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    Estorsione, niente sconti ai Di Silvio: processo da rifare

    Niente sconti ai Di Silvio.La Cassazione, accogliendo il ricorso della Procura generale, ha annullato la sentenza emessa il 7 novembre 2019 dalla Corte d’Appello di Roma sull’estorsione compiuta dai fratelli Ferdinando “Pupetto” e Samuele Di Silvio, limitatamente al mancato riconoscimento dell’aggravante mafiosa.
    E su tale aspetto i due imputati dovranno affrontare un nuovo processo d’appello.
    Dall’estorsione al centro di tale procedimento, compiuta dopo che la vittima aveva avuto dei problemi relativi all’affitto di un locale a Monticchio, nel Comune di Sermoneta, è decollata l’inchiesta “Alba Pontina”.
    Renato Pugliese, figlio del boss Costantino Cha Cha Di Silvio, anche lui arrestato, decise di collaborare con la giustizia e a fianco al clan di origine nomade è iniziata a comparire stabilmente la parola mafia.
    Difficile a quel punto escludere l’aggravante, un particolare che aveva visto le condanne di “Pupetto” e Samuele ridotte a 5 anni e mezzo di reclusione a testa da, rispettivamente, 8 e 9 anni.
    A un 48enne di Latina, che aveva preso in locazione il locale di Monticchio, erano stati chiesti, il 19 settembre 2016, 15mila euro da Agostino Riccardo, pregiudicato del capoluogo pontino, poi diventato anche lui collaboratore di giustizia, per evitare di essere aggredito dai due Di Silvio.
    Una richiesta scesa successivamente a cinquemila euro e che alla fine avrebbe visto il gruppo accontentarsi di duemila euro, non avendo il ristoratore altro denaro in quel momento.
    Con “Pupetto” che avrebbe detto alla presunta vittima: “Ma lo sai chi sono io? Io sono quello che ha sparato a Zof. E me la sto rischiando a parlare con te perché non potrei nemmeno uscire di casa”.
    La Cassazione ha specificato che, per quanto riguarda l’aggravante mafiosa, vanno considerati la “natura della minaccia spiegata” e l’effetto della stessa “sulla sensibilità del soggetto passivo”.
    Ancora: “Proprio il richiamo ad attività compiute da più soggetti all’interno di un area territoriale è circostanza significativa della volontà degli agenti di arrecare una maggiore intimidazione al soggetto passivo il cui stato di timore è determinato non soltanto dalla natura della richiesta ma, altresì, dall’evocazione delle modalità operative criminali del gruppo”.
    I paletti fissati sono chiari: “Il giudice di merito dovrà fare riferimento alle modalità di attuazione della richiesta estorsive intimidatoria, al numero di soggetti coinvolti, ai fatti rappresentati dagli autori all’indirizzo della vittima che, ove significativi del coinvolgimento di un gruppo criminale organizzato capace di esercitare il controllo di un determinato territorio o comunque di attuare attività delittuose nello stesso, manifestano nell’esecuzione del fatto illecito proprio lo sfruttamento del tipico metodo mafioso”.
    Soprattutto considerando che “gli autori dei fatti agirono in gruppo e precisamente in quattro persone, obbligarono la persona offesa ad incontrarli in un luogo appartato ed al di fuori dalla visione di altri, erano soggetti di cui la persona offesa conosceva l’inserimento in contesti criminali operanti nella città di Latina e di cui aveva appreso leggendo le cronache locali, fecero espresso riferimento ad un grave fatto di sangue di cui reclamarono essere stati autori, poi risultato essere avvenuto nell’ambito di conflitti tra diverse bande criminali, Di Silvio Samuele fece espresso riferimento alla notorietà del gruppo cui appartenevano ed alla natura della loro famiglia”.
    Nuovo giudizio dunque, ma con la Corte d’Appello di Roma che dovrà attenersi ai principi sanciti dalla Suprema Corte.
    In pratica un verdetto già scritto.

