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    Camorra, pentito dei Casalesi condannato a 7 anni per estorsione

    Tammaro Scarano, 36enne collaboratore di giustizia del clan casertano dei Mazzara di Cesa, alleato dei Casalesi, è stato condannato ad una pena di 7 anni e due mesi di carcere per una serie di estorsioni commesse ai danni di imprenditori locali.
    La sentenza è stata emessa al termine del giudizio abbreviato dal Gup del Tribunale di Napoli. I fatti risalgono agli anni 2007 e 2008, quando una serie di commercianti, impeditori del settore edile, rimasero vittime di richieste estorsive.
    Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e le dichiarazioni auto-accusanti di Scarano (difeso da Patrizia Sebastianelli), hanno permesso di ricostruire una decina di episodi di estorsioni consumate e tentate.
    Gli stessi imprenditori, dopo aver anche denunciato i fatti, si sono costituiti parte civile nel processo a carico di Scarano, tramite l’avvocato Vincenzo Guida, ottenendo la condanna al risarcimento dei danni. LEGGI TUTTO

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    Casalesi, si costituisce uno dei ricercati irreperibili

    Si è costituito, presso la compagnia carabinieri di Aversa, Giuseppe Spada, alias o’ zingaro, assistito dal suo legale, l’avvocato Tammaro Diana.
    L’uomo è destinatario di una misura cautelare in carcere a firma del gip Vera Iaselli del Tribunale di Napoli nell’ambito dell’indagine della Dda sulla riorganizzazione del clan dei Casalesi in particolare della fazione Schiavone e Bidognetti.
    Spada si era trasferito in Svizzera e perciò irreperibile al momento dell’esecuzione delle 37 misure cautelari per ben 45 indagati. Altri 5 indagati risultano essere irreperibili.
    Nell’arco di oltre tre anni di investigazioni, è stata accertata l’operatività delle fazioni documentando una pluralità di reati fine che sarebbe stata posta in essere da soggetti riferibili al consesso criminale casalese , che, a oggi, conserverebbe una struttura piramidale ben definita.

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    Camorra, il figlio del boss: “Mai ordinato omicidi”

    “In carcere non ho mai ordinato un omicidio, né comunicato all’esterno con un cellulare introdotto illegalmente, e non ho mai ordinato le estorsioni, fatte da altri spedendo il nome mio e di mio padre”.
    Queste in sintesi le dichiarazioni rese al gip da Gianluca Bidognetti, figlio del capoclan dei Casalesi Francesco Bidognetti, detto “Cicciotto e Mezzanotte”, arrestato il 22 novembre scorso insieme alle sorelle Teresa e Katia, ai cognati e altre parenti, con l’accusa di aver riorganizzato dal carcere – è detenuto da oltre 14 anni per il tentato omicidio di zia e cugina e sarebbe dovuto uscire nel 2023 – il clan fondato da Cicciotto.
    Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Bidognetti jr, difeso da Domenico Della Gatta, ha rigettato tutte le contestazioni avanzate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, rigettando l’accusa di essere il nuovo capo del clan.
    “Sono da quasi 15 anni in carcere, non avrei potuto fare nulla”; il 34enne ha spiegato di non aver mai ricevuto in tanti anni sequestri di cellulari in carcere, ma solo di una pennetta contenente film.
    Sul presunto agguato ordinato dal carcere di un parente del boss Emilio Martinelli, Gianluca Bidognetti ha respinto con forza l’addebito. “Non ho mai ordinato un omicidio per la lite tra due bimbi, come ho visto scritto nell’ordinanza; sono legato da una profondo amicizia ad Emilio Martinelli”.
    Il rampollo del boss ha poi negato di aver ordinato estorsioni. “Non ho mai ricevuto soldi da nessuno, hanno solo usato il mio nome”. LEGGI TUTTO

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    Casalesi confiscati 600mila euro, il ras perde il ricorso in Cassazione

