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    Patrimoni criminali, confisca definitiva per Migliorini

    Confermata in via definitiva dalla Corte di Cassazione la confisca del patrimonio milionario di Bruno Migliorini, 75 anni, di Aprilia, abbondantemente noto alla cronache soprattutto per il reato di usura.
    Era il 2015 quando la Guardia di finanza sequestrò il patrimonio del 75enne, ricostruendo la storia criminale dell’anziano, tra accuse di usura appunto, ricettazione, truffa, estorsione, esercizio abusivo dell’attività finanziaria e bancarotta fraudolenta.
    Vennero messi i sigilli a immobili, quote societarie e conti correnti ritenuti il frutto di attività illecite, un patrimonio del valore stimato di 3,8 milioni di euro.
    Sequestri di terreni e fabbricati compiuti ad Aprilia, Roma, Pomezia, Ciampino e Leonessa, di un’autovettura Mercedes, un motociclo Honda VF750C, 21 rapporti bancari e finanziari presso diversi istituti di credito e di quote azionarie di società con sede in Aprilia, Roma, Castelgandolfo e Saronno, operanti nel settore immobiliare, edilizio, finanziario e del commercio all’ingrosso e al minuto di prodotti alimentari.
    L’11 ottobre 2017 il Tribunale di Latina ha disposto la confisca dei beni di Migliorini, un provvedimento confermato il 17 giugno 2020 dalla Corte d’Appello di Roma e ora dalla Cassazione, relativamente a 13 fabbricati e tre terreni intestati alla società Augusta immobiliare 55 srl, a un fabbricato intestato al 75enne, a quattro fabbricati intestati alla moglie, e alla totalità delle quote della società Augusta immobiliare, alle partecipazioni societarie, e a tutti i conti correnti riferiti ai tre soggetti.
    “Nel decreto impugnato – sottolineano i giudici – vengono dettagliatamente esposti i precedenti penali e i procedimenti giudiziari ancora in corso a carico del proposto in relazione a reati di usura, di bancarotta fraudolenta e di ricettazione”.
    Evidenziato poi che la proposta di confisca patrimoniale è stata accolta “in ragione della forte sproporzione tra i modestissimi redditi dichiarati dal prevenuto e dalla moglie e i beni accumulati nel tempo, ad eccezione di quelli acquistati prima dell’anno 2002 poiché ritenuti al di fuori del periodo di accertata pericolosità sociale”.
    Per la Cassazione, infine, la Corte d’appello, “con valutazioni ampie ed argomentate”, “ha dato atto che il Migliorini si è dedicato per tutta la sua vita a reati di carattere lucrogenetico che hanno comportato la ingiustificata accumulazione patrimoniale di una ricchezza valutabile in circa 5 milioni di euro, nonostante il predetto non risulti avere mai svolto attività commerciale; che la società Augusta immobiliare 55 srl è una società di servizi; che il presupposto per l’applicazione di una misura di prevenzione non è un illecito, ma una condizione generale di pericolosità, non intesa come sembrerebbe fare il ricorrente come pericolo per l’incolumità di una generalità di persone, ma piuttosto come abitudine a vivere anche in parte dei proventi di attività delittuosa, desumibile anche da rapporti e frequentazioni ed elementi di prova indiziari tratti da procedimenti penali ancora non conclusi o definiti con epilogo assolutorio”.

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    Tragedia della strada, condannato ex dirigente comunale

    In un caso il dramma è stato causato da una buca e nel secondo dall’assenza di guardrail.
    Due tragedie che si sono consumate ad Aprilia, due giovani che hanno perso la vita, e in entrambi i casi è stato ritenuto responsabile di quelle morti l’allora dirigente comunale responsabile della manutenzione stradale.
    Per Luciano Giovannini, dopo la condanna definitiva relativa al decesso del 15enne Daniele Giovannoni, è infatti ora arrivata quella per l’incidente in cui perse la vita la 25enne Pamela Cavallin.
    Era il 21 maggio 2007 quando la ragazza, alla guida di una Fiat Panda, in stato di alterazione, uscì fuori in località Torre del Padiglione, piombando nel canale omonimo.
    Per lei non ci fu nulla da fare e, mancando nei pressi del ponte il guardrail, il dirigente comunale finì accusato di omicidio colposo.
    Condannato in primo grado a otto mesi di reclusione e a risarcire le parti civili, Giovannini si è visto confermate la condanna dalla Corte d’Appello di Roma a febbraio dell’anno scorso e ora dalla Corte di Cassazione.
    I giudici hanno sottolineato che “la curva in cui era avvenuta la fuoriuscita della vettura presentava, al momento del fatto, un guardrail abbattuto e riverso sul terreno da epoca risalente, e tale situazione di pericolosità era già stata segnalata dal Comune di Aprilia, tanto che era stato sollecitato un intervento di adeguamento urgente per la messa in sicurezza e predisposto un progetto”.
    Una condanna che si aggiunge a quella inflitta al dirigente comunale per la morte del giovane scooterista Daniele Giovannoni, che il 30 agosto 2005 perse il controllo del suo ciclomotore a causa di una buca su via Toscanini.

