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    Peculato in Comune, assolto funzionario del servizio demografico

    Assolto per non aver commesso il fatto il funzionario del Comune di Fondi, Antonio Vigilante, accusato di peculato.L’imputato, che ritenuto responsabile di un ammanco di oltre 80mila euro due anni fa era stato anche arrestato, è stato ritenuto estraneo alla vicenda dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giuseppe Molfese.
    Per il 62enne il pm Valentina Giammaria ha chiesto una condanna a quattro anni e mezzo di reclusione, mentre il difensore, l’avvocato Giulio Mastrobattista, ha sostenuto che non vi è prova della responsabilità del funzionario, a lungo impegnato nel servizio demografico, e neppure dell’ammanco.
    Gli inquirenti hanno accusato il 62enne di essersi appropriato di 84.508 euro, relativi alle somme incassate per le carte d’identità nel 2018 e non versate alla tesoreria comunale, e di aver poi, il 10 maggio 2019, presentato una falsa denuncia, sostenendo di essersi accorto di un ammanco di quasi 87mila euro opera di ignoti.
    Il funzionario, messo ai domiciliari dal gip del Tribunale di Latina, aveva ottenuto la libertà il 23 dicembre 2019 dal Riesame, che gli aveva applicato solo la sospensione dal servizio, confermata dalla Cassazione.
    Ora l’assoluzione.

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    Spaccio a Fondi: arresti convalidati e obbligo di firma per i tre in manette

    Arresto convalidato e successiva remissione in libertà con il solo obbligo di firma, per i tre stranieri arrestati giovedì pomeriggio dai carabinieri della Tenenza di Fondi con l’accusa di spaccio di hashish. Si tratta di un 26enne pizzaiolo tunisino, di 36enne disoccupato libanese e di un 33enne agricoltore pakistano, rispettivamente difesi dagli avvocati Onorato D’Adamo, Atena Agresi e Francesca Giuffrida.
    Il terzetto è comparso davanti al Tribunale di Latina, presieduto dal giudice Laura Morselli, sabato mattina, con il pubblico ministero Alessio Sterzi che aveva contestualmente avanzato la richiesta di una misura più afflittiva, rappresentata dalla detenzione in carcere.
    Gli imputati e il pool di legali hanno sostenuto la totale estraneità all’attività di smercio di droga, affermando che la sostanza stupefacente rinvenuta dai militari dell’Arma – poco più di 100 grammi complessivi – fosse di terzi soggetti che vivono saltuariamente nell’abitazione teatro del blitz, situata nel centro storico fondano. Concessi i termini a difesa, si tornerà in aula il primo marzo.

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    Tentata violenza sessuale sulla moglie, imprenditore di Fondi assolto

    Una tentata violenza sessuale tra le mura domestiche denunciata dalla presunta vittima, ma che non ci sarebbe mai stata: dopo anni un imprenditore edile fondano di 45 anni è stato assolto con formula piena, “perché il fatto non sussiste”. Stando alle accuse fino a prima pendenti, al culmine di un acceso litigio aveva provato a costringere la donna che all’epoca era sua moglie a consumare un rapporto intimo. Ricostruzione di parte che però non ha retto una volta arrivata in aula.Discusso davanti al secondo collegio del Tribunale di Latina, nell’occasione presieduto dal giudice Francesco Valentini, a latere i magistrati Enrica Villani e Maria Assunta Fosso, il procedimento penale a carico dell’uomo era incentrato su una denuncia-querela presentata nel 2014, peraltro rimessa dalla parte offesa nel 2016.
    Come è emerso in sede processuale, l’imputato aveva iniziato una feroce discussione con la consorte, nata dalla scoperta di alcuni tradimenti. Un testa a testa ad un certo punto degenerato. Prima una serie di offese, poi le botte. Il giorno seguente la moglie era andata in ospedale per farsi refertare, uscendone con una prognosi di pochi giorni legata a delle ecchimosi. Per sostenere in seguito la versione della tentata violenza carnale, alla fine venuta meno sulla scorta della deposizione di un testimone oculare. Vale a dire il figlio della coppia, oggi maggiorenne.
    Il ragazzo ha affermato di aver assistito all’alterco e che i genitori si stavano picchiando in maniera reciproca, tanto da intervenire nel tentativo di separarli. In quel contesto, ha aggiunto, non c’è stato nessun tentativo di aggressione sessuale. Una tesi sostenuta sin dall’inizio dall’imputato, assistito dagli avvocati Leonardo Feula e Luca Di Fazio, e che alla fine è stata accolta dai giudici. Anche lo stesso pm aveva chiesto l’assoluzione. Ad avere un certo peso nella sentenza, oltre al dietrofront sulla querela e alla succitata testimonianza, un’altra circostanza su cui ha battuto la difesa: pur legalmente separati da tempo, gli ormai ex coniugi vivono ancora sotto lo stesso tetto.

