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    Omicidio Lubrano: 4 arresti dopo 19 anni nei Casalesi

    Cold Case di camorra nel Casertano: dopo 19 anni arriva una nuova ordinanza per il boss Michele Zagaria e tre affiliati.
    Nella mattinata odierna, presso le Case Circondariali di Sassari, Tolmezzo e Viterbo i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Tribunale del Riesame di Napoli, a seguito di ricorso della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, nei confronti di 4 persone gravemente indiziati, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso (Clan dei casalesi-fazione Zagaria) e dell’omicidio di Raffaele Lubrano classe 1959 alias “ lello”, figlio del capo clan Vincenzo, consumato a Pignataro Maggiore.
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    La sera del 14 novembre 2002 la vittima, dopo aver lasciato il suo studio di via Vittorio Veneto, mentre percorreva la citata strada a bordo di una Toyota Land Cruiser, diretta verso la zona periferica, veniva dapprima superata da un’Alfa Romeo 164 e poi bloccata nei pressi del Bar Giordano, dove i Killer iniziavano ad esplodere diversi colpi d’arma da fuoco. Il Lubrano, nel disperato tentativo di scampare all’agguato, riusciva ad invertire la marcia, tentando la fuga in direzione del centro abitato. Il commando omicida, quindi, si poneva all’inseguimento esplodendo numerosi colpi lungo l’intero tragitto fino alla via Latina, ove i killer raggiungevano e finivano il Lubrano che, nel frattempo, dopo aver urtato con il suo fuoristrada il muro di un’abitazione, aveva tentato una disperata la fuga a piedi. Portato a termine l’efferato delitto, gli autori si dileguavano in direzione di Pastorano, abbandonando l’Alfa Romeo 164, risultata rubata ad Aversa il 12 novembre 2002, in località Arianova ove veniva successivamente rinvenuta bruciata con all’interno le armi poco prima utilizzate.
    Le indagini hanno consentito di accertare come l’omicidio in questione nacque a seguito delle mire espansionistiche del clan dei casalesi su una porzione di territorio ove agiva un sodalizio criminale autoctono, il clan Lubrano-Ligato-Abbate. Ciò, nel corso del tempo, aveva determinato spesso frizioni, seguite da tregue strategiche, al culmine delle quali il vertice camorristico di Casal di Principe era prevalso, dettando le proprie regole, imponendo la presenza di loro luogotenenti e costringendo “i paesani” ad accontentarsi della gestione di attività delittuose di minore rilevanza e fruttuosità.
    I provvedimenti restrittivi costituiscono l’epilogo di una articolata attività investigativa coordinata dalla Procura della Repubblica di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia, avviata nell’anno 2019 che ha consentito di accertare il coinvolgimento dei sottonotati soggetti, esponenti di primissimo piano del clan dei casalesi, ritenuti responsabili, a vario titolo, dell’omicidio in questione:
    ZAGARIA Michele, nato a San Cipriano d’ Aversa (CE) il 21/05/1958 e CATERINO Giuseppe, nato a San Cipriano d’Aversa (CE) il 19.01.1954, rispettivamente detenuti presso le case circondariali di Sassari e Viterbo, quali mandanti;
    NOBIS Salvatore, nato a San Cipriano d’Aversa (CE) il 10.11.1959 e SANTAMARIA Antonio nato a Cancello ed Arnone (CE) il 29.12.1975, rispettivamente detenuti presso le case circondariali di Tolmezzo e Viterbo, hanno avuto un ruolo da basisti con il compito di seguire la vittima durante i suoi spostamenti (cd. specchiettisti).
    Nell’ambito della medesima attività investigativa, nell’anno 2020, è stato emesso analogo provvedimento restrittivo a carico di altro sodale: Francesco Schiavone classe 1953, alias “Cicciariello”, omonimo e cugino del capo clan Francesco Schiavone, alias “Sandokan”. LEGGI TUTTO

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    Il figlio del boss Sandokan: ‘Nel 2005 il clan votò per Cosentino’

