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    Da Don’t touch a Reset, ricostruito il sistema che terrorizzava Latina

    Con gli esponenti delle famiglie di origine nomade Di Silvio e Ciarelli finiti in carcere dopo le indagini seguite alla guerra criminale del 2010 e culminate nel processo “Caronte”, i Travali, anche loro un clan nomade che ha messo radici a Latina, hanno cercato di accaparrarsi la fetta più grande possibile di affari nel capoluogo pontino, partendo dalle piazze di spaccio.Per riuscire nel loro obiettivo hanno tentato in ogni modo di mostrare la loro forza, diventando anche loro un’organizzazione dai tratti mafiosi, arrivando persino a uccidere.
    Questo il filo rosso che hanno seguito gli investigatori della squadra mobile, partendo da quanto emerso nell’inchiesta del 2015 denominata Don’t Touch, con a capo Costantino Cha Cha Di Silvio ed esponenti dell’ala militare dell’associazione per delinquere proprio i Travali, per poi approfondire tutta una serie di episodi e le stesse dichiarazioni fatte dai collaboratori di giustizia.
    Accertamenti lunghi e complessi, che hanno dato vita all’inchiesta denominata “Reset”, con oltre 30 indagati, e che ha portato il gip del Tribunale di Roma, Andrea Fanelli, a ordinare, come chiesto dai pm antimafia Barbara Zuin, Corrado Fasanelli e Luigia Spinelli, 19 arresti.
    Gli inquirenti, alla luce delle nuove indagini, sono ormai convinti che fossero associazioni per delinquere di stampo mafioso tanto quella di Armando Lallà Di Silvio, al centro del processo “Alba Pontina”, che quella di Cha Cha, nonostante la contestazione all’epoca sia stata quella di una semplice organizzazione criminale e con tale accusa siano state emesse le condanne.
    “Le estorsioni realizzate dal gruppo criminale riconducibile a Di Silvio Costantino e Angelo Travali – sottolinea il giudice Fanelli – sono state messe in atto in modo seriale, con cadenza quasi giornaliera, andando a colpire cittadini e imprenditori, cui è stato sufficiente conoscere l’appartenenza o la vicinanza degli estorsori al gruppo Di Silvio-Travali per assoggettarsi alle richieste intimidatorie”.
    A pesare ancora una volta le dichiarazioni dei pentiti Renato Pugliese, figlio di Cha Cha, e Agostino Riccardo, che hanno consentito agli inquirenti di far luce sul traffico di droga di cui ora sono accusati i Travali, indicando come fornitore della cocaina Gianluca Ciprian, un anno fa arrestato in Spagna con un carico di droga e sfuggito a Sezze al duplice omicidio di Alessandro Radicioli e Tiziano Marchionne, Luigi Ciarelli per l’hashish e l’imprenditore di nazionalità romena Valerio Cornici, con socio in affari Alessandro Zof, già imputato per il duplice omicidio al Circeo, per la marijuana.
    L’organizzazione avrebbe inoltre smerciato droga anche nelle piazze di spaccio di Cisterna, tramite Fabio Benedetti, Sezze, tramite Ermes Pellerani, e Aprilia, tramite Cristian Battello.
    Angelo Travali avrebbe comandato anche dal carcere.
    Un altro pentito, Maurizio Zuppardo, ha riferito ad esempio che nel 2019 proprio Travali, detto “Palletta”, avrebbe ordinato alla sorella Valentina Travali di portare in carcere 50 grammi di cocaina.
    Ma del resto lo stesso, nell’inchiesta “Astice”, è finito accusato di essere riuscito a corrompere un agente della penitenziaria per poter avere benefici nella casa circondariale.
    I pentiti hanno poi evidenziato i legami dei Travali con la camorra e nello specifico dell’utilizzo come copertura del locale “New King” di Terracina da parte di Giuseppe Travali, padre di “Palletta”, che gestiva lo stesso locale insieme a Eduardo Marano e al figlio Gennaro, imparentato per parte di madre con il clan Licciardi di Masseria Cardone, aggiungendo anche che da fornitori i Marano erano diventati acquirenti di sostanze stupefacenti dai Travali.