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    Diablo, chieste le condanne di Giuseppe e Luigi D’Alterio

    Sono trascorsi ben diciotto anni dalle prime indagini compiute dalla Guardia di finanza di Formia su un ampio giro di spaccio di cocaina e hashish, con Fondi come snodo principale e accusati di fare affari con centinaia di chili di sostanze stupefacenti storici esponenti della malavita pontina.Quell’inchiesta, fondata quasi integralmente su una montagna di intercettazioni, portò a 18 rinvii a giudizio, e venne chiamata “Diablo”.
    A distanza di così tanto tempo non è però stata neppure emessa una sentenza di primo grado e, arrivato il momento della requisitoria, il pm Giuseppe Bontempo ha chiesto al Tribunale di Latina l’assoluzione o il proscioglimento per intervenuta prescrizione per tutti gli imputati.
    Solo due le condanne chieste dal pubblico ministero, quelle per Giuseppe e Luigi D’Alterio.
    I due dall’epoca di “Diablo” di arresti e sequestri ne hanno collezionati numerosi.
    Secondo gli inquirenti Giuseppe D’Alterio, detto Peppe ‘o marocchino, sarebbe uno dei referenti dei Casalesi in provincia di Latina e a lungo avrebbe dettato legge al Mof di Fondi, monopolizzando il business dei trasporti su gomma.
    Vicende in cui è stato ritenuto coinvolto anche il figlio Luigi.
    Per quanto riguarda l’inchiesta “Diablo”, secondo la pubblica accusa i due, come emerso tra l’altro in altre indagini, avrebbero trasportato centinaia di chili di droga sui loro tir, facendo la spola tra la Spagna e il Nord Italia e Fondi, nascondendo le sostanze stupefacenti tra le cassette della frutta e della verdura.
    Per Giuseppe D’Alterio il pm ha quindi chiesto una condanna a 8 anni di reclusione e per Luigi a 6.
    A parlare sono state quindi le difese degli imputati, rappresentati tra gli altri dagli avvocati Maurizio Forte, Oreste Palmieri, Giulio Mastrobattista e Francesco Di Ciollo.
    Si tornerà in aula il 16 aprile per le ultime arringhe e per la sentenza.
    “Diablo” è un’inchiesta che venne portata avanti dal sostituto procuratore Vincenzo Saveriano e che vide i finanzieri di Formia impegnati per anni a monitorare i movimenti degli indagati, ad effettuare perquisizioni e sequestri, ad intercettare migliaia di conversazioni telefoniche e a piazzare decine di “cimici”.
    Il magistrato si convinse che, tra il 2003 e il 2004, chili di hascisc e cocaina venissero acquistati a Milano, Roma, e Napoli da pregiudicati fondani, che nella Piana vendevano la sostanza stupefacente per indirizzarla al mercato locale e a quello di Cisterna di Latina e Sperlonga.
    Il sostituto Saveriano ritenne anche che gli indagati in alcuni casi ricorressero alle maniere forti verso chi non pagava la droga e si dedicassero anche ad altri affari, come cercare di mettere in piedi una stamperia di denaro falso, rapinare tir o ricettare carichi di merce rubata.
    Sotto accusa finirono così i fondani Giuseppe D’Alterio, il figlio Luigi, la moglie Anna Milazzo, il 38enne Luca Fabrizio, Alessio Ferri, già coinvolto anche nell’inchiesta antimafia “Damasco”, Francesco Pistillo, Pasqualino Marotta, Fabio Pannozzo, e un uomo del calibro di Carlo Zizzo, tutti di Fondi, Giuseppe Ciano, di Gaeta, Roberto e Gianluca Lorello, di Cisterna, Gianluca Risivi, di Lenola, Umberto Gori, di Sezze, poi deceduto, Matteo Baldascini, di Latina, Fabio Criscuolo, di Latina, Aldo Perrucci, di Napoli, e Antonio Scimmo, di Volla.
    Diciotto indagati tutti mandati a giudizio nel 2012 dal giudice Laura Matilde Campoli.
    Ma diciotto anni sono troppi anche per un’inchiesta come “Diablo”.