    🔊 Ascolta la notizia Ha parlato per oltre tre ore l’ex boss dei Casalesi oggi collaboratore di giustizia Nicola Schiavone, al processo d’appello in corso a Napoli che vede imputato per concorso esterno in camorra l’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino (in primo grado è stato condannato a nove anni). Schiavone, figlio primogenito del padrino dei […] LEGGI TUTTO

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    Soldi del clan Zagaria riciclati con l’usura: 4 condanne

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    Soldi del clan Zagaria riciclati con l’usura: 4 condanne
    I giudici del tribunale di Santa Maria Capua Vetere hanno inflitto 6 anni per Gabriele Brusciano; 2 anni e 6 mesi per Luigi Brusciano, al quale sono state concesse le attenuanti generiche; 6 anni per Gennaro Sfoco, di Aversa; 5 anni e 6 mesi per Onesto Iommelli. Pene inferiori rispetto alle richieste della Dda.
    Per tutti gli imputati è caduta l’aggravante mafiosa dei reati. Assolto, invece, Ferdinando Graziano, detto Nandino Galeone, per non aver commesso il fatto. Sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per Nicola Pezone.
    Secondo l’accusa alcuni degli imputati avrebbero prestato soldi ad imprenditori con tassi di interesse tra il 5 ed il 10%. Dazioni che tra il 2004 ed il 2010 sono arrivate alla somma di 1 milione e 200mila euro di cui ne sono stati restituiti 1,7 milioni. Secondo quanto ricostruito da alcuni collaboratori di giustizia, tra cui il figlio di Sandokan Nicola Schiavone, gli usurai avrebbero reimpiegato nelle loro attività, svolte prevalentemente ad Aversa, soldi di provenienza illecita che arrivavano dal clan dei Casalesi, in particolare dalla fazione capeggiata da Michele Zagaria.Trending:Infortunio alla mano per Ospina: salta le prossime gare LEGGI TUTTO

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    ‘O ci dai 30mila euro oppure la tua Jeep’: presi 4 dei Casalesi

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    Misero l’imprenditore vittima dell’estorsione davanti a una scelta: 30mila euro oppure la sua Jeep “Renegade”.
    Quattro estorsori del clan dei Casalesi, tutti di Casal di Principe, tra i quali un esponente di primo piano della cosca mafiosa, Giovanni Della Corte, sono stati arrestati nella notte e condotti in carcere dai carabinieri su ordine del Gip del Tribunale di Napoli, nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea. I provvedimenti sono stati eseguiti dai carabinieri della Compagnia di Casal di Principe, che hanno anche effettuato le indagini. Con il 57enne Della Corte, catturato a Vasto, dove era domiciliato in una casa lavoro in quanto sottoposto alla relativa misura di sicurezza, sono finiti in carcere Vincenzo Luca di 44 anni, gia’ condannato per reati di camorra, Salvatore Massaro di 69 anni e Paolo Piccirillo di 57 anni; gli indagati rispondono di estorsione con le aggravanti del metodo e dell’agevolazione mafiosa.
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    Anche Della Corte e’ gia’ stato condannato per camorra, e a Casal di Principe, con tutti i boss storici in carcere, rivestiva un ruolo di primo piano nel clan. Dall’inchiesta e’ emerso che De Luca, Massaro e Piccirillo avrebbero tentato di estorcere nel febbraio 2020 ad un imprenditore edile di Casal di Principe 30.000 euro a titolo di tangente da destinare ai detenuti affiliati al Clan e alle loro famiglie, o in alternativa la sua Jeep Renegade; la vittima e’ stata anche minacciata di morte. Della Corte e’ invece accusato di aver chiesto e ottenuto il pizzo in quattro occasioni, tra il 2016 e il 2019, ad un altro imprenditore edile di Casal di Principe; in particolare si sarebbe fatto consegnare 1000 euro nel periodo natalizio al fine di agevolare le attivita’ del gruppo criminale. LEGGI TUTTO

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    Camorra: minacce e soldi a teste perche’ ritratti, 5 in carcere

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    Sequestro a scopo di estorsione di un soggetto, fatto salire su un’autovettura per poi essere condotto in un luogo isolato di Castel Volturno, dove veniva minacciato con una pistola e una corda legata al collo laddove non avesse restituito il corrispettivo di un pregresso debito di droga.