    E nuove accuse sono state mosse proprio dai collaboratori di giustizia al poliziotto Carlo Ninnolino, considerato la talpa che faceva soffiate alla famiglia nomade e assolto in Don’t touch.
    Numerose poi anche in “Reset” le estorsioni contestate agli indagati.
    Sia per fare cassa che soltanto per esibire potere.
    Il titolare di un’azienda agricola di Aprilia, che vantava un credito di 350mila euro nei confronti di una nota società di Latina, sarebbe stato attirato in trappola da un suo conoscente, un imprenditore che gestisce un’agenzia di sicurezza privata a Sabaudia, candidato anche alle ultime elezioni a Terracina, e costretto a cedere alla fine tra i 150mila e i 180mila euro a Francesco Viola.
    Il titolare di un’agenzia di scommesse di Latina sarebbe invece stato costretto a far fare scommesse al gruppo criminale per migliaia di euro senza pagare: “Quando ho provato a dire loro che era il caso che pagassero, mi rispondevano di fare ciò che dicevano e basta. Non è stato necessario che facessero minacce esplicite, perché io sapevo chi erano loro e ciò bastava a terrorizzarmi”.
    Gli indagati avrebbero acquistato anche il pane e cenato in ristoranti di un noto imprenditore senza pagare, sfruttando anche il fatto che il padre di quest’ultimo era da tempo sotto usura per un prestito chiesto a Viola.
    Il ristoratore alla fine lo ha dichiarato alla Polizia: “Viola, esattamente come i fratelli Angelo e Salvatore Travali, venivano a mangiare e non pagavano immediatamente, ma mi davano i soldi quando io ritenevo che il conto fosse diventato troppo alto”.
    Ancora: “Non ho mai denunciato questi fatti per due ordini di motivi. Il primo è che prima dell’indagine Don’t touch io, come tutta la città, non mi fidavo della Polizia, perché era ritenuta collusa con i criminali e in particolare con il gruppo a cui apparteneva Viola che, da alcuni anni e sino a Don’t touch, era percepito come il padrone della città anche perché costoro avevano le mani in pasta dappertutto, anche con la politica. Era quest’ultima circostanza nota alla città intera, nel senso che tutti sapevano che grazie alle loro entrature politiche, a parte le attività di attacchinaggio che avevano monopolizzato nelle varie campagne elettorali, potevano avere appalti con le varie cooperative. In secondo luogo, avendo all’epoca due attività commerciali, non volevo avere problemi”.
    Una vicenda tra l’altro che, come sostenuto dai pentiti, si sarebbe chiusa solo con l’intervento a difesa dell’imprenditore di Carlo Maricca, noto pregiudicato indagato per l’omicidio di Ferdinando Di Silvio detto Il Bello.
    Ed estorsioni, tra le tante, sono state scoperte anche ai danni di due avvocati, di un noto negozio di griffe e del titolare di una nota gioielleria del centro di Latina, in cui Cha Cha e i Travali sarebbero stati soliti prendere gioielli e orologi per decine di migliaia di euro senza pagare un centesimo.
    Un vero e proprio sistema.
    Tanto che un ottico del centro, anche lui vittima di estorsioni, ha dichiarato alla Mobile: “In alcune occasioni le persone che ho citato, venendo a comprare gli occhiali, determinavano il prezzo, nel senso che mi dicevano quale prezzo potevano pagare e io accettavo”.
    Riccardo ha inoltre specificato a proposito del titolare di un distributore di benzina: “Sono anni e anni che Travali Angelo, Viola Francesco, Salvatore Travali, Guerino Di Silvio, Vera Travali, mettono benzina e non pagano. Inoltre Viola gli ha levato 7000 euro sempre con le estorsioni”.
    Un’organizzazione disposta anche a uccidere per mostrare la propria forza, come nel caso dell’omicidio di Adrian Ionut Giuroiu compiuto dai fratelli Ranieri.
    Riccardo ha riferito delle confidenze ricevute da Angelo Travali: “Partecipò all’omicidio dando aiuto ai fratelli Ranieri per far vedere che sul territorio c’era la famiglia Travali e non altre famiglie”.
    Un’organizzazione che ha terrorizzato Latina, ma prima con “Don’t touch” e poi con “Reset” la risposta da parte dello Stato è arrivata.