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    Tragedia durante i lavori per la fibra ottica, due rinvii a giudizio

    A distanza di quasi due anni e mezzo dalla tragedia sul lavoro consumatasi in via Madonna delle Grazie, a Sermoneta, dove un operaio che stava lavorando su un cavo Telecom precipitò da un’altezza di circa sei metri e morì dopo due settimana di agonia, il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota, ha disposto due rinvii a giudizio.A dover affrontare un processo, con l’accusa di omicidio colposo e violazione alle norme sulla sicurezza sul lavoro, sono Roberto Balzi, rappresentante della ditta di Genzano esecutrice dei lavori e della ditta appaltatrice, e Antonio Covarelli, direttore dei lavori.
    Vittima dell’incidente, il 3 ottobre 2018, l’operaio Eligio Leoni, 61enne di Velletri.
    Soccorso dal 118, l’operaio venne trasportato in eliambulanza al San Camillo di Roma, dove morì il 16 ottobre successivo.
    La vittima si stava occupando dell’installazione di un tubo aereo necessario a contenere i cavi della fibra ottica, lavorando su un palo telefonico in legno.
    La prima udienza del processo è fissata per il prossimo 1 luglio davanti al giudice del Tribunale di Latina, Enrica Villani.

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    Interventi antisismici, congelato l’appalto per la scuola elementare

    Congelato l’appalto per l’adeguamento e il miglioramento sismico finalizzati a verificare la vulnerabilità della scuola elementare in via Marconi, a Cori.Il Tar di Latina ha accolto la richiesta della società abruzzese Vema Progetti srl e sospeso la determina con cui, il 29 dicembre scorso, il Comune ha aggiudicato in via definitiva il contratto relativo ai servizi tecnici di progettazione preliminare, definitiva, esecutiva, misura e contabilità e coordinamento della sicurezza in fase di progettazione, geologo, indagini, studi e sondaggi degli interventi all’associazione temporanea d’imprese costituita tra l’architetto Pasquale Barone, l’ing. Anna Maria Miracco, il dott. Marco Iannini, la Geo. Geotecnica e geognostica srl e la Geoplanning Servizi per il territorio srl.
    I giudici, a un primo esame del ricorso con cui la Vema ha impugnato l’aggiudicazione e tutti gli atti di gara, hanno ritenuto che lo stesso sia fondato, come emergerebbe da “evidenti elementi”, specificando che le “attività di supporto alla progettazione attengono ad attività meramente strumentali alla progettazione (indagini geologiche, geotecniche e sismiche, sondaggi, rilievi, misurazioni e picchettazioni, predisposizione di elaborati specialistici e di dettaglio, con l’esclusione delle relazioni geologiche nonché la sola redazione grafica degli elaborati progettuali), ma non sono attività di progettazione in senso stretto”.
    Il ricorso verrà esaminato nel merito il prossimo 9 giugno e il Comune di Cori è stato intanto condannato a pagare 1.500 euro di spese di giudizio.

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    Da Don’t touch a Reset, ricostruito il sistema che terrorizzava Latina