    I carabinieri hanno dato esecuzione nelle province di Caserta, Campobasso e Vibo Valentia a una misura cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale di Napoli nei confronti di cinque indagati, a vario titolo, per sequestro di persona a scopo di estorsione e intralcio alla giustizia, reati con l’aggravante del metodo mafioso.

    Dal marzo dello scorso anno gli indagati, facendo valere la presunta appartenenza al clan dei Casalesi di uno di loro, avevano tentato di convincere, dietro promessa di somme di denaro, la vittima e la moglie di questi a ritrattare le dichiarazioni rese in relazione a un sequestro di persona a scopo di estorsione commesso a Casal di Principe nel febbraio precedente, per il quale e’ stata emessa in precedenza una ordinanza cautelare ed e’ in corso il processo in Corte di Assise da Napoli nei confronti degli altri indagati; in quel caso un uomo fu fatto salire su un’auto per poi essere condotto in un luogo isolato di Castel Volturno, e minacciato con una pistola e una corda legata al collo perche’ ripianasse un debito di droga.

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    L’attività ha permesso di dimostrare che dal Marzo 2020 gli indagati, facendo valere la presunta appartenenza al “Clan dei Casalesi” di uno di loro, avevano tentato di convincere, dietro promessa di somme di denaro, la vittima e la moglie a ritrattare le dichiarazioni rese circa un sequestro di persona a scopo di estorsione commesso a Casal di Principe nel febbraio dello stesso anno, per il quale è stata emessa in precedenza una ordinanza cautelare ed è in corso il dibattimento innanzi alla Corte di Assise di Napoli nei confronti degli altri indagati.
    La pregressa vicenda, cui ha direttamente concorso uno degli odierni indagati, attiene al sequestro a scopo di estorsione di un soggetto, fatto salire su un’autovettura per poi essere condotto in un luogo isolato di Castel Volturno, dove veniva minacciato con una pistola e una corda legata al collo laddove non avesse restituito il corrispettivo di un pregresso debito di droga.

    I nomiGli arrestati sono Bernardino Crispino (classe 1986); Francesco Frascogna (1971); Nicola Sergio Kader (1986); Antonio Tornincasa (1970) e Emanuele Tornincasa (1996). Sono originari di Marcianise, San Cipriano d’Aversa, Aversa, Orta di Atella e Napoli. Gli unici liberi erano Frascogna e Kader. LEGGI TUTTO

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    Il nuovo rapporto della Dia: Casalesi ancora forti e attivi nel Casertano

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    Il rapporto semestrale (gennaio-giugno 2020) della Direzione investigativa antimafia ha certificato la permanenza del forte radicamento e l’operatività del Clan dei Casalesi nel territorio casertano.

    Nonostante i boss storici siano ormai in carcere da anni, per la Dia i gruppi criminali delle famiglie di vertice, Schiavone, Zagaria e Bidognetti non avrebbero subito disgregazioni o destabilizzazioni. Le cosche dei Casalesi, oltra a gestire le ‘solite’ attività come estorsioni, usura, traffico di stupefacenti, gioco e scommesse illegali, si stanno organizzando, dall’analisi dei dati, in sempre nuove modalità di azione, puntando su un consolidamento delle relazioni con quell’area grigia della Pubblica Amministrazione e dell’imprenditoria. L’assenza di omicidi, secondo la Dia, è ormai un elemento distintivo del clan dei Casalesi, frutto di una precisa scelta strategica. Il rapporto semestrale evidenzia la leadership all’interno del cartello della fazione Schiavone. Sempre più frequente, inoltre, si rileva il ricorso al traffico e alla vendita di sostanze stupefacenti, campo che nel passato, nella visuale strategica Casalese, era solo episodicamente contemplato.

    La cosca continuerebbe, dalle analisi, ad operare nella gestione di appalti pubblici e nel settore agroalimentare. Quest’ultimo di grande interesse anche per il gruppo Zagaria di Casapesenna, che viene considerato dalla Dia come quello che meglio rappresenta il cosiddetto “clan impresa”, essendo in grado di occupare, stando al rapporto, quasi in regime di monopolio, interi settori economici.