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    Tentato omicidio in piazza Roma: finiscono tutti assolti

    Il tentato omicidio avvenuto il 19 giugno 2012 nella centralissima piazza Roma, ad Aprilia, resta un mistero.Assolti per non aver commesso il fatto i due giovani accusati di aver accoltellato un 23enne di nazionalità rumena che, a causa delle ferite subite, venne ricoverato in gravi condizioni all’ospedale San Camillo di Roma.
    Gli inquirenti ritennero responsabili di quell’accoltellamento gli apriliani Antonio Capasso e Stefano Catozzi, che all’epoca dei fatti avevano rispettivamente 18 e 19 anni.
    Un litigio degenerato e finito nel sangue.
    Rinviati a giudizio dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Nicola Iansiti, i due imputati hanno affrontato il lungo e delicato processo, nel corso del quale la vittima non si è mai presentata, essendosi resa irreperibile.
    Il difensore dei due apriliani, l’avvocato Luca Amedeo Melegari, ha poi battuto sulle diverse contraddizioni presenti nella denuncia presentata dal 23enne.
    Come chiesto dallo stesso pubblico ministero Giuseppe Bontempo, Capasso e Catozzi sono stati così assolti dal Tribunale di Latina.

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    Usura, arriva la seconda condanna definitiva per Brunetti

    Seconda condanna definitiva e sempre per usura per il pregiudicato apriliano Sandro Brunetti, di 72 anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’imputato, che aveva impugnato la sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma lo ha condannato a 3 anni e 4 mesi di reclusione per un prestito a tasso usuraio […]
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    Tentata rapina finita nel sangue, condanna definitiva per Kiflè

    Nessuno sconto al pregiudicato apriliano Gabriele Kiflè.La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la sentenza emessa l’anno scorso dalla Corte d’Appello di Firenze e reso così definitiva la condanna del 34enne per la tentata rapina e il tentato omicidio del gioielliere Daniele Ferretti, di Pisa, nel 2017, oltre che per la detenzione illecita di una pistola e la ricettazione di un’auto rubata utilizzata per il colpo.
    Il 13 giugno di tre anni fa Kiflè e il 43enne Simone Bernardi, anche lui di Aprilia, cercarono di rapinare la gioielleria Ferretti.
    Kiflè minacciò la moglie del gioielliere e sparò tre colpi contro quest’ultimo, che reagì e, facendo a sua volta fuoco, uccise Bernardi.
    Una vicenda per cui il 34enne è stato condannato in via definitiva a nove anni e quattro mesi di reclusione.
    Inutile il tentativo dell’apriliano di far cadere l’accusa di tentato omicidio, sostenendo di essersi solo difeso dal gioielliere che sparava contro di lui e contro Bernardi.
    Tale versione dei fatti è stata smentita dalle dichiarazioni delle vittime e soprattutto da una consulenza balistica e dalle immagini delle telecamere di sorveglianza della gioielleria esaminate dai carabinieri.
    La Corte di Cassazione, dichiarando il ricorso di Kiflè inammissibile, ha specificato che “la sentenza impugnata evidenzia elementi significativi per ritenere sussistente il delitto contestato: la potenzialità letale dei colpi, il numero dei colpi sparati (tre), la vicinanza tra lo sparatore e la vittima, l’essere stati esplosi i colpi ad altezza d’uomo e mirando contro l’obiettivo”.