    Con gli esponenti delle famiglie di origine nomade Di Silvio e Ciarelli finiti in carcere dopo le indagini seguite alla guerra criminale del 2010 e culminate nel processo “Caronte”, i Travali, anche loro un clan nomade che ha messo radici a Latina, hanno cercato di accaparrarsi la fetta più grande possibile di affari nel capoluogo pontino, partendo dalle piazze di spaccio.Per riuscire nel loro obiettivo hanno tentato in ogni modo di mostrare la loro forza, diventando anche loro un’organizzazione dai tratti mafiosi, arrivando persino a uccidere.
    Questo il filo rosso che hanno seguito gli investigatori della squadra mobile, partendo da quanto emerso nell’inchiesta del 2015 denominata Don’t Touch, con a capo Costantino Cha Cha Di Silvio ed esponenti dell’ala militare dell’associazione per delinquere proprio i Travali, per poi approfondire tutta una serie di episodi e le stesse dichiarazioni fatte dai collaboratori di giustizia.
    Accertamenti lunghi e complessi, che hanno dato vita all’inchiesta denominata “Reset”, con oltre 30 indagati, e che ha portato il gip del Tribunale di Roma, Andrea Fanelli, a ordinare, come chiesto dai pm antimafia Barbara Zuin, Corrado Fasanelli e Luigia Spinelli, 19 arresti.
    Gli inquirenti, alla luce delle nuove indagini, sono ormai convinti che fossero associazioni per delinquere di stampo mafioso tanto quella di Armando Lallà Di Silvio, al centro del processo “Alba Pontina”, che quella di Cha Cha, nonostante la contestazione all’epoca sia stata quella di una semplice organizzazione criminale e con tale accusa siano state emesse le condanne.
    “Le estorsioni realizzate dal gruppo criminale riconducibile a Di Silvio Costantino e Angelo Travali – sottolinea il giudice Fanelli – sono state messe in atto in modo seriale, con cadenza quasi giornaliera, andando a colpire cittadini e imprenditori, cui è stato sufficiente conoscere l’appartenenza o la vicinanza degli estorsori al gruppo Di Silvio-Travali per assoggettarsi alle richieste intimidatorie”.
    A pesare ancora una volta le dichiarazioni dei pentiti Renato Pugliese, figlio di Cha Cha, e Agostino Riccardo, che hanno consentito agli inquirenti di far luce sul traffico di droga di cui ora sono accusati i Travali, indicando come fornitore della cocaina Gianluca Ciprian, un anno fa arrestato in Spagna con un carico di droga e sfuggito a Sezze al duplice omicidio di Alessandro Radicioli e Tiziano Marchionne, Luigi Ciarelli per l’hashish e l’imprenditore di nazionalità romena Valerio Cornici, con socio in affari Alessandro Zof, già imputato per il duplice omicidio al Circeo, per la marijuana.
    L’organizzazione avrebbe inoltre smerciato droga anche nelle piazze di spaccio di Cisterna, tramite Fabio Benedetti, Sezze, tramite Ermes Pellerani, e Aprilia, tramite Cristian Battello.
    Angelo Travali avrebbe comandato anche dal carcere.
    Un altro pentito, Maurizio Zuppardo, ha riferito ad esempio che nel 2019 proprio Travali, detto “Palletta”, avrebbe ordinato alla sorella Valentina Travali di portare in carcere 50 grammi di cocaina.
    Ma del resto lo stesso, nell’inchiesta “Astice”, è finito accusato di essere riuscito a corrompere un agente della penitenziaria per poter avere benefici nella casa circondariale.
    I pentiti hanno poi evidenziato i legami dei Travali con la camorra e nello specifico dell’utilizzo come copertura del locale “New King” di Terracina da parte di Giuseppe Travali, padre di “Palletta”, che gestiva lo stesso locale insieme a Eduardo Marano e al figlio Gennaro, imparentato per parte di madre con il clan Licciardi di Masseria Cardone, aggiungendo anche che da fornitori i Marano erano diventati acquirenti di sostanze stupefacenti dai Travali.
    E nuove accuse sono state mosse proprio dai collaboratori di giustizia al poliziotto Carlo Ninnolino, considerato la talpa che faceva soffiate alla famiglia nomade e assolto in Don’t touch.
    Numerose poi anche in “Reset” le estorsioni contestate agli indagati.
    Sia per fare cassa che soltanto per esibire potere.
    Il titolare di un’azienda agricola di Aprilia, che vantava un credito di 350mila euro nei confronti di una nota società di Latina, sarebbe stato attirato in trappola da un suo conoscente, un imprenditore che gestisce un’agenzia di sicurezza privata a Sabaudia, candidato anche alle ultime elezioni a Terracina, e costretto a cedere alla fine tra i 150mila e i 180mila euro a Francesco Viola.
    Il titolare di un’agenzia di scommesse di Latina sarebbe invece stato costretto a far fare scommesse al gruppo criminale per migliaia di euro senza pagare: “Quando ho provato a dire loro che era il caso che pagassero, mi rispondevano di fare ciò che dicevano e basta. Non è stato necessario che facessero minacce esplicite, perché io sapevo chi erano loro e ciò bastava a terrorizzarmi”.
    Gli indagati avrebbero acquistato anche il pane e cenato in ristoranti di un noto imprenditore senza pagare, sfruttando anche il fatto che il padre di quest’ultimo era da tempo sotto usura per un prestito chiesto a Viola.
    Il ristoratore alla fine lo ha dichiarato alla Polizia: “Viola, esattamente come i fratelli Angelo e Salvatore Travali, venivano a mangiare e non pagavano immediatamente, ma mi davano i soldi quando io ritenevo che il conto fosse diventato troppo alto”.
    Ancora: “Non ho mai denunciato questi fatti per due ordini di motivi. Il primo è che prima dell’indagine Don’t touch io, come tutta la città, non mi fidavo della Polizia, perché era ritenuta collusa con i criminali e in particolare con il gruppo a cui apparteneva Viola che, da alcuni anni e sino a Don’t touch, era percepito come il padrone della città anche perché costoro avevano le mani in pasta dappertutto, anche con la politica. Era quest’ultima circostanza nota alla città intera, nel senso che tutti sapevano che grazie alle loro entrature politiche, a parte le attività di attacchinaggio che avevano monopolizzato nelle varie campagne elettorali, potevano avere appalti con le varie cooperative. In secondo luogo, avendo all’epoca due attività commerciali, non volevo avere problemi”.
    Una vicenda tra l’altro che, come sostenuto dai pentiti, si sarebbe chiusa solo con l’intervento a difesa dell’imprenditore di Carlo Maricca, noto pregiudicato indagato per l’omicidio di Ferdinando Di Silvio detto Il Bello.
    Ed estorsioni, tra le tante, sono state scoperte anche ai danni di due avvocati, di un noto negozio di griffe e del titolare di una nota gioielleria del centro di Latina, in cui Cha Cha e i Travali sarebbero stati soliti prendere gioielli e orologi per decine di migliaia di euro senza pagare un centesimo.
    Un vero e proprio sistema.
    Tanto che un ottico del centro, anche lui vittima di estorsioni, ha dichiarato alla Mobile: “In alcune occasioni le persone che ho citato, venendo a comprare gli occhiali, determinavano il prezzo, nel senso che mi dicevano quale prezzo potevano pagare e io accettavo”.
    Riccardo ha inoltre specificato a proposito del titolare di un distributore di benzina: “Sono anni e anni che Travali Angelo, Viola Francesco, Salvatore Travali, Guerino Di Silvio, Vera Travali, mettono benzina e non pagano. Inoltre Viola gli ha levato 7000 euro sempre con le estorsioni”.
    Un’organizzazione disposta anche a uccidere per mostrare la propria forza, come nel caso dell’omicidio di Adrian Ionut Giuroiu compiuto dai fratelli Ranieri.
    Riccardo ha riferito delle confidenze ricevute da Angelo Travali: “Partecipò all’omicidio dando aiuto ai fratelli Ranieri per far vedere che sul territorio c’era la famiglia Travali e non altre famiglie”.
    Un’organizzazione che ha terrorizzato Latina, ma prima con “Don’t touch” e poi con “Reset” la risposta da parte dello Stato è arrivata.