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    Ma, stando al rapporto semestrale della Dia, oltre ai Casalesi ci sarebbero altre fazioni camorristiche solide e attive nel territorio casertano. Il clan Belforte rappresenta una delle realtà camorristiche più radicate da anni e attive nel territorio di Marcianise, nel capoluogo, nonché, attraverso gruppi ‘satellite’ nei comuni di San Nicola la Strada, San Marco Evangelista, Casagiove, Recale, Macerata Campania, San Prisco, Maddaloni e San Felice a Cancello. Un gruppo criminale che ha mostrato, dai dati, un rinnovato interesse per il narcotraffico. Come i Casalesi, stando al report della Dia, anche loro sarebbero supportati da imprenditori asserviti. Restando nello stesso ambito territoriale, si evidenzia anche l’operatività di piccoli gruppi a struttura familiare come il clan Menditti presente a Recale e a San Prisco; i Bifone a Macerata Campania, Portico di Caserta, Casapulla, Curti, Casagiove e San Prisco. Nel comprensorio di San Felice a Cancello, Santa Maria a Vico e Arienzo è operativo un gruppo che costituisce una derivazione della famiglia Massaro. A Santa Maria Capua Vetere sarebbero presenti il gruppo Del Gaudio-Bellagiò e l’antagonista Fava, significativamente indebolito dalla scelta di collaborare con la giustizia intrapresa da affiliati di spicco.

    Nell’area dei Comuni di Pignataro Maggiore, Vitulazio e Sparanise permane l’incidenza del clan Ligato. Nel contesto di Sparanise, Calvi Risorta e Teano è attiva, attraverso propri referenti, la famiglia Papa. A Mondragone permane la presenza criminale del cartello Gagliardi-Fragnoli-Pagliuca (eredi del clan la torre), vicino alla famiglia Bidognettti. Nei comuni di Sessa Aurunca, Cellole, Carinola, Falciano del Massico e Roccamonfina continua l’azione di contrasto nei confronti del clan Esposito, detto dei ‘Muzzuni’. L’area di Castel Volturno, per la Dia, è fortemente contaminata dalla presenza del clan Bidognetti (Casalesi), ed è considerata l’espressione della coesistenza tra organizzazioni camorristiche e criminalità nigeriana-ghanese, diventando punto di riferimento dei traffici internazionali di droga e della massiva gestione della prostituzione su strada.

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    Questi sodalizi stranieri hanno acquisito il controllo di alcuni tratti del litorale Domitio. Anche la criminalità albanese ha del resto acquisito una posizione di primo piano nel panorama casertano. Si rileva inoltre, dal report semestrale, la presenza di bande provenienti dall’est europeo, attive nei settori dello sfruttamento della prostituzione, delle rapine e delle estorsioni con il sistema del cosiddetto cavallo di ritorno. LEGGI TUTTO

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    Imprenditori legati ai Casalesi: di nuovo indagato l’ex primario del Cardarelli

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    Carmine Antropoli, ex sindaco di Capua  e primario del Cardarelli di Napoli, figura tra gli indagati nell’inchiesta della Dda di Napoli “Money for nothing”, che ha portato all’arresto da parte dei Carabinieri e della Guardia di Finanza di quattro imprenditori ritenuti legati al clan dei Casalesi.

    Con Antropoli, gia’ sotto processo per associazione camorristica, sono coinvolti nell’indagine anche gli ex consiglieri comunali Marco Ricci e Guido Taglialatela, anch’essi gia’ imputati. L’indagine si e’ avvalsa delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Zagaria, imprenditore organico ai Casalesi, che ha raccontato del sostegno elettorale ricevuto dagli ex amministratori locali in cambio di appalti concessi ad imprenditori legati al clan, in particolare alla famiglie Schiavone e Zagaria.