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    Sospesa dal Tar l’interdittiva antimafia emessa nei confronti della Loas

    Sospesa l’interdittiva antimafia emessa il 6 ottobre scorso dal prefetto di Latina nei confronti della Loas spa.Il Tar di Latina, accogliendo la richiesta della società, ha congelato il provvedimento con cui era stata rigettata l’istanza presentata dall’azienda di Aprilia il 30 dicembre dello scorso anno ai fini del rinnovo dell’iscrizione nell’elenco dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativi di infiltrazione mafiosa, che come precisato dallo stesso prefetto ha lo stesso valore dell’interdittiva.
    A impugnare tale provvedimento è stata la Loas tramite gli avvocati Roberto D’Amico e Giovanni Malinconico, sostenendo che non vi fossero i presupposti per l’applicazione della misura.
    Ad un primo esame, i giudici amministrativi hanno ritenuto che il ricorso non sia sprovvisto di fumus boni iuris, considerando che il reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, per cui uno dei soci al 50% della spa, Antonio Martino, coinvolto nell’inchiesta della Dda di Roma sulla cosiddetta cava dei veleni ad Aprilia, ha patteggiato la pena, è tra quelli per cui sono previsti determinati provvedimenti soltanto quando rappresenta lo scopo di un’associazione per delinquere.
    La vicenda verrà poi discussa nel merito al Tar il prossimo 24 marzo.
    Sul rogo che il 9 agosto scorso ha devastato l’azienda di recupero rifiuti di via dei Giardini proseguono intanto le indagini del sostituto procuratore della Repubblica di Latina, Andrea D’Angeli, che ha già indagato il legale rappresentante della società, Alberto Barnabei.

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    Caccia al ladro finita in omicidio, arriva la condanna

    Nove anni di reclusione per la caccia al ladro finita due anni fa ad Aprilia con la morte di un 43enne di nazionalità marocchina.Questa la condanna inflitta dalla Corte d’Assise del Tribunale di Latina all’apriliano Giovanni Trupo, una guardia giurata in servizio all’epoca dei fatti all’ospedale Spallanzani di Roma, imputato di omicidio preterintenzionale.
    Era la notte tra il 28 e il 29 luglio 2018 quando i residenti in un condominio di via Guardapasso notarono una Renault Megane che si aggirava nella zona.
    Temendo che si trattasse di ladri, tre apriliani si misero all’inseguimento dell’auto, tenendosi nel frattempo in contatto con i carabinieri.
    Sulla Nettunense la Megane uscì fuori strada e quando gli investigatori arrivarono sul posto trovarono a terra, senza vita, il 43enne Hady Zaitouni, già noto alle forze dell’ordine e domiciliato a Tor San Lorenzo.
    Dalle indagini svolte, esaminando anche le immagini catturate da una telecamera di sorveglianza della zona, il sostituto procuratore Giuseppe Miliano si è convinto che a colpire lo straniero con un pugno al volto e a provocarne così la morte sia stato Trupo, che si è invece sempre giustificato sostenendo di aver solo dato un calcio alla mano della vittima, temendo che stesse cercando di prendere una pistola.
    La Corte d’Assise del Tribunale di Latina ha condannato Trupo a nove anni di reclusione, a fronte di una richiesta di condanna a 12 anni avanzata dal pubblico ministero, e a risarcire le parti civili.
    Tra novanta giorni le motivazioni della sentenza.

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    Rogo alla Loas, nell’inchiesta spunta un primo indagato