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    Affari criminali nel racconto fatto dai pentiti all’Antimafia

    Indagando sulle famiglie di origine nomade che da anni hanno messo radici a Latina, tra traffici di droga, estorsioni, usura, omicidi e pestaggi, l’Antimafia di Roma sta da tempo cercando riscontri anche a una serie di informazioni fornite dai pentiti relativamente agli affari criminali portati avanti ad Aprilia.
    Agostino Riccardo, in particolare, ha riferito agli inquirenti dei rapporti che avrebbe avuto il clan Travali con Sergio Gangemi, già condannato in primo grado per l’attentato a colpi di kalashnikov ai danni di un imprenditore romano, e Patrizio Forniti, imputato per la stessa vicenda.
    Ha parlato di incontri tra lui, Angelo Travali detto Palletta e lo stesso Forniti in un noto ristorante apriliano, dove avrebbero parlato di droga pasteggiando a champagne.
    “Le forniture – ha detto – quando gli accordi erano assunti con Forniti erano di 3-4 chili di cocaina al mese e poi si è arrivati a 8 chili di cocaina al mese, oltre a fumo ed erba”.
    Ancora: “Fino all’operazione Don’t touch Angelo portava fino a 150mila euro ogni 15 giorni a Forniti, tutti ricavati dalla vendita della droga. Ricordo che una volta Angelo ricevette da Gangemi Sergio una valigia contenente molti Rolex che, secondo quanto dettoci da Gangemi, erano di Forniti. Non ci è stato richiesto immediatamente il pagamento perché i rapporti tra noi, Gangemi Sergio e Forniti erano molto stretti”.
    Forniti è stato definito dal pentito “il re indiscusso della droga sull’agro pontino”.
    “La maggior parte delle persone che spacciano droga da Aprilia fino a Fondi lavorano per lui”, ha specificato.
    Affermazioni che hanno fatto allargare il campo degli accertamenti al litorale romano: “Anche Romano Malagisi, quando io e Renato gli togliemmo 250 grammi di cocaina ci disse che si riforniva da Forniti”.
    Di più: “Per quanto a mia conoscenza, gli affari del gruppo Gangemi, Forniti, Fusco, oltre alla droga, si realizzano attraverso l’evasione fiscale, i supermercati, le auto e i fiori”.
    Diversi inoltre i riferimenti ai Nicoletti di Roma e a un misterioso uomo di Aprilia, detto “Il Secco”, da cui i Travali si sarebbero riforniti di armi in grande quantità.

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    Annullata l’interdittiva antimafia emessa a carico della Loas

    Annullata l’interdittiva antimafia emessa il 6 ottobre scorso dal prefetto di Latina nei confronti della Loas spa, l’azienda di recupero rifiuti di via dei Giardini, ad Aprilia, andata a fuoco il 9 agosto scorso.
    Il Tar di Latina ha accolto il ricorso della società contro il provvedimento con cui la Prefettura di Latina aveva rigettato l’istanza presentata dall’azienda ai fini del rinnovo dell’iscrizione nell’elenco dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativi di infiltrazione mafiosa, che come precisato dallo stesso prefetto ha lo stesso valore dell’interdittiva.
    La Loas, tramite gli avvocati Roberto D’Amico e Giovanni Malinconico, ha sostenuto che non vi erano i presupposti per l’applicazione della misura.
    I due legali hanno evidenziato in particolare che il reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, per cui uno dei soci al 50% della spa, Antonio Martino, coinvolto nell’inchiesta della Dda di Roma sulla cosiddetta cava dei veleni ad Aprilia, ha patteggiato la pena, è tra quelli per cui sono previsti determinati provvedimenti soltanto quando rappresenta lo scopo di un’associazione per delinquere.
    Una tesi accolta dai giudici.
    Il Tar ha infatti specificato che l’imprenditore è stato condannato per i reati commessi in concorso di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti e inquinamento ambientale, ma non anche per il reato di associazione per delinquere.
    “Il ricorso deve essere accolto con conseguente annullamento del provvedimento impugnato – si legge nella sentenza – in quanto coglie nel segno il primo motivo di impugnazione con cui si deduce che la fattispecie criminosa rilevante ai fini del rifiuto alla iscrizione non è lo specifico reato ambientale previsto dall’art. 452-quaterdecies c.p., ma il reato di associazione per delinquere previsto e punito dall’art. 416 c.p., quando sia commesso con il fine specifico di realizzare, tra gli altri, il reato ambientale in questione che assume dunque, nella struttura del reato associativo, la funzione di reato fine”.