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    Smokin’ fields, slitta la decisione sulle 22 richieste di giudizio

    Slitta la decisione sui 22 imputati nell’inchiesta “Smokin’ fields”.Sfruttando referti rilasciati da un laboratorio analisi compiacente, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Roma rifiuti inquinanti sarebbero stati spacciati per compost con cui fertilizzare i terreni e sarebbero stati sotterrati in diversi fondi agricoli a Pontinia, Maenza, Sabaudia e Cori, in provincia di Latina, Roma e Ardea.
    Una serie di illeciti, quelli contestati dagli inquirenti, che vedono al centro l’azienda di compostaggio Sep di Pontinia, su cui si sono concentrate le indagini dei carabinieri del Nipaaf e della polizia stradale di Aprilia, culminate con il sequestro di tre aziende, terreni e automezzi, oltre a un milione di euro considerato il frutto degli affari proibiti che avrebbero fatto fumare i campi agricoli, come evidenziato nel nome scelto per l’inchiesta.
    Mancando alcune notifiche agli imputati, il giudice Gerardi ha però dovuto rinviare l’udienza preliminare al prossimo 21 aprile.
    A rischiare il rinvio a giudizio diciotto persone e quattro aziende, ovvero la Sep di Pontinia, la Sogerit sempre di Pontinia, e le romane Demetra e Adrastea.
    I pm antimafia Alberto Galanti e Rosalia Affinito hanno chiesto un processo, tra gli altri, per Vittorio Ugolini, noto imprenditore impegnato nel settore dei rifiuti, e il figlio Alessio, al timone della Sep, per l’ex dirigente regionale Luca Fegatelli, già coinvolto nel processo “Cerronopoli” e diventato consulente di Ugolini, e per Sergio Mastroianni, titolare del laboratorio Osi di Isola del Liri, che analizzava il compost.
    Potranno costituirsi parte civile il Ministero dell’ambiente, la Regione Lazio, i Comuni di Roma, Ardea, Pontinia, Cori, Maenza e Sabaudia, i comitati di Pontinia e i cittadini di Ardea che, nel 2018, notando uno strano traffico di camion e odori nauseabondi provenienti dai campi in via Montagnano, tramite l’avvocato Francesco Falco presentarono subito un esposto alla Procura di Velletri.