    Spunta un primo indagato nell’inchiesta del sostituto procuratore Andrea D’Angeli sull’incendio che il 9 agosto scorso ha devastato la ditta di recupero rifiuti Loas Italia srl in via dei Giardini, ad Aprilia.Il magistrato ha inscritto sul registro delle notizie di reato il legale rappresentante dell’azienda, Alberto Barnabei, anche se non è ancora noto con quale accusa, così come ancora non è noto se siano state formulate ipotesi di reato anche a carico dei due soci della srl.
    Mentre le indagini vanno avanti e, dissequestrato il sito, restano i sigilli soltanto ai computer, non sembra intanto essere emersa traccia di traffico di rifiuti, che in tal caso avrebbe fatto passare l’indagine per competenza alla Direzione distrettuale antimafia, e nell’eventuale processo si profila così una battaglia tra gli investigatori, che in base a una stima fatta riterrebbero che al momento in cui è divampato il rogo fossero presenti nell’azienda più rifiuti di quelli per cui era autorizzata, e la Loas che, documenti alla mano sui materiali conferiti, c’è da giurare che cercherà di dimostrare il contrario.
    Dubbi sarebbero inoltre emersi sull’impianto anticendio, che sarebbe stato funzionante e in tal caso se attivato avrebbe potuto ridurre notevolmente i danni causati dall’enorme rogo, con una nube nera levatasi dal sito soprattutto a causa della plastica andata a fuoco.
    Tutti aspetti che gli inquirenti prima e poi eventualmente il giudice dovranno vagliare esaminando le consulenze di parte e disponendo eventualmente una perizia.
    Uno dei soci e in precedenza responsabile della ditta, il 68enne Antonio Martino, tre anni fa era stato arrestato insieme ad altre 15 persone su ordine della Direzione distrettuale antimafia di Roma, tutti accusati di aver smaltito illecitamente rifiuti in una ex cava di pozzolana in via Corta, sempre ad Aprilia, dove sarebbero state interrate quantità enormi di materiali che dovevano essere smaltiti invece in discariche autorizzate.
    Vicende per cui Martino ha patteggiato.
    In precedenza alla Loas erano state inoltre contestate violazioni alla normativa ambientale, per cui era stato emesso un decreto penale di condanna, che sempre Martino ha impugnato davanti al Tribunale di Latina.
    La Provincia, che il 24 giugno scorso aveva concesso alla Loas una proroga, ha intanto negato all’azienda il rinnovo dell’autorizzazione, vietandole di recuperare nuovamente rifiuti, e la Prefettura ha eliminato la stessa società dalla white list, precisando che tale provvedimento ha lo stesso valore di un’interdittiva antimafia.
    Eventuali responsabilità sul rogo dell’agosto scorso dovranno però essere chiarite dall’inchiesta che sta portando avanti la Procura della Repubblica di Latina.

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    Narcotraffico, gli affari dei Gallace estesi ad Aprilia