    Casal di Principe. La Corte di Cassazione ha confermato la confisca a carico di Armando Letizia, 69 anni di Casal di Principe, rigettando il ricorso presentato per ritornare in possesso dei suoi beni di circa 600mila euro.
    Letizia, in rito abbreviato, è stato condannato per truffa ai danni di un ente pubblico con confisca di beni di 600mila euro anche nei confronti dell’altro imputato Sergio Orsi. Nello stesso procedimento era coinvolto inoltre Claudio Bidognetti che è stato processato con rito.
    E a proposito dei Casalesi, ieri una parte del patrimonio di Gennaro De Angelis, anziano capostipite di una famiglia di imprenditori radicata dagli anni 70 nel Basso Lazio ma originaria del Casertano, è oramai definitivamente passato all’agenzia per i beni confiscati, è stato assegnato al comune di Castrocielo dove la famiglia De Angelis vive.
     Casalesi, nel basso Lazio confiscati i bene alla famiglia De Angelis
    Si tratta di quattro ville e due grandi locali commerciali saranno messe a disposizione della collettività. L’ordinanza di sgombero -come ha anticipato Angela Nicoletti su Il Mattino- degli immobili dopo il decreto di confisca di prevenzione, adottato dal Tribunale di Frosinone, Sezione Misure di Prevenzione, nell’ambito di un procedimento penale del 2009 e reso definitivo da una sentenza della Corte di Cassazione, è stata effettuata dalla Polizia di Stato.
    TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE: Rimossi dalle strade di Napoli 34 veicoli abbandonati
    L’intero plesso immobiliare, dal valore di oltre 1 milione e mezzo di euro, è l’ultimo colpo di coda di un’inchiesta che aveva acceso i riflettori sugli affari compiuti nel basso Lazio dagli appartenenti all’associazione malavitosa, riconducibile all’ala Schiavone del Clan dei Casalesi, capeggiata appunto da Francesco Schiavone. LEGGI TUTTO

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    Casalesi confiscati 600mila euro, il ras perde il ricorso in Cassazione

    Casal di Principe. La Corte di Cassazione ha confermato la confisca a carico di Armando Letizia, 69 anni di Casal di Principe, rigettando il ricorso presentato per ritornare in possesso dei suoi beni di circa 600mila euro.Letizia, in rito abbreviato, è stato condannato per truffa ai danni di un ente pubblico con confisca di beni di 600mila euro anche nei confronti dell’altro imputato Sergio Orsi. Nello stesso procedimento era coinvolto inoltre Claudio Bidognetti che è stato processato con rito.E a proposito dei Casalesi, ieri una parte del patrimonio di Gennaro De Angelis, anziano capostipite di una famiglia di imprenditori radicata dagli anni 70 nel Basso Lazio ma originaria del Casertano, è oramai definitivamente passato all’agenzia per i beni confiscati, è stato assegnato al comune di Castrocielo dove la famiglia De Angelis vive.
     Casalesi, nel basso Lazio confiscati i bene alla famiglia De AngelisSi tratta di quattro ville e due grandi locali commerciali saranno messe a disposizione della collettività. L’ordinanza di sgombero -come ha anticipato Angela Nicoletti su Il Mattino- degli immobili dopo il decreto di confisca di prevenzione, adottato dal Tribunale di Frosinone, Sezione Misure di Prevenzione, nell’ambito di un procedimento penale del 2009 e reso definitivo da una sentenza della Corte di Cassazione, è stata effettuata dalla Polizia di Stato.TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE: Rimossi dalle strade di Napoli 34 veicoli abbandonatiL’intero plesso immobiliare, dal valore di oltre 1 milione e mezzo di euro, è l’ultimo colpo di coda di un’inchiesta che aveva acceso i riflettori sugli affari compiuti nel basso Lazio dagli appartenenti all’associazione malavitosa, riconducibile all’ala Schiavone del Clan dei Casalesi, capeggiata appunto da Francesco Schiavone. LEGGI TUTTO

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    Camorra, il boss Michele Zagaria assolto per i messaggi dal carcere