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    A Cori il ricco business della cocaina, i narcos mettono radici

    I narcos hanno messo radici a Cori.In un centro di appena 10.500 abitanti, 2.400 soltanto di Giulianello, l’unica frazione, la richiesta di cocaina sarebbe tale che, in base alle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Roma culminate con l’esecuzione di undici misure cautelari, un gruppo di albanesi ha dato vita su quella collina dove pochi sono gli spazi per i giovani e dove i ragazzi tendono a spostarsi anche nel fine settimana verso i locali di Latina, a un’associazione per delinquere dedita al narcotraffico.
    Un’organizzazione ben strutturata, con capi che gestiscono il traffico e controllano gli spacciatori, che hanno individuato luoghi dove nascondere la sostanza stupefacente, sigillandola in delle buste e sotterrandola, e dove gli affari vanno talmente bene che non bastano i pusher e hanno anche necessità di farne arrivare altri dall’Albania.
    Le richieste sono continue. In due anni di indagini i carabinieri, che hanno denominato l’inchiesta “Alba Bianca”, ne hanno monitorate decine e decine, con locali pubblici e attività commerciali che diventano punti di riferimento dati dagli spacciatori agli acquirenti: loro stazionano lì fuori e chi vuole la neve sa dove andare.
    Molte poi anche le consegne direttamente a domicilio.
    Una grande piazza di spaccio come quelle su cui l’Antimafia indaga nelle grandi città, ma con il cuore pulsante in una piccola frazione come Giulianello, al confine tra le province di Latina e Roma, e una rete estesa a Cori, nei pressi di piazza Signina e in alcune strade, tanto del centro storico quanto delle zone limitrofe.
    Gli investigatori hanno monitorato 40-50 telefonate ricevute quotidianamente dagli albanesi da quanti sono alla costante ricerca di cocaina, con ricavi medi di duemila euro al giorno, 60mila al mese.
    Abbastanza per non aver bisogno di allargare il raggio di azione ad altri Comuni.
    L’organizzazione si recava ad Artena, San Cesareo e Roma solo per mantenere rapporti con alcuni connazionali e con i fornitori.
    L’affare era poi tutto corese.
    Con piccoli imprenditori, commercianti e agricoltori, tutti sui 30-40 anni, pronti a indebitarsi per avere droga dai narcos.
    “L’attività di indagine – sostiene il gip del Tribunale di Roma, Emanuele Attura, nell’ordinanza di custodia cautelare firmata per undici indagati – ha consentito di dimostrare l’esistenza di un’organizzazione, finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, strutturata, stabile e organizzata in maniera verticistica, caratterizzata da ruoli delineati e operativa in Giulianello di Cori e Cori”.
    Il giudice ha quindi ordinato di mettere in carcere Elton Kanani, Algert Kanani, Alfred Belba, Ermal Arapa, Klajdi Mata, Ardit Kapedani e Juri Macali, e ai domiciliari Vilajet Koci ed Erald Kuka, ritenendo invece sufficiente l’obbligo di firma in caserma per Francesca Coluzzi e Daniel Hysa.
    Nessuna misura infine per Fiorelo Kanani, Fjorab Cela e William Giammatteo, che restano indagati a piede libero.
    Neppure gli arresti, secondo gli inquirenti, avrebbero fermato il business, con gli indagati pronti a gestire gli affari anche dall’estero o mentre erano ai domiciliari, ma soprattutto con la capacità di sostituire in fretta un membro del gruppo finito in manette.
    E a quanto pare a piazzare cocaina nel centro lepino non erano gli unici.
    Anche se gli albanesi, alla luce delle conversazioni intercettate, erano convinti che non avevano da temere alcuna concorrenza, avendo una qualità di neve di gran lunga superiore a quella degli altri spacciatori.

