosanti e della moglie di quest’ultimo, Simona Vescovo, è stato annullato.

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