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    Rapina al supermercato Conad di Sezze: rinviato a giudizio

    Accusato della rapina messa a segno il 27 giugno 2018 al supermercato Conad di via Fanfare, a Sezze, Domenico Marchetti è stato rinviato a giudizio dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giuseppe Cario.
    L’imputato, secondo gli inquirenti, è uno dei due autori del colpo, compiuto in pieno giorno, quando due malviventi, con il volto camuffato con bavagli e occhiali da sole, armati di un coltello e di una pistola, entrarono nell’attività commerciale e, minacciando una cassiera, si fecero consegnare l’incasso.
    Un bottino di circa quattromila euro.
    I malviventi si diedero poi alla fuga a piedi su via Ninfina.
    Dalle indagini, e in particolare dall’analisi delle telecamere di sorveglianza del supermercato, gli inquirenti si sono convinti che uno dei due rapinatori fosse Marchetti, che dovrà ora affrontare un processo.
    La prima udienza, davanti al Tribunale di Latina, è fissata per il 4 maggio dell’anno prossimo.

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    Attentati a sindaca e vice, primo processo e prima condanna

    Per gli attentati incendiari ai danni della sindaca di Sermoneta, Giuseppina Giovannoli, e della sua vice, Maria Marcelli, è arrivata la prima sentenza ed è una sentenza di condanna a quattro anni di reclusione.
    A pronunciarla, nei confronti del presunto esecutore materiale degli atti intimidatori, Emanuel Poli, 44enne del posto, è stato il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota.
    Era fine settembre quando i carabinieri arrestarono il 56enne Giuseppe Gentile, presidente della Pro Loco di Sermoneta, e gli altri coindagati.
    Per gli inquirenti, i roghi delle auto delle due amministratrici erano stati ordinati da Gentile, non tollerando di essere stato ridimensionato nella gestione di alcuni eventi, perdendo il controllo sulla tradizionale Fiera di San Michele, e di aver dovuto rimuovere i ponteggi dalla piazzetta del paese dopo quattro anni che occupava quello spazio, dove stava realizzando un b&b, non pagando il suolo pubblico.
    Il 7 e il 22 febbraio dell’anno scorso vennero bruciate le auto della vice sindaca Marcelli e il 9 maggio successivo quella della sindaca Giovannoli.
    Secondo gli inquirenti, tra l’altro, gli indagati stavano progettando un gesto ancor più eclatante, quello di incendiare l’abitazione della Giovannoli.
    Finirono quindi in carcere Gentile, il pregiudicato Giovanni Bernardi, 41enne di Latina, e Poli, un barista.
    Ora la condanna del 44enne, superiore a quella a 3 anni e 3 mesi chiesta dal pm Martina Taglione.
    Al barista sono però stati concessi i domiciliari.
    Gentile e Bernardi, che non hanno optato per riti alternativi, verranno invece giudicati dal Tribunale di Latina il prossimo 17 maggio.

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    Omnia 2, arresti domiciliari per il custode del cimitero e per Panfilio

    Alleggerite dal Riesame le misure cautelari disposte per sei indagati nell’inchiesta denominata Omnia2, relativa al sistema corruttivo che sarebbe stato messo in piedi attorno al cimitero di Sezze.
    Il Tribunale della libertà ha concesso i domiciliari a Fausto Castaldi, custode del cimitero e al centro delle indagini, e all’ex dirigente comunale Maurizio Panfilio, difesi dagli avvocati Giuseppe Avvisati, Antonio Orlacchio e Renato Archidiacono.
    Per l’imprenditore Fausto Perciballe, l’imprenditore Antonio Castaldi, figlio del custode, e i fratelli Giusino e Gianni Cerilli, titolare di un’agenzia di pompe funebri, difesi dagli avvocati Giancarlo Vitelli, Alessia Righi, Orlacchio, Avvisati e Italo Montini, la misura degli arresti domiciliari è invece stata sostituita con il divieto di esercitare l’attività imprenditoriale.

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    Collina degli Ulivi, errori in serie da parte del Comune