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    Trovato con 27 chili di cocaina e armi, condanna annullata

    Annullata la condanna per il muratore albanese Qemal Shaskaj, un incensurato accusato di essere in possesso di 27 chili di cocaina, due pistole, un fucile a pompa e diverse munizioni.Era il 13 dicembre 2018 quando, in una villetta di Giulianello, frazione di Cori, il commissariato di Velletri e la squadra mobile fecero un blitz.
    Gli investigatori, supportati anche dalle unità cinofile di Nettuno, in alcune pertinenze dell’abitazione trovarono l’ingente quantitativo di droga e le armi e il muratore finì in manette.
    Una perquisizione compiuta indagando sulla morte del fratello dell’arrestato, Aniton Shaskaj, un pizzaiolo ucciso a Velletri nel 2016.
    Il muratore ha sempre sostenuto che sia la cocaina che le armi non fossero sue e il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Mario La Rosa, credendogli parzialmente, lo condannò soltanto per l’accusa di spaccio di droga a cinque anni di reclusione.
    Una sentenza confermata dalla Corte d’Appello, ma ora annullata dalla Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso del difensore dell’imputato, l’avvocato Oreste Palmieri.
    Dovrà essere celebrato un nuovo processo d’appello.

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    Dirty Glass, l’Antimafia spedisce altri 20 avvisi di garanzia

    Inviati dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma altri 20 avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta “Dirty Glass”.Dopo aver chiesto e ottenuto un processo con rito immediato per otto degli undici arrestati a settembre, un blitz che ha portato a descrivere un sistema criminale fatto di reati in materia fiscale e tributaria, violazioni della legge fallimentare, estorsione aggravata dal metodo mafioso, intestazione fittizia di beni, falso, corruzione, riciclaggio, accesso abusivo a sistema informatico, rivelazioni di segreto d’ufficio, favoreggiamento reale, turbativa d’asta, sequestro di persona e detenzione e porto d’armi da fuoco, gli inquirenti hanno ora chiuso un secondo filone d’indagine.
    I pm Corrado Fasanelli, Luigia Spinelli e Claudio De Lazzaro hanno inviato i 20 avvisi di garanzia all’imprenditore Luciano Iannotta, ritenuto il motore di una serie di reati su cui ha indagato la squadra mobile partendo da una denuncia di intimidazione presentata nel 2017 al commissariato di Terracina e poi considerata falsa, al figlio Thomas Iannotta, all’imprenditore Luigi De Gregoris, tutti di Sonnino, al poliziotto Ivano Stefano Altobelli, anche lui di Sonnino, a Giuseppe Giuliano Cavallo, di Villa di Briano, al fisioterapista Natan Altomare, di Latina, a Michele Tecchia, di Ottaviano, a Pasquale Pirolo, di Curti, a Gaetano Del Vecchio, di San Cipriano d’Aversa, al colonnello dell’Arma Alessandro Sessa, già coinvolto nel caso Consip, a Luigi Di Girolamo, finanziere di Priverno, al romano Fabio Zambelli, a Ermelinda Taiani, ad Adriano Franzese, ad Andrea Caputo, a Franco Pagliaroli, a Elena Del Genio, a Daniele Ruggiero, all’imprenditore Franco Cifra, di Latina, e alla società Italy Glass spa.
    Un filone d’inchiesta chiuso dopo che, per le accuse principali, sono già a giudizio sempre Luciano Iannotta, De Gregoris, Altomare, gli imprenditori Antonio e Gennaro Festa, Pio Taiani, lo stesso colonnello Sessa, e il maresciallo dell’Arma, Michele Carfora Lettieri, in un processo che avrà inizio il prossimo 9 febbraio.
    Nel secondo procedimento, l’Antimafia si è concentrata sulla falsa denuncia di intimidazione, su un falso che sarebbe stato compiuto a tale scopo a Sabaudia per attivare una scheda telefonica, sulle ipotesi di reati fallimentari relative alla Pagliaroli Vetri srl, sulle manovre attorno alla Taiani Group srl, sui reati tributari con la Pì&Dì srl, sulla promessa di una mazzetta da 25mila euro a un funzionario dell’Agenzia delle entrate per evitare un pignoramento a Iannotta, su ipotesi di autoriciclaggio di denaro, sulla promessa di una tangente da 50mila euro a Zambelli, impiegato della Corte dei Conti, sulle armi, sugli accessi abusivi alla banca dati interforze che avrebbe compiuto il finanziere Di Girolamo, in servizio all’aeroporto di Fiumicino, sulle soffiate relative a un’indagine per droga, su una truffa a Invitalia e sugli affari col clan Di Silvio.
    In pratica su tutti gli aspetti oggetto dell’inchiesta per cui gli indagati sono a piede libero.
    Ma l’inchiesta “Dirty Glass” non è conclusa e altri accertamenti vanno avanti.