    Il capo dei Casalesi Michele Zagaria, attualmente ristretto al carcere duro, e’ stato assolto dal tribunale di Napoli Nord con formula piena, “perche’ il fatto non sussiste”, dall’accusa di associazione camorristica contestata per il periodo successivo all’arresto del 7 dicembre 2011, quando secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, Zagaria avrebbe continuato a gestire il clan impartendo direttive all’esterno attraverso messaggi consegnati ai familiari, sorelle in primis, durante i colloqui tenuti in carcere.
    Il sostituto anticamorra Maurizio Giordano aveva chiesto 16 anni di reclusione per Zagaria al termine della requisitoria tenuta nei mesi scorsi, mentre per i difensori di Zagaria, gli avvocati Emilio Martino e Paolo Di Furia, Zagaria non avrebbe impartito direttive durante i colloqui in carcere con i familiari.
    Peraltro, per gli stessi fatti, alcuni familiari del boss, tra cui le sorelle di Zagaria e le cognate (mogli dei tre fratelli Antonio, Pasquale e Carmine), sono stati condannati solo per la ricettazione degli stipendi agli affiliati e non per associazione a delinquere di stampo camorristico. La Dda aveva passato al setaccio anni di colloqui, di parole dette e non dette, di sguardi e segnali tra Zagaria e le sorelle, soprattutto Gesualda e Beatrice; ma per il collegio presieduto dal giudice Marina Napolitano, quei messaggi non erano direttive da impartire agli affiliati ancora in strada. LEGGI TUTTO

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    Camorra, il boss Michele Zagaria assolto per i messaggi dal carcere

    Il capo dei Casalesi Michele Zagaria, attualmente ristretto al carcere duro, e’ stato assolto dal tribunale di Napoli Nord con formula piena, “perche’ il fatto non sussiste”, dall’accusa di associazione camorristica contestata per il periodo successivo all’arresto del 7 dicembre 2011, quando secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, Zagaria avrebbe continuato a gestire il clan impartendo direttive all’esterno attraverso messaggi consegnati ai familiari, sorelle in primis, durante i colloqui tenuti in carcere.
    Il sostituto anticamorra Maurizio Giordano aveva chiesto 16 anni di reclusione per Zagaria al termine della requisitoria tenuta nei mesi scorsi, mentre per i difensori di Zagaria, gli avvocati Emilio Martino e Paolo Di Furia, Zagaria non avrebbe impartito direttive durante i colloqui in carcere con i familiari.
    Peraltro, per gli stessi fatti, alcuni familiari del boss, tra cui le sorelle di Zagaria e le cognate (mogli dei tre fratelli Antonio, Pasquale e Carmine), sono stati condannati solo per la ricettazione degli stipendi agli affiliati e non per associazione a delinquere di stampo camorristico. La Dda aveva passato al setaccio anni di colloqui, di parole dette e non dette, di sguardi e segnali tra Zagaria e le sorelle, soprattutto Gesualda e Beatrice; ma per il collegio presieduto dal giudice Marina Napolitano, quei messaggi non erano direttive da impartire agli affiliati ancora in strada. LEGGI TUTTO

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    Camorra, il boss Michele Zagaria assolto per i messaggi dal carcere