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    Antropoli e’ indagato per abuso d’ufficio e turbativa d’asta; la Dda aveva richiesto l’arresto per Antropoli contestando l’aggravante camorristica, ma il gip ha negato il provvedimento restrittivo, escludendo ogni coinvolgimento del clan. LEGGI TUTTO

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    Appalti a ditte dei Casalesi: 6 misure cautelari

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    Associazione per delinquere di tipo mafioso e concorso in associazione mafiosa, turbativa d’asta, corruzione, abuso d’ufficio e riciclaggio dei capitali illeciti.
    Per queste accuse, a seconda delle singole posizioni, dalle prime ore di questa mattina, su delega della Procura della Repubblica di Napoli – carabinieri del comando provinciale di Caserta e della Guardia di Finanza stanno dando esecuzione a misure cautelari personali e reali. In particolare – si aggiunge – vengono eseguite 4 ordinanze di custodia cautelare in carcere, nonché 2 misure cautelari personali di natura interdittiva nei confronti di altrettanti soggetti indagati. In parallelo gli investigatori stanno attuando un decreto di sequestro preventivo di aziende e quote societarie per circa 15 milioni di euro. Al centro delle indagini Domenico Pagano, titolare della società Immobiliare generale (oggetto di sequestro).

    L’uomo è ritenuto gravemente indiziato di essere inserito nel clan dei Casalesi avendo allacciato, fin dagli anni ’90, rapporti collusivi in particolare con Michele Zagaria e Giacomo Capoluongo, divenendo poi imprenditore di riferimento per la fazione Schiavone alla quale è accusato di aver procurato stabili finanziamenti come quota sui lavori ottenuti grazie all’intervento del clan. A Pagano – si sottolinea – viene anche sequestrato il cosiddetto “Palazzo delle Cento Persone” di Capua dove sarebbe dovuta sorgere una Rsa. L’immobile, in passato pignorato ad Angela Iovene, moglie di Rodolfo Statuto (deceduto e già condannato con la cosiddetta sentenza Spartacus), era stato acquistato, mediante una procedura esecutiva, per l’importo di 1.455.129,50 euro: nella compravendita in questione la fazione Schiavone reinvestiva la somma di 500.000,00 euro.

    Altro destinatario dell’ordinanza di custodia – si spiega in una nota – Domenico Farina, ritenuto gravemente indiziato per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, amministratore unico della Prisma Costruzioni S.R.L, società riconducibile al collaboratore di giustizia Francesco Zagaria, aggiudicataria di vari appalti pubblici con la connivenza di vari amministratori locali. Le indagini della Guardia di Finanza hanno, invece, interessato il gruppo imprenditoriale casertano riconducibile ai cugini Verazzo (Giuseppe del 1956; e Francesco del 1960), ritenuti gravemente indiziati per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, operanti nel settore delle costruzioni edili che, avvalendosi della forza di intimidazione del “Clan dei Casalesi” e grazie alla compiacenza di amministratori locali, si sono aggiudicati appalti pubblici nel territorio casertano, assumendo peraltro il ruolo di portavoce di Nicola Schiavone nella zona di Capua e assicurando il sostegno elettorale alle compagini politiche locali legate ad esponenti del Clan.

    Gli uomini delle Fiamme gialle hanno ricostruito il quadro economico-patrimoniale delle ricchezze illecite accumulate negli ultimi 20 anni dagli indagati, anche attraverso i propri nuclei familiari e società a loro riconducibili, consentendo l’adozione di provvedimenti cautelari finalizzati alle ipotesi di confisca previste dalla legislazione antimafia.

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    Nei confronti dei cugini Verazzo e Pagano sono stati sottoposti a sequestro preventivo due complessi aziendali e quote societarie per un valore di circa 15 milioni di euro. Con la medesima ordinanza è stata infine applicata la misura cautelare interdittiva per la durata di un anno e della presentazione alla polizia giudiziaria all’ingegner Francesco Greco, responsabile protempore dell’ufficio tecnico del Comune di Capua ritenuto gravemente indiziato per turbata libertà degli incanti e corruzione.