    Affari con il traffico di cocaina anche ad Aprilia. Il clan Gallace, ‘ndrina originaria di Guardavalle, in provincia di Catanzaro, dopo aver messo radici tra Anzio e Nettuno, ha allargato i propri affari alla città del nord pontino, riuscendo grazie ad alcuni apriliani anche a rafforzarsi stringendo alleanze con la malavita napoletana.Alla luce delle indagini svolte ne è convinta la direzione distrettuale antimafia di Roma, confermando così quanto a più riprese segnalato dalla stessa Dia e quanto emerso in occasione di alcuni sequestri di beni.
    Conclusa un’ulteriore inchiesta sul clan, il sostituto procuratore antimafia Edoardo De Santis ha quindi inviato 33 avvisi di garanzia, tra cui quelli a sei apriliani, e si prepara ora a chiedere il rinvio a giudizio degli indagati.
    Un’inchiesta che ha preso le mosse dall’indagine denominata “Caracas”, relativa a un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti operante a Roma, composta in gran parte da membri riconducibili alle famiglie Romagnoli e Gallace, e che segue le inchieste denominate “Appia Due” e “Mithos”.
    Nell’ultima indagine, secondo gli inquirenti, che invano hanno chiesto gli arresti degli indagati, è emerso come il gruppo sia riuscito a riorganizzarsi dopo aver subito vari arresti e come, dopo l’arresto dello stesso Bruno Gallace, a mandare avanti gli affari siano stati in particolare Angelo Gallace, Francesco Taverniti e Paolo Riitano, tutti residenti tra Anzio e Nettuno, avvalendosi di nuovi sodali e fiancheggiatori.
    Taverniti, detto “u gendarme”, avrebbe svolto funzioni di raccordo logistico per lo smercio di cocaina sul litorale romano e ricoperto un vero e proprio ruolo manageriale, Riitano, detto Paoletto, si sarebbe occupato dello spaccio, gestendo un gruppo di fiancheggiatori e spacciatori, tra cui Antonio Greco, anche lui originario di Aprilia, e la moglie Roberta Furina, e Angelo Gallace, detto Titì, avrebbe svolto funzioni di raccordo logistico e di spacciatore di sostanze stupefacenti, avrebbe mantenuto contatti “riservati” seppur sporadici con Bruno Gallace e rafforzato il suo ruolo reclutando pregiudicati del posto e stringendo un’alleanza con la malavita di origine napoletana.
    Quest’ultimo, in particolare, avrebbe allargato il business ad Aprilia.
    Affari quest’ultimi mandati avanti con Ciro Scognamiglio, la moglie di quest’ultimo, Violeta Monia Elena Geana, e il fratello della donna, Viorel Traian Robert, tutti residenti ad Aprilia, che avrebbero rifornito di sostanze stupefacenti anche i fratelli apriliani Raffaele Paduano Natalizio e Salvatore Paduano Natalizia.
    Scognamiglio e il cognato sono indagati tra l’altro, al di là delle singole cessioni di droga, con l’accusa di essere parte dell’organizzazione criminale dedita al narcotraffico, occupandosi anche del trasporto di cocaina in Puglia.
    A pesare nell’inchiesta, concentrata su fatti del 2011 e 2012, anche le dichiarazioni dei pentiti Antonino Belnome e Paolo Bacchiani.
    “Titì faceva parte della famiglia, lui stava sempre con noi – ha dichiarato Bacchiani – però lui sempre a quella zona là la dava un po’ dappertutto, perché lui c’aveva Aprilia, queste zone ai dintorni di Lavinio”.
    Tanto che, secondo l’Antimafia, Angelo Gallace e Riitano, avrebbero “convogliato una considerevole e costante richiesta di cocaina a vantaggio del sodalizio circondandosi di una serie di collaboratori a loro volta dediti allo spaccio dalla cui opera hanno ricavato un notevole “portafogli–clienti”, rappresentativo di un’attività di spaccio in regime di quasi monopolio nel territorio ricompreso tra Anzio-Lavinio, Nettuno e Aprilia”.
    Il legame di Angelo Gallace con Scognamiglio inoltre, sempre per la Dda, “ha favorito l’espansione delle operazioni delittuose prospettando al Gallace un’alleanza malavitosa con appartenenti alla malavita napoletana, rappresentati nella fattispecie da Smiraglia Eugenio e Scognamiglio Raffaele detto “Lello”, entrambi nipoti dello Scognamiglio”, tutti indagati per reati narcotraffico e associazione per delinquere di stampo mafioso, “i quali periodicamente giungevano da Napoli per concludere compravendite di droga da far recapitare al di fuori della regione Lazio”.
    L’apriliano Giovanni Cassano è invece accusato solo di spaccio su Nettuno.
    Per i 33 si profila ora la richiesta di rinvio a giudizio seppure a distanza di nove anni dai fatti.

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    Studenti investiti e uccisi alla fermata del bus, automobilista patteggia

    Con il patteggiamento della pena da parte dell’autore dell’investimento e il proscioglimento di due manager e di un dirigente del Cotral, si è concluso il processo per la morte di due giovani studenti che cinque anni fa ad Aprilia sono stati travolti e uccisi mentre stavano aspettando l’autobus con cui recarsi a scuola.Era il 9 aprile 2015 quando, alla fermata del Cotral sulla Nettunense, una Fiat Uno turbo sbandò, colpì una Fiat Panda in sosta, e l’utilitaria piombò sui ragazzi in attesa del bus con cui raggiungere il locale istituto “Rosselli”.
    L’auto travolse e uccise Sandeep Kaur, di 19 anni, e Amandeep Singh, di 21, fratello e sorella, ferendo gravemente un terzo fratello, l’allora 17enne Gagandeep Sidhu.
    I compagni di scuola delle vittime chiesero subito verità e giustizia, puntando il dito su quella pericolosa fermata del Cotral.
    Al termine delle indagini, il pm Valerio De Luca ha quindi chiesto il rinvio a giudizio sia del 44enne Avarello, che viaggiava a una velocità superiore al limite su quella strada, che degli ex amministratori delegati del Cotral, l’azienda pubblica di trasporto, Vincenzo Surace e Walter Volpe, e del capo dell’unità amministrativa-tecnica Coordinamento delle fermate e sicurezza rete dell’azienda, Emilio Giana.
    Per il magistrato gli ultimi tre erano responsabili del dramma non avendo verificato le condizioni della strada e della segnaletica e non avendo ricollocato al posto giusto la fermata dopo alcuni lavori che erano stati compiuti sulla Nettunense.
    L’automobilista ha però chiesto e ottenuto dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giuseppe Cario, il patteggiamento a due anni di reclusione, con sospensione condizionale della pena, mentre i due manager e il dirigente Cotral sono stati prosciolti perché considerati privi di responsabilità sulla tragedia.