    Il capo dei Casalesi Michele Zagaria, attualmente ristretto al carcere duro, e’ stato assolto dal tribunale di Napoli Nord con formula piena, “perche’ il fatto non sussiste”, dall’accusa di associazione camorristica contestata per il periodo successivo all’arresto del 7 dicembre 2011, quando secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, Zagaria avrebbe continuato a gestire il clan impartendo direttive all’esterno attraverso messaggi consegnati ai familiari, sorelle in primis, durante i colloqui tenuti in carcere.
    Il sostituto anticamorra Maurizio Giordano aveva chiesto 16 anni di reclusione per Zagaria al termine della requisitoria tenuta nei mesi scorsi, mentre per i difensori di Zagaria, gli avvocati Emilio Martino e Paolo Di Furia, Zagaria non avrebbe impartito direttive durante i colloqui in carcere con i familiari.
    Peraltro, per gli stessi fatti, alcuni familiari del boss, tra cui le sorelle di Zagaria e le cognate (mogli dei tre fratelli Antonio, Pasquale e Carmine), sono stati condannati solo per la ricettazione degli stipendi agli affiliati e non per associazione a delinquere di stampo camorristico. La Dda aveva passato al setaccio anni di colloqui, di parole dette e non dette, di sguardi e segnali tra Zagaria e le sorelle, soprattutto Gesualda e Beatrice; ma per il collegio presieduto dal giudice Marina Napolitano, quei messaggi non erano direttive da impartire agli affiliati ancora in strada. LEGGI TUTTO

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    Chiede il pizzo per conto dei Casalesi: arrestato 29enne

    Chiede pizzo per conto di boss dei Casalesi, preso 29enne Carabinieri arrestano Domenico Brancaccio.I militari del N.O.R. – Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri di Marcianise – hanno dato esecuzione ad […]

    Chiede pizzo per conto di boss dei Casalesi, preso 29enne Carabinieri arrestano Domenico Brancaccio.I militari del N.O.R. – Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri di Marcianise – hanno dato esecuzione ad un’ordinanza applicativa di misura cautelare (custodia in carcere), emessa dal GIP del Tribunale di Napoli su richiesta della Procura della Repubblica di Napoli, Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di Brancaccio Domenico, nato a Caserta il 05/06/1993, in relazione al reato di “tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso”.Il provvedimento, eseguito a Grazzanise, ha fatto seguito all’attività investigativa svolta dai  Carabinieri  del N.O.R. della Compagnia  Carabinieri di Marcianise, in collaborazione con i colleghi della Stazione Carabinieri di Orta di Atella, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, nei mesi di giugno e luglio 2022.
    Dalle indagini sono emersi gravi indizi di colpevolezza del reato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso a carico dell’indagato in ordine a reiterate richieste estorsive aventi ad oggetto la somma di 5.000,00 euro,avanzate per conto di Cristofaro Antonio, alias Tonino di Cesa detto “o’coccodrillo” (attualmente detenuto per fatti di criminalità organizzata in quanto appartenente al gruppo “Caterino-Ferriero” del clan dei “Casalesi”).I fatti sono avvenuti a Succivo, in un arco temporale compreso tra giugno e luglio 2022. LEGGI TUTTO

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    Per i giudici di Napoli: “Cosentino ha avuto accordi coi Casalesi per tutta la sua carriera politica”

    Per i giudici di Napoli: “Cosentino ha avuto accordi coi Casalesi per tutta la sua carriera politica”. Pubblicate le motivazioni della sentenza di appello di condanna a 10 anni di carcere.L’accordo illecito tra Nicola Cosentino e il clan dei Casalesi “e’ perdurato sostanzialmente nell’arco dell’intera ascesa politica di Cosentino, che e’ stato deputato della Repubblica Italiana dal 9 maggio 1996 al 14 marzo 2013, per quattro consecutive legislature, ricoprendo durante l’ultimo incarico di deputato, dal 12 maggio 2008, la carica di Sottosegretario all’Economia nel quarto Governo Berlusconi”.
    Lo scrivono i giudici della Corte d’Appello di Napoli che oltre un anno fa, era il 21 luglio 2021, condannarono l’ex uomo forte di Forza Italia in Campania a dieci anni di carcere per concorso esterno in camorra, nel processo cosiddetto Eco4 sull’infiltrazioni politico-mafiose nel settore dei rifiuti.
    Le motivazioni sono state depositate il 21 luglio scorso, ad un anno esatto dall’udienza in cui fu letta la condanna contro cui i legali di Cosentino – Stefano Montone, Agostino De Caro ed Elena Lepre – faranno ricorso in Cassazione.
    La Corte d’Appello ha aumentato di un anno la pena inflitta in primo grado dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, e rispetto a quest’ultimo ha esteso la responsabilita’ di Cosentino per il concorso esterno fino al 2009, ritenendo dunque provata la sua contiguita’ al clan, nella veste di “referente nazionale dei Casalesi” oltre il 2004, anno in cui si fermava la sentenza di primo grado.
     Per la Dda di Napoli, Cosentino ha avuto l’appoggio dei Casalesi almeno fino al 2009
    La Dda di Napoli aveva infatti presentato appello ritenendo che l’appoggio di Cosentino al clan fosse andato avanti almeno fino al 2009, saldandosi con le condotte contestate in altre due indagini antimafia successive che hanno coinvolto il politico, anche se in entrambi i processi l’ex coordinatore campano di Forza Italia e’ stato assolto in appello.
    Assoluzioni, queste ultime, ritenute non rilevanti nel processo Eco4, il piu’ importante tra i procedimenti a carico di Cosentino. “Per mantenere il suo impegno nei confronti del sodalizio – si legge nella motivazione della sentenza d’appello – Cosentino ha strumentalizzato il delicato ruolo istituzionale, non facendosi scrupolo di piegarlo agli interessi del clan camorristico, oltre che ai suoi personali interessi”. LEGGI TUTTO