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    Confermato l’ordine di abbattere il monumento a San Lidano

    Confermato anche dal Consiglio di Stato l’abbattimento di tutte le opere realizzate in piazza Duomo, a Sezze, per realizzare un monumento in onore di San Lidano d’Antena.Un provvedimento preso dal Comune dopo un lungo tira e molla, tra autorizzazioni concesse e poi revocate, e avallato dal Tar, respingendo il ricorso di don Massimiliano Di Pastina, che da tre anni sta cercando di realizzare davanti alla cattedrale uno spazio dedicato al Santo.
    I giudici amministrativi hanno respinto la richiesta del sacerdote, direttore dell’Archivio Capitolare della Cattedrale e del Museo Diocesano d’Arte Sacra di Sezze, di sospendere l’ordinanza con cui il Comune, il 4 settembre scorso, ha imposto la demolizione delle opere realizzate su area demaniale per l’installazione del monumento e per la riqualificazione della piazza del Duomo.
    Per il Tar, “il ricorso non appare sorretto dal requisito del fumus boni iuris, giacché l’attività edificatoria eseguita dal ricorrente sul demanio civico non appare sorretta da un valido titolo abilitativo”.
    Una vicenda che da due anni sta dividendo la città.
    Tra permessi concessi appunto e poi revocati, approfondimenti e fughe in avanti, fino a che la patata bollente è finita nelle mani del responsabile dell’ufficio tecnico comunale, Vincenzo Borrelli, che ha firmato l’ordinanza di demolizione e il ripristino dello stato dei luoghi, con lo sgombero delle aree di cantiere da persone e cose, per restituirle alla pubblica fruizione.
    Un abbattimento da realizzare entro trenta giorni.
    In caso contrario la demolizione sarà eseguita a cura del Comune e al sacerdote verranno poi addebitate le spese.
    Don Massimiliano di Pastena ha presentato appello al Consiglio di Stato, ma Palazzo Spada ha negato la sospensiva della sentenza impugnata.
    Per i giudici “non risulta sussistere un titolo che legittimi il predetto intervento edilizio su suolo pubblico, cosicché l’impugnato ordine di procedere alla demolizione delle opere realizzate sull’area demaniale non appare affetto dai vizi sollevati”.
    Il Consiglio di Stato ha infine stabilito che la domanda risarcitoria “per asserita violazione dell’affidamento” verrà valutata quando il caso verrà analizzato nel merito.

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    Attentati incendiari alla sindaca e alla sua vice, giudizio per tre

    Giudizio immediato per tre indagati nell’inchiesta sugli attentati incendiari subiti dalla sindaca di Sermoneta, Giuseppina Giovannoli, e dalla sua vice, Maria Marcelli.A distanza di quattro mesi dagli arresti, la Procura ha chiesto e ottenuto dal gip Giorgia Castriota un processo per il presidente della Pro Loco di Sermoneta, Giuseppe Gentile, accusato di essere il mandante dei roghi, Giovanni Bernardi, di Latina, ed Emanuel Poli, di Sermoneta, considerati gli esecutori materiali.
    La prima udienza per loro è fissata il prossimo 10 febbraio davanti al giudice del Tribunale di Latina, Maria Assunta Fosso.
    Secondo gli inquirenti, Gentile avrebbe agito non tollerando di essere stato ridimensionato nella gestione di alcuni eventi, perdendo il controllo sulla tradizionale Fiera di San Michele, e di aver dovuto rimuovere dalla piazzetta del paese le impalcature da un immobile dove stava realizzando un b&b, dopo quattro anni che occupava il suolo pubblico senza pagare un centesimo.
    Per il presidente, hanno specificano i carabinieri al momento degli arresti, si era trattato di “lesa maestà”, ritenendo che avrebbe dovuto ricevere qualcosa in cambio dopo aver sostenuto l’attuale amministrazione.
    Avrebbe così ordinato gli incendi delle auto delle due amministratrici.
    Prima quelle della Marcelli, il 7 e il 22 febbraio scorso, e poi, il 9 maggio, quella della Giovannoli.
    Gli investigatori ritengono inoltre che gli indagati stessero progettando anche di bruciare l’abitazione della sindaca.
    “In casi del genere non è minacciato l’amministratore come persona, ma tutta la comunità che deve amministrare”, ha dichiarato dopo l’esecuzione delle misure cautelari il colonnello Gabriele Vitagliano, ex comandante provinciale dei carabinieri di Latina.