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    Traffico di droga, arriva la condanna definitiva per Montenero

    Sono serviti ben cinque processi, ma alla fine la condanna definitiva per Dimitri Montenero è arrivata: 5 anni e 10 mesi di reclusione e 21.867 euro di multa.
    Il 32enne di Aprilia è figlio del noto Nino Montenero.
    Quest’ultimo da anni è al centro di inchieste su rapine e narcotraffico ed è considerato dagli inquirenti in contatto con potenti organizzazioni mafiose.
    Nel 2017 il giovane è stato arrestato dalla squadra mobile di Latina, con l’accusa di essere coinvolto in un vasto traffico di sostanze stupefacenti.
    Nello specifico un traffico di cocaina dalla Colombia e di hashish proveniente dal Nord Africa, droga che una volta arrivata ad Aprilia, tramite delle donne utilizzate come corrieri, che nascondevano la “neve” nelle parti intime – da lì la denominazione “Las Mulas” data all’inchiesta – veniva destinata alle diverse piazze di spaccio, rifornendo un alto numero di pusher.
    E per chi non pagava scattavano le estorsioni.
    Dimitri Montenero è stato quindi condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina e ha poi ottenuto una riduzione della pena dalla Corte d’Appello di Roma, essendo stato assolto dall’accusa di tentata estorsione ed essendo state ridimensionate le accuse relative allo spaccio di droga: sei anni e dieci mesi di reclusione e 23mila euro di multa.
    Vista la nuova norma, con cui sono state diminuite le pene per le droghe pesanti, l’imputato ha però fatto ricorso e la Cassazione ha annullato la sentenza impugnata “limitatamente al trattamento sanzionatorio”, rinviando il processo alla Corte d’Appello.
    Montenero, il 5 febbraio dell’anno scorso, si è visto così ridurre la pena a 5 anni e 10 mesi di reclusione e 21.867 euro di multa e ora quella sentenza è definitiva.
    La Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il nuovo ricorso del 32enne.

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    Insulti e minacce al Presidente della Repubblica, un indagato

    “Armiamoci e andiamo ad ammazzare quel figlio di troia”, “Ti auguro di morire male”, “Non vedo l’ora che ci sia il tuo funerale”, “Pezzo di merda, ti voglio vedere morto”.Sono questi alcuni dei messaggi lanciati sul web in pieno lockdown, nella primavera scorsa, contro il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e finiti al centro di un’inchiesta del sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Eugenio Albamonte, che ha ipotizzato il reato di offesa all’onore e al prestigio del Capo dello Stato.
    Si tratta di un reato che prevede pene da uno a cinque anni, procedibile d’ufficio.
    Scattato il blitz, la Digos, la squadra mobile e la polizia postale hanno perquisito le abitazioni di undici indagati, tra cui quella di un uomo di Aprilia, Alessio Pichi, sequestrandogli lo smartphone, che verrà sottoposto ad accertamenti tecnici.
    Il profilo degli undici indagati in diverse regioni italiane, di varia estrazione sociale, è in generale quello di simpatizzanti di destra, antieuropeisti e negazionisti del Covid, che sui social network di frequente rilanciano fake news, tesi complottiste e diffondono, come in questo caso messaggi di odio.

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    Dallo spaccio al furto aggravato: 54enne arrestato

    La scorsa notte, ad Aprilia, i carabinieri della Stazione locale hanno tratto in arresto e sottoposto alla misura della detenzione domiciliare un 54enne di Roma.L’uomo è stato raggiunto da un’ordinanza emessa dalla Procura della repubblica di Latina per i reati di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, “violenza o minaccia a pubblico ufficiale” e furto aggravato.
    Per tali delitti il 54enne dovrà espiare la pena di un anno e quattro mesi.