    Provvedimento anche per Andrea D’Alessandro, impiegato in un istituto bancario, all’epoca in servizio presso una filiale di Santa Maria Capua Vetere. Lui è ritenuto gravemente indiziato anche per riciclaggio in quanto con il suo operato – si sottolinea – ha consentito trasferimenti di denaro contante su conti bancari riconducibili al sodalizio camorristico. LEGGI TUTTO

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    La vivendiera di Zagaria al processo: ‘La pen drive del boss la prese il poliziotto’

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    Ha raccontato di aver visto un poliziotto prelevare la pen drive che era incastonata in un gioiello che il boss dei Casalesi, Michele Zagaria, portava sempre con se’.
    E poi ha riferito che il giorno del blitz a Casapesenna , avvenuto il 7 dicembre del 2011, quello in cui il capoclan primula rossa fu arrestato, sparirono altri oggetti dal bunker diventato il rifugio dorato del latitante per 16 anni. A testimoniare oggi in una udienza nel Tribunale di Napoli Nord, Rosaria Massa, la vivandiera di Zagaria che, con il marito Vincenzo Inquieto, ha protetto il boss ai vertici della costola dei Casalesi parte imprenditoriale del clan, ospitandolo in un covo costruito sotto la loro casa cui si accedeva da una botola che si apriva con un telecomando solo dall’interno.
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    Per questo reato marito e moglie sono stati condannati per favoreggiamento aggravato. Nel processo alla sbarra c’e’ Oscar Vesevo, poliziotto accusato di aver sottratto la pen drive con i segreti del boss durante il blitz. Quella penna, secondo la Dda, sarebbe stata venduta per 50 mila euro a Orlando Fontana, assolto perche’ per i giudici non sarebbe stata raggiunta la prova dell’acquisto.
    Vesevo, difeso da Giovanni Cantelli, risponde di peculato e corruzione con l’aggravante mafiosa, e accesso abusivo ai sistemi informatico. La Massa, proprietaria con il marito Vincenzo Inquieto, dell’appartamento in via Mascagni a Casapesenna , ha confermato che la mattina del blitz della Polizia di Stato (squadre mobili di Napoli e Caserta), vide Vesevo, allora alla Mobile partenopea, che prendeva la pen drive; la donna ha riferito che il giorno della cattura sparirono parecchie cose dalla casa. La Massa e’ stata condannata per aver favorito la latitanza di Zagaria, cosi’ come il marito Vincenzo Inquieto; questi doveva essere sentito oggi al processo ma era in Romania, e verra’ sentito nell’udienza del 19 aprile.

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    Per la scomparsa della pen drive incastonata in un ciondolo a forma di cuore della Swarovski, fini’ sotto processo anche l’imprenditore Orlando Fontana, ritenuto colui che avrebbe acquistato per 50 mila euro la pennetta; Fontana fu pero’ assolto perche’ per i giudici non sarebbe stata raggiunta la prova dell’acquisto. LEGGI TUTTO

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    Comorra, scarcerato per fine pena il boss Pasquale Zagaria

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    E’ stato scarcerato, per fine pena, il boss dei clan dei Casalesi Pasquale Zagaria, detto “Bin Laden”, fratello del capoclan Michele Zagaria.
    A seguito del ricorso presentato dai suoi legali, gli avvocati Angelo Raucci e Andrea Imperato, la “mente economica” dei Casalesi ha ottenuto dalla Cassazione un ricalcolo degli anni di reclusione da scontare. Zagaria era detenuto al 41bis nel carcere di Milano Opera dallo scorso 22 settembre. Li’ rientro’ dopo 5 mesi di cure ai domiciliari concessi all’inizio della pandemia per la grave patologia di cui e’ sofferente. La sua scarcerazione durante la pandemia aveva sollevato un vespaio di polemiche contro l’allora ministro della giustizia Alfonso Bonafede. LEGGI TUTTO

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    Minacce a Saviano e Capacchione: chieste 3 condanne