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    Abusi sessuali sulla nipote quindicenne: nonno a giudizio

    Avrebbe abusato sessualmente della nipote 15enne e, a distanza di cinque anni dai fatti, un 74enne di Fondi è stato ora rinviato a giudizio.L’imputato, accusato di violenza sessuale, avrebbe palpeggiato la ragazzina tra settembre e ottobre 2016, a Terracina.
    A disporre per lui un processo è stato il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina e tanto la vittima, che oggi ha venti anni, che i genitori di quest’ultima si sono costituiti parte civile.
    La prima udienza è fissata davanti al Tribunale di Latina per il prossimo 7 ottobre.

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    Tentato omicidio del vicino, arriva la condanna a sei anni

    Accusato di aver cercato di bruciare vivo il vicino di casa, cospargendolo di benzina, un 45enne di Fondi, Antonello Riccardi, è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota, a sei anni di reclusione.L’imputato, ritenuto responsabile di tentato omicidio, era stato arrestato dalla Polizia e messo ai domiciliari il 13 giugno scorso.
    Inutile il tentativo della difesa di sostenere che il 45nne aveva buttato benzina addosso al vicino ma che non aveva alcun accendino.

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    Inseguimento Fondi-Cellole, la condanna. E l’incredibile giustificazione dell’arrestato

    Un anno e 4 mesi di reclusione per i reati di resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale, pena sospesa. Questo, l’esito della direttissima tenutasi sabato presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere a carico del 29enne protagonista dell’inseguimento notturno al cardiopalmo partito da Fondi e terminato in Campania, nell’area di Baia Domizia, frazione del Comune casertano di Cellole. Con tre posti di blocco elusi in maniera rocambolesca tra Fondi, Gaeta e Formia, e la corsa della Mini Cooper guidata dall’uomo che ha avito fine solo al quarto posto di blocco, in cui a sbarrare la strada erano stati collocati due autotreni di passaggio.Incredibile, considerando la dinamica dell’accaduto e i pericoli corsi, la giustificazione offerta a margine dal 29enne arrestato, il fondano Salvatore Di Manno, già noto alle forze dell’ordine: «Ero in giro in violazione delle normative anti-Covid, in un’ora non consentita. E avevo bevuto». Più o meno queste, le parole pronunciate dopo il fermo. Lasciando di sasso carabinieri e poliziotti. Alcuni dei quali rimasti feriti, rischiando di essere investiti nella folle corsa dell’auto in fuga. Tre militari dell’Arma e un agente sono finiti in ospedale, con prognosi che vanno dagli otto ai dieci giorni.

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    Didattica a distanza, il Tar annulla la bocciatura di uno studente

    Non è semplice bocciare ai tempi del Convid-19.Il Tar di Latina, accogliendo il ricorso presentato dai genitori di uno studente dell’istituto tecnico “Libero de Libero” di Fondi ha annullato il provvedimento con cui il giovane non è stato ammesso alla classe successiva.
    Le assenze dello studente prima del lockdown sono state poche e, salvo casi particolari, per legge le bocciature, dopo tutte le difficoltà legate alla didattica a distanza, sono state sostituite con un “piano di apprendimento individualizzato” per recuperare le eventuali lacune.
    E i giudici hanno specificato che l’istituto “Libero de Libero” non ha presentato “una dettagliata verbalizzazione delle giornate di assenza dell’alunno dalla didattica a distanza, non essendo a tal riguardo sufficienti i generici e non comprovati riferimenti operati in sede di scrutinio a “numerose assenze” o a una partecipazione “nulla”.
    Bocciatura dunque annullata e Ministero dell’istruzione condannato anche a pagare duemila euro di spese di giudizio.