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    Minacce al sindaco e agli addetti al cimitero: rinviato a giudizio

    Accusato di minacce, comprese quelle a un corpo politico, un 25enne di Terracina, Gianluca D’Amico, già noto alle forze dell’ordine, è stato rinviato a giudizio dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Mario La Rosa.Secondo gli inquirenti, due anni fa l’imputato avrebbe minacciato il sindaco di Priverno, Anna Maria Bilancia, un dipendente comunale addetto ai servizi cimiteriali e una dipendente della ditta “Ercolani Group”, che ha in appalto la gestione del cimitero nel centro lepino.
    Al sindaco il 25enne avrebbe fatto recapitare uno scritto anonimo, in cui oltre a insultare la Bilancia specificava: “Non sei stata di parola, sgozzeremo le tue figlie e tuo nipote”.
    Al dipendente comunale avrebbe invece scritto: “Farai una brutta fine, guardati le spalle. Non ci fermerete. Occhio”.
    E alla dipendente della “Ercolani”: “Farai una brutta fine. Ti accorceremo la lingua per sempre, Guardati le spalle”.
    Tutto, secondo gli inquirenti, per impedire o comunque per turbare l’attività di gestione del cimitero di Priverno.
    Gli scritti sono stati attribuiti al 25enne alla luce delle indagini svolte dai carabinieri di Priverno, che hanno anche acquisito diversi documenti ed effettuato intercettazioni telefoniche, e di una consulenza tecnica.
    Il giovane, difeso dall’avvocato Massimo Basile, respinge le accuse e a far luce sulla vicenda dovrà ora essere il Tribunale di Latina.

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    Contagiati dal Covid e morti nella Rsa, aperta un’inchiesta

    Aperta dalla Procura della Repubblica di Latina un’inchiesta sulla Rsa di Cori, dove in un mese sono morti 19 anziani, 18 dei quali dopo essere risultati positivi al Covid.Il procuratore capo Giuseppe De Falco ha aperto un fascicolo dopo che i familiari di una delle vittime hanno presentato una denuncia e ha delegato le indagini alla squadra mobile.
    Gli inquirenti, appurato che i morti sono molti di più, la maggior parte anziani originari di Roma, Latina e Cisterna, estenderanno però gli accertamenti e sulla vicenda sta effettuando delle verifiche anche l’Asl.
    Il focolaio è stato scoperto a fine ottobre e in totale allo stesso sono stati considerati riconducibili 85 contagi.
    Nella Rsa, gestita dal gruppo Giomi, l’Azienda sanitaria ha poi deciso di inviare anche dei pazienti Covid dimessi dagli ospedali che necessitano ancora di assistenza.
    Una decisione presa dopo la scoperta del focolaio, assicura il direttore generale Giorgio Casati, e potendo così trasformare la residenza sanitaria in una residenza Covid senza particolari rischi.
    In base agli accertamenti sinora compiuti dall’Azienda sanitaria, infine, a portare il virus nella struttura sarebbe stato un operatore, con ogni probabilità asintomatico, come accaduto anche in altri centri per anziani.
    E per evitare il ripetersi di tali situazioni la Regione Lazio e l’Asl hanno ora deciso di sottoporre a tampone, ogni 15 giorni, tutti quelli che lavorano nelle strutture per la terza età.

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