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    Spaccio di cocaina, arriva la condanna un mese dopo l’arresto

    Quattro anni di reclusione.Questa la condanna inflitta dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giuseppe Molfese, a Marco Giorgini, arrestato a febbraio dai carabinieri di Aprilia con l’accusa di spaccio di sostanze stupefacenti.
    L’imputato venne fermato per un controllo stradale e trovato con un piccolo quantitativo di cocaina.
    I militari decisero quindi di perquisire l’abitazione di Giorgini, dove trovarono, nascosti in cantina, due etti di coca.
    Gli investigatori, nel corso della perquisizione, recuperarono inoltre dei bilancini di precisione e materiale utile a confezionare le singole dosi di droga.
    Per Giorgini, scelto un processo con rito abbreviato, è ora arrivata la condanna.

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    Vicenda RIDA, il procedimento viene rinviato al giudice ordinario

    “Per le Sezioni Unite della Corte di Cassazione il benefit ambientale RIDA non può ritenersi un tributo. Lo stabilisce un’ordinanza depositata nella giornata di ieri, venerdì 26 febbraio, con la quale l’intero procedimento che vede il Comune opporsi alla società di via Gorgona, viene rinviato al giudice ordinario.“L’atto depositato ha un valore importantissimo – commenta l’Assessora all’Ambiente del Comune di Aprilia Monica Laurenzi – l’ordinanza di fatto boccia le motivazioni con cui l’azienda da anni evita di restituire alla Città di Aprilia l’indennizzo per i danni ambientali prodotti dall’impianto di trattamento dei rifiuti. La nostra battaglia proseguirà ora dinanzi al tribunale ordinario”.
    La controversia giudiziaria tra la RIDA e il Comune di Aprilia è iniziata alcuni anni fa, con il rifiuto da parte dell’azienda di versare all’Ente di piazza Roma i benefit previsti dalla normativa regionale. Si tratta di un importo di diversi milioni di euro, che l’azienda in questi anni ha continuato a ricevere dai Comuni che conferiscono i propri rifiuti nell’impianto apriliano, senza mai versarli al Comune.

    Il sindaco di Aprilia, Antonio Terra

    La motivazione addotta dall’azienda finora faceva proprio leva sulla natura tributaria del benefit e sul fatto che la Costituzione vieti alla Regione di legiferare in tale materia. Ora l’ordinanza della Cassazione rinvia tutto al giudice ordinario – anziché alla commissione tributaria – proprio rigettando l’oggetto della contestazione.
    “Prendiamo atto con soddisfazione della pronuncia della Cassazione – aggiunge il Sindaco Antonio Terra – l’ordinanza dà ragione alla nostra impostazione e al lavoro assicurato in questi anni dagli uffici e dai legali del Comune. I nostri sforzi non sono ovviamente conclusi, ma l’atto di oggi fa ben sperare: la Cassazione rimette finalmente l’intera vicenda sui giusti binari. Siamo convinti che questa ordinanza aiuterà anche altri Comuni, peraltro, coinvolti in procedure simili in tutta Italia”.

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    Da Don’t touch a Reset, ricostruito il sistema che terrorizzava Latina