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    Fondi, morte nella “zona rossa”: 7 anni per omicidio preterintenzionale

    Non un omicidio volontario, bensì preterintenzionale. Per una pena pari a 7 anni di reclusione, contro i 9 anni e 4 mesi chiesti dal pubblico ministero nell’udienza precedente.Questa, la sentenza emessa dal Tribunale di Cassino nei confronti di Abdul Majid Khan, il 44enne pakistano imputato per l’uccisione di Emilio Maggiacomo, 69enne di Fondi rinvenuto cadavere il 23 marzo in un terreno di sua proprietà situato al confine tra la città della Piana e Itri, con diverse pesanti lesioni.
    Il luogo del ritrovamento del corpo

    Il processo di primo grado nei confronti dell’uomo, portato avanti con il rito abbreviato, si è concluso nella tarda mattinata di lunedì.
    Accolte di fatto le istanze della difesa di Khan, rappresentata dagli avvocati Maurizio Forte e Angelo Palmieri, che puntava a derubricare l’ipotesi di reato contestata dall’accusa.
    I fatti che portarono all’omicidio di Maggiacomo si svolsero nei giorni in cui Fondi venne dichiarata “zona rossa”. E proprio la zona rossa avrebbe avuto un ruolo centrale negli accadimenti: la discussione degenerata nel sangue sarebbe nata dalla ricerca, da parte di Khan, di una strada alternativa per eludere le restrizioni governative.

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    Processo antidroga “Fiore”, condanne per i sette imputati

    Tutti condannati i sette imputati nel processo denominato “Fiore”, scaturito dalle indagini antidroga portate avanti dai carabinieri di Terracina e Fondi e culminate lo scorso anno con l’esecuzione di sette misure cautelari.Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota, ha condannato Mirco Fiore a 4 anni di reclusione e 12mila euro di multa, Gianluigi Raso a un anno e mille euro, Lorenzo Faiola a un anno e mille euro, Salvatore Iannicelli a tre anni e quattro mesi e 16mila euro, Giorgia Ranieri a 2 anni e 8 mesi e 12mila euro, Mirko Iuliano a 2 anni e 8 mesi e 12mila euro, e Domenico D’Alessandro a 8 mesi e 667 euro.
    Le indagini si sono concentrate sullo spaccio di droga – cocaina, hashish, marijuana e amnesia – nell’area di Fondi e nei Comuni vicini, Sperlonga, Formia, Terracina, Itri e San Felice Circeo.

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    Automobilista al telefono, multa annullata perché i vigili erano in borghese

    Era stata sanzionata perché sorpresa a parlare al telefono mentre si trovava alla guida della propria autovettura, ma alla fine la multa è andata incontro all’annullamento. Il motivo? Ad elevare la contravvenzione, due agenti della polizia locale in borghese, privi quindi di segni di riconoscimento. Circostanza ritenuta illegittima, invalidando così tanto l’accertamento quanto l’annessa ammenda.A pronunciarsi in tal senso il Giudice di Pace di Fondi, esprimendosi sul caso di un’automobilista del posto incappata nel novembre del 2019 in un controllo della Municipale. Beccata da due vigili motociclisti mentre transitava lungo una delle strade d’accesso al centro urbano fondano, al termine del controllo posto in essere la donna tornò a casa con una multa da 165 euro elevata per aver violato l’articolo 173 del Codice della Strada, e con la decurtazione di 5 punti dalla patente di guida.
    Tutto annullato dalla sentenza in questione, le cui motivazioni sono state depositate in cancelleria nei giorni scorsi, in accoglimento del ricorso presentato per conto dell’interessata dall’avvocato Paolo Giuseppe Sotis. «Gli agenti preposti alla regolazione del traffico e gli organi di Polizia stradale (…), quando operano sulla strada, devono essere visibili a distanza mediante l’uso di appositi capi di vestiario o dell’uniforme», sottolinea il giudice Giovanni Pesce citando l’articolo 183 del Regolamento di attuazione del Codice della Strada e rifacendosi a quanto disposto dalla Corte di Cassazione nel 2008, successivamente ripreso nel 2012 dal Tribunale di Camerino.
    Gli agenti, insomma, dovevano essere palesemente tali anche agli occhi dell’automobilista di turno. In linea, rimarca il dottor Pesce, con la «la ratio dissuasiva, anziché repressiva» della normativa. In sostanza, dunque, nell’annullare l’atto il magistrato non si è espresso sulla contestazione in sé, bensì sulle modalità di accertamento della stessa. Con buona pace della polizia locale, peraltro “vicina di casa” del Giudice di Pace, essendo le rispettive sedi confinati.
    A margine della formalizzazione delle motivazioni, il legale della ricorrente ha voluto sottolineare una circostanza: «Faccio presente – evidenzia Sotis – che qui si contesta non solo la illegittimità del protocollo seguito dagli agenti, ma altresì si evidenzia il pericolo che si ingenera in chi guida vedendosi bussare al vetro della autovettura due perfetti sconosciuti su una moto che potrebbero sembrare malintenzionati».

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