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    Un anno e mezzo nei confronti di ciascun imputato.
    Questa la richiesta di condanna del pm di Roma, Alberto Galanti, nel corso del processo a Roma al boss del clan dei Casalesi, Francesco Bidognetti, e agli avvocati, Michele Santonastaso e Carmine D’Aniello, per le minacce rivolte in aula a Napoli, nel 2008, a Rosaria Capacchione e allo scrittore Roberto Saviano. L’accusa e’ di minacce aggravate dal metodo mafioso. “Rosaria Capacchione e’ stata una spina nel fianco dei clan dei Casalesi e Roberto Saviano con il suo libro ‘Gomorra’ ha acceso i fari sulla provincia di Caserta: questo per una consorteria mafiosa – ha detto nella requisitoria il pm Alberto Galanti – e’ un colpo al cuore. Entrambi erano da considerare nemici giurati del clan dei Casalesi”.
    Nel procedimento si sono costituite parte civile la Federazione Nazionale della Stampa, rappresentata dall’avvocato Giulio Vasaturo, e l’Ordine dei giornalisti della Campania. Per questa vicenda 2017 era stata dichiarata nulla la sentenza di primo grado dalla Corte di Appello di Napoli per incompetenza territoriale e il procedimento e’ stato trasferito a Roma.

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    Secondo la ricostruzione del pm Galanti la storia che vede minacciati Saviano e Capacchione inizia a marzo del 2008, nel corso delle arringhe della difesa al processo Spartacus, davanti alla corte d’assise d’appello di Napoli. Quando toccò all’avvocato Michele Santonastaso questi lesse un documento che conteneva un’istanza di legittimo sospetto che, in realtà, era un proclama del clan dei casalesi contro i due giornalisti, “rei” di aver seguito la cronaca di quella che viene considerata una delle organizzazioni criminali più feroci al mondo. Era un attacco evidente anche ai magistrati Federico Cafiero de Raho e Raffaele Cantone.
    Saviano quando venne in tribunale a testimoniare spiegò: “La ricusazione letta dall’avvocato in quell’aula era importante e grave, era una minaccia perché portava la firma di due boss del calibro di Francesco Bidognetti e Antonio Iovine”. Allora lo scrittore aveva 26 anni. “Avere la scorta non è un merito e non è un privilegio, è un dramma – disse – In tutti questi anni ho vissuto spostandomi di continuo per allontanarmi dal pericolo, ho dovuto lasciare la mia città e anche i miei familiari, fatta eccezione per mio padre, sono dovuti andare via da Caserta e questo è il peso più grande per me. L’impatto di una situazione del genere è immenso e nessuna sentenza potrà ripagare tale mancanza di libertà”.

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    Casalesi & affari, il Riesame libera i ‘nipotini’ del boss Michele Zagaria e i loro contabili

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    Caserta. Le mani dei Casalesi sui supermercati delle province di Caserta e Napoli: il Riesame carcere i tre nipoti del boss Michele Zagaria.
    Erano stati arrestati dai carabinieri del Ros nelle scorse settimane, nell’ambito di un’indagine della Dda di Napoli, perche’ avrebbero infiltrato il clan nel business della distribuzione alimentare, controllando di fatto importanti catene di supermercati attivi nelle province di Caserta e Napoli. Il Tribunale del Riesame di Napoli ha infatti annullato l’ordinanza di custodia cautelare per Filippo Capaldo, figlio di Beatrice Zagaria, sorella di Michele, e ritenuto soprattutto il successore designato dal capo, da cui ha ereditato la stessa capacita’ imprenditoriale, tanto da essere gia’ stato arrestato piu’ volte. Con Capaldo, tornano liberi anche i fratelli Nicola e Mario Francesco, che gestivano, attraverso prestanomi, numerose societa’ di produzione di beni alimentari che fornivano ai supermercati gestiti dal fratello Filippo. Quest’ultimo e’ risultato un socio occulto dell’imprenditore della grande distribuzione Paolo Siciliano, titolare di noti catene di supermercati come Pellicano, presente con numerosi punti vendita. La posizione di Siciliano, anch’egli arrestato, verra’ discussa al Riesame in questi giorni. Con i fratelli Capaldo sono tornati liberi, su decisione del Riesame, anche le “contabili” di Capaldo, ovvero Michela Di Nuzzo e la madre Viola Ianniello, e il marito della prima, Giovanni Merola, cui sarebbe stato intestato un conto-corrente su cui finivano i soldi di Capaldo provenienti dalla partecipazione al business dei supermercati. LEGGI TUTTO