    Con gli esponenti delle famiglie di origine nomade Di Silvio e Ciarelli finiti in carcere dopo le indagini seguite alla guerra criminale del 2010 e culminate nel processo “Caronte”, i Travali, anche loro un clan nomade che ha messo radici a Latina, hanno cercato di accaparrarsi la fetta più grande possibile di affari nel capoluogo pontino, partendo dalle piazze di spaccio.Per riuscire nel loro obiettivo hanno tentato in ogni modo di mostrare la loro forza, diventando anche loro un’organizzazione dai tratti mafiosi, arrivando persino a uccidere.
    Questo il filo rosso che hanno seguito gli investigatori della squadra mobile, partendo da quanto emerso nell’inchiesta del 2015 denominata Don’t Touch, con a capo Costantino Cha Cha Di Silvio ed esponenti dell’ala militare dell’associazione per delinquere proprio i Travali, per poi approfondire tutta una serie di episodi e le stesse dichiarazioni fatte dai collaboratori di giustizia.
    Accertamenti lunghi e complessi, che hanno dato vita all’inchiesta denominata “Reset”, con oltre 30 indagati, e che ha portato il gip del Tribunale di Roma, Andrea Fanelli, a ordinare, come chiesto dai pm antimafia Barbara Zuin, Corrado Fasanelli e Luigia Spinelli, 19 arresti.
    Gli inquirenti, alla luce delle nuove indagini, sono ormai convinti che fossero associazioni per delinquere di stampo mafioso tanto quella di Armando Lallà Di Silvio, al centro del processo “Alba Pontina”, che quella di Cha Cha, nonostante la contestazione all’epoca sia stata quella di una semplice organizzazione criminale e con tale accusa siano state emesse le condanne.
    “Le estorsioni realizzate dal gruppo criminale riconducibile a Di Silvio Costantino e Angelo Travali – sottolinea il giudice Fanelli – sono state messe in atto in modo seriale, con cadenza quasi giornaliera, andando a colpire cittadini e imprenditori, cui è stato sufficiente conoscere l’appartenenza o la vicinanza degli estorsori al gruppo Di Silvio-Travali per assoggettarsi alle richieste intimidatorie”.
    A pesare ancora una volta le dichiarazioni dei pentiti Renato Pugliese, figlio di Cha Cha, e Agostino Riccardo, che hanno consentito agli inquirenti di far luce sul traffico di droga di cui ora sono accusati i Travali, indicando come fornitore della cocaina Gianluca Ciprian, un anno fa arrestato in Spagna con un carico di droga e sfuggito a Sezze al duplice omicidio di Alessandro Radicioli e Tiziano Marchionne, Luigi Ciarelli per l’hashish e l’imprenditore di nazionalità romena Valerio Cornici, con socio in affari Alessandro Zof, già imputato per il duplice omicidio al Circeo, per la marijuana.
    L’organizzazione avrebbe inoltre smerciato droga anche nelle piazze di spaccio di Cisterna, tramite Fabio Benedetti, Sezze, tramite Ermes Pellerani, e Aprilia, tramite Cristian Battello.
    Angelo Travali avrebbe comandato anche dal carcere.
    Un altro pentito, Maurizio Zuppardo, ha riferito ad esempio che nel 2019 proprio Travali, detto “Palletta”, avrebbe ordinato alla sorella Valentina Travali di portare in carcere 50 grammi di cocaina.
    Ma del resto lo stesso, nell’inchiesta “Astice”, è finito accusato di essere riuscito a corrompere un agente della penitenziaria per poter avere benefici nella casa circondariale.
    I pentiti hanno poi evidenziato i legami dei Travali con la camorra e nello specifico dell’utilizzo come copertura del locale “New King” di Terracina da parte di Giuseppe Travali, padre di “Palletta”, che gestiva lo stesso locale insieme a Eduardo Marano e al figlio Gennaro, imparentato per parte di madre con il clan Licciardi di Masseria Cardone, aggiungendo anche che da fornitori i Marano erano diventati acquirenti di sostanze stupefacenti dai Travali.
    E nuove accuse sono state mosse proprio dai collaboratori di giustizia al poliziotto Carlo Ninnolino, considerato la talpa che faceva soffiate alla famiglia nomade e assolto in Don’t touch.
    Numerose poi anche in “Reset” le estorsioni contestate agli indagati.
    Sia per fare cassa che soltanto per esibire potere.
    Il titolare di un’azienda agricola di Aprilia, che vantava un credito di 350mila euro nei confronti di una nota società di Latina, sarebbe stato attirato in trappola da un suo conoscente, un imprenditore che gestisce un’agenzia di sicurezza privata a Sabaudia, candidato anche alle ultime elezioni a Terracina, e costretto a cedere alla fine tra i 150mila e i 180mila euro a Francesco Viola.
    Il titolare di un’agenzia di scommesse di Latina sarebbe invece stato costretto a far fare scommesse al gruppo criminale per migliaia di euro senza pagare: “Quando ho provato a dire loro che era il caso che pagassero, mi rispondevano di fare ciò che dicevano e basta. Non è stato necessario che facessero minacce esplicite, perché io sapevo chi erano loro e ciò bastava a terrorizzarmi”.
    Gli indagati avrebbero acquistato anche il pane e cenato in ristoranti di un noto imprenditore senza pagare, sfruttando anche il fatto che il padre di quest’ultimo era da tempo sotto usura per un prestito chiesto a Viola.
    Il ristoratore alla fine lo ha dichiarato alla Polizia: “Viola, esattamente come i fratelli Angelo e Salvatore Travali, venivano a mangiare e non pagavano immediatamente, ma mi davano i soldi quando io ritenevo che il conto fosse diventato troppo alto”.
    Ancora: “Non ho mai denunciato questi fatti per due ordini di motivi. Il primo è che prima dell’indagine Don’t touch io, come tutta la città, non mi fidavo della Polizia, perché era ritenuta collusa con i criminali e in particolare con il gruppo a cui apparteneva Viola che, da alcuni anni e sino a Don’t touch, era percepito come il padrone della città anche perché costoro avevano le mani in pasta dappertutto, anche con la politica. Era quest’ultima circostanza nota alla città intera, nel senso che tutti sapevano che grazie alle loro entrature politiche, a parte le attività di attacchinaggio che avevano monopolizzato nelle varie campagne elettorali, potevano avere appalti con le varie cooperative. In secondo luogo, avendo all’epoca due attività commerciali, non volevo avere problemi”.
    Una vicenda tra l’altro che, come sostenuto dai pentiti, si sarebbe chiusa solo con l’intervento a difesa dell’imprenditore di Carlo Maricca, noto pregiudicato indagato per l’omicidio di Ferdinando Di Silvio detto Il Bello.
    Ed estorsioni, tra le tante, sono state scoperte anche ai danni di due avvocati, di un noto negozio di griffe e del titolare di una nota gioielleria del centro di Latina, in cui Cha Cha e i Travali sarebbero stati soliti prendere gioielli e orologi per decine di migliaia di euro senza pagare un centesimo.
    Un vero e proprio sistema.
    Tanto che un ottico del centro, anche lui vittima di estorsioni, ha dichiarato alla Mobile: “In alcune occasioni le persone che ho citato, venendo a comprare gli occhiali, determinavano il prezzo, nel senso che mi dicevano quale prezzo potevano pagare e io accettavo”.
    Riccardo ha inoltre specificato a proposito del titolare di un distributore di benzina: “Sono anni e anni che Travali Angelo, Viola Francesco, Salvatore Travali, Guerino Di Silvio, Vera Travali, mettono benzina e non pagano. Inoltre Viola gli ha levato 7000 euro sempre con le estorsioni”.
    Un’organizzazione disposta anche a uccidere per mostrare la propria forza, come nel caso dell’omicidio di Adrian Ionut Giuroiu compiuto dai fratelli Ranieri.
    Riccardo ha riferito delle confidenze ricevute da Angelo Travali: “Partecipò all’omicidio dando aiuto ai fratelli Ranieri per far vedere che sul territorio c’era la famiglia Travali e non altre famiglie”.
    Un’organizzazione che ha terrorizzato Latina, ma prima con “Don’t touch” e poi con “Reset” la risposta da parte dello Stato è arrivata.