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    Due rapine nell’arco di venti giorni, arriva la condanna

    Quattro anni e dieci mesi di reclusione.Questa la condanna inflitta dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Mario La Rosa, al 51enne apriliano Massimiliano Vernini, accusato delle rapine messe a segno due anni fa al Mc Donald’s e a una clinica veterinaria di Aprilia.
    Nella notte tra il 27 e il 28 novembre 2018 un uomo, impugnando un cacciavite, fece irruzione al Mc Donald’s di via Mascagni, minacciando un dipendente del locale nel tentativo di farsi consegnare il denaro.
    Sentendosi rispondere da quest’ultimo che non poteva aprire la cassa, il rapinatore la sradicò e si appropriò così di 550 euro in contanti, dandosi poi subito alla fuga.
    Il successivo 17 dicembre, dopo venti giorni, un malvivente si presentò poi in piena notte presso la clinica veterinaria del dott. Lax in via Moro e, minacciando il medico di turno, mettendosi una mano in tasca e facendo finta che avesse una pistola, si fece consegnare il denaro.
    Due colpi di cui è finito accusato Vernini dopo le indagini svolte dai carabinieri, che hanno identificato l’autore dei due colpi analizzando anche le telecamere di sorveglianza delle attività rapinate.
    Dopo la richiesta di rinvio a giudizio, il 51enne ha quindi scelto di farsi giudicare con rito abbreviato, puntando allo sconto di un terzo della pena, e per lui, a fronte di una richiesta di condanna a sei anni e sette mesi di reclusione avanzata dal pm Marco Giancristofaro, il giudice La Rosa ha optato per una pena più leggera, derubricando come chiesto dalla difesa l’episodio della clinica veterinaria in furto.

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    Omicidio a Campoverde, seconda condanna definitiva

    Seconda condanna definitiva per l’omicidio del 42enne albanese Ilir Lula, assassinato con sette colpi di pistola davanti al “Bar Incontro” di Campoverde, ad Aprilia, il 20 giugno 2011.La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di Raldi Bogdani, 37 anni, e confermato così per lui la condanna a dieci anni di reclusione emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma.
    Il delitto è stato il frutto di una faida tra gruppi contrapposti di albanesi, sorta per contrasti relativi al mercato delle sostanze stupefacenti e alla gestione della prostituzione.
    Il 25 marzo 2011, in via dei Rutuli, sempre ad Aprilia, venne ucciso il 32enne Hicaj Fitus, un omicidio per cui è stato condannato in via definitiva a 16 anni di carcere Klodian Xhaferri.
    Tre mesi dopo la vendetta, con l’uccisione di Ilir Lula.
    Gazmir Hoxha, condannato per quest’ultimo delitto a 24 anni di reclusione, e Bogdani incontrarono la vittima cercando informazioni su Xhaferri.
    A sparare fu Hoxha, ma per i giudici fu responsabile del delitto anche Bogdani, cugino di Fitus.
    Un testimone vide l’auto su cui i due si diedero alla fuga e l’esame delle celle telefoniche agganciate dai loro cellulari provò la loro presenza sul luogo del delitto.

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