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    Per i giudici di Napoli: “Cosentino ha avuto accordi coi Casalesi per tutta la sua carriera politica”

    Per i giudici di Napoli: “Cosentino ha avuto accordi coi Casalesi per tutta la sua carriera politica”. Pubblicate le motivazioni della sentenza di appello di condanna a 10 anni di carcere.L’accordo illecito tra Nicola Cosentino e il clan dei Casalesi “e’ perdurato sostanzialmente nell’arco dell’intera ascesa politica di Cosentino, che e’ stato deputato della Repubblica Italiana dal 9 maggio 1996 al 14 marzo 2013, per quattro consecutive legislature, ricoprendo durante l’ultimo incarico di deputato, dal 12 maggio 2008, la carica di Sottosegretario all’Economia nel quarto Governo Berlusconi”.Lo scrivono i giudici della Corte d’Appello di Napoli che oltre un anno fa, era il 21 luglio 2021, condannarono l’ex uomo forte di Forza Italia in Campania a dieci anni di carcere per concorso esterno in camorra, nel processo cosiddetto Eco4 sull’infiltrazioni politico-mafiose nel settore dei rifiuti.Le motivazioni sono state depositate il 21 luglio scorso, ad un anno esatto dall’udienza in cui fu letta la condanna contro cui i legali di Cosentino – Stefano Montone, Agostino De Caro ed Elena Lepre – faranno ricorso in Cassazione.La Corte d’Appello ha aumentato di un anno la pena inflitta in primo grado dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, e rispetto a quest’ultimo ha esteso la responsabilita’ di Cosentino per il concorso esterno fino al 2009, ritenendo dunque provata la sua contiguita’ al clan, nella veste di “referente nazionale dei Casalesi” oltre il 2004, anno in cui si fermava la sentenza di primo grado. Per la Dda di Napoli, Cosentino ha avuto l’appoggio dei Casalesi almeno fino al 2009La Dda di Napoli aveva infatti presentato appello ritenendo che l’appoggio di Cosentino al clan fosse andato avanti almeno fino al 2009, saldandosi con le condotte contestate in altre due indagini antimafia successive che hanno coinvolto il politico, anche se in entrambi i processi l’ex coordinatore campano di Forza Italia e’ stato assolto in appello.Assoluzioni, queste ultime, ritenute non rilevanti nel processo Eco4, il piu’ importante tra i procedimenti a carico di Cosentino. “Per mantenere il suo impegno nei confronti del sodalizio – si legge nella motivazione della sentenza d’appello – Cosentino ha strumentalizzato il delicato ruolo istituzionale, non facendosi scrupolo di piegarlo agli interessi del clan camorristico, oltre che ai suoi personali interessi”. LEGGI TUTTO