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    Tentato omicidio in piazza Roma: finiscono tutti assolti

    Il tentato omicidio avvenuto il 19 giugno 2012 nella centralissima piazza Roma, ad Aprilia, resta un mistero.Assolti per non aver commesso il fatto i due giovani accusati di aver accoltellato un 23enne di nazionalità rumena che, a causa delle ferite subite, venne ricoverato in gravi condizioni all’ospedale San Camillo di Roma.
    Gli inquirenti ritennero responsabili di quell’accoltellamento gli apriliani Antonio Capasso e Stefano Catozzi, che all’epoca dei fatti avevano rispettivamente 18 e 19 anni.
    Un litigio degenerato e finito nel sangue.
    Rinviati a giudizio dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Nicola Iansiti, i due imputati hanno affrontato il lungo e delicato processo, nel corso del quale la vittima non si è mai presentata, essendosi resa irreperibile.
    Il difensore dei due apriliani, l’avvocato Luca Amedeo Melegari, ha poi battuto sulle diverse contraddizioni presenti nella denuncia presentata dal 23enne.
    Come chiesto dallo stesso pubblico ministero Giuseppe Bontempo, Capasso e Catozzi sono stati così assolti dal Tribunale di Latina.

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    Usura, arriva la seconda condanna definitiva per Brunetti

    Seconda condanna definitiva e sempre per usura per il pregiudicato apriliano Sandro Brunetti, di 72 anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’imputato, che aveva impugnato la sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma lo ha condannato a 3 anni e 4 mesi di reclusione per un prestito a tasso usuraio […]
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