    Annullata dal Tar di Latina l’ennesima ordinanza di demolizione emessa dall’ufficio urbanistica del Comune di Cori e a quanto emerge dalla sentenza ancora una volta per una serie di errori compiuti nell’attività di antiabusivismo edilizio portata avanti dall’ente locale.
    La vicenda riguarda la lottizzazione “Collina degli Ulivi”, in via Roma, sequestrata a fine ottobre 2018 dai carabinieri del Nipaaf di Latina, su ordine del procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e del sostituto procuratore Giuseppe Miliano, ipotizzando i reati di lottizzazione abusiva, abuso d’ufficio e falso.
    Un sequestro poi annullato in parte dal Tribunale del Riesame e una vicenda per cui sono imputati, davanti al Tribunale di Latina, l’ex sindaco di Cori, Tommaso Conti, l’ex dirigente comunale del settore urbanistica, Vincenza Ballerini, il progettista della lottizzazione, Pietro Carucci, e i due proprietari degli immobili, Antonino e Giancarlo Nardocci.
    Secondo gli inquirenti il piano, anche con la complicità dell’allora primo cittadino, ha subito delle modifiche in corso d’opera non autorizzate e vi sarebbero ulteriori criticità.
    Partite le indagini, lo stesso Comune tre anni fa aveva quindi emesso un’ordinanza di sospensione dei lavori e poi un’ordinanza di demolizione e rispristino per le opere compiute, imponendo ai due proprietari, al costruttore e al progettista di provvedere agli abbattimenti a proprie spese entro novanta giorni.
    Un provvedimento preso dal responsabile dell’urbanistica del Comune di Cori, l’ing. Luca Cerbara, che è stato però prima sospeso e ora annullato dal Tar, a cui hanno fatto ricorso Antonino e Giancarlo Nardocci, difesi dall’avvocato Michela Scafetta, e a cui ha dato appoggio la ditta DMC s.r.l., difesa dagli avvocati Tommasina Sbandi e Maria Rosaria Pistilli.
    Un ricorso in cui è stata impugnata anche la nota municipale del 27 aprile 2020, che ha rigettato la richiesta di permesso di costruire presentata in relazione al lotto n. 15 del piano di lottizzazione, ritenendo necessaria la presentazione di una nuova proposta di piano che tenga conto delle variazioni apportate ai lotti n. 17 e 18.
    I ricorrenti hanno sostenuto che l’ordine di demolizione è nullo perché riguarda un fabbricato oggetto di sequestro penale, ma tale motivo è stato bollato come infondato.
    Fondato invece è risultato il resto, tanto da portare i giudici ad annullare gli atti impugnati.
    I ricorrenti hanno infatti evidenziato che l’ordine di demolizione è stato disposto senza aver mai provveduto al preventivo annullamento in autotutela delle segnalazioni certificate di inizio attività.
    In tal modo è stato ordinato di demolire qualcosa che ancor oggi è legittimato da titoli abilitativi edilizi non annullati.
    Nonostante il sequestro e il processo in corso, insomma, il Comune ha ordinato di abbattere dei manufatti considerati frutto di abusi e falso senza prima annullare gli atti che li avevano legittimati e che così continuano a legittimarli.
    “Nel caso di specie – si legge nella sentenza – come rilevato da parte ricorrente ed evincibile dal fascicolo di causa, il Comune di Cori risulta aver sì avviato un procedimento di riesame degli effetti autorizzatori delle suddette s.c.i.a. che tuttavia, alla data di passaggio in decisione del presente giudizio, non si è ancora concluso con l’adozione di un formale provvedimento di annullamento d’ufficio”.
    Quasi due anni e mezzo dal momento in cui sono stati apposti i sigilli, all’ente locale, a quanto pare, non sono stati sufficienti per provvedere.
    E sempre i giudici: “Ne consegue che il Comune resistente ha sanzionato con la riduzione in pristino un’attività edificatoria privata, posta in essere sulla base di titoli edilizi previsti dalla legge, i cui effetti abilitativi non sono stati però formalmente inibiti o rimossi”, dunque con “palese eccesso di potere, essendo del tutto irragionevole ingiungere la demolizione di opere ancora legittimate da un titolo abilitativo“.
    Nella stessa sentenza vengono poi indicati un’altra serie di errori in cui sarebbe incappato il settore urbanistica del Comune di Cori, tanto che il Tar parla di un’azione amministrativa “viziata” e del recente diniego di permesso di costruire dato “senza una base giuridica, essendo il piano di lottizzazione e la relativa convenzione urbanistica, incluse le modifiche derivanti dalle s.c.i.a., ancora validi ed efficaci”.
    Tutto annullato dunque e l’ente locale condannato pure a pagare seimila euro di spese di giudizio.

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    Lottizzazione a Valle Rita, l’intervento dei proprietari

    Riceviamo e pubblichiamo:
    In riferimento all’articolo giornalistico apparso sul portale h24 Notizie del 20.3.21 dal titolo “Un cavillo salva una lottizzazione in odore di abuso a Valle Rita” la famiglia del defunto M. R. rappresenta quanto segue: L’articolo giornalistico in oggetto, sia nel titolo (Un cavillo salva una lottizzazione in odore di abuso a Valle Rita) sia nel contenuto lede la memoria del suddetto defunto M.R. che appare come un furbetto abusivo che la scampa grazie ad un “cavillo burocratico”.
    L’articolo invece di rappresentare la sentenza del Tar in tutti i suoi aspetti, mette in evidenza solo l’aspetto burocratico relativo al mancato annullamento della lottizzazione nel termine di legge dei 18 mesi, che è il tempo massimo previsto che la legge concede al Comune per annullare una lottizzazione che dovesse ritenere illegittima.
    A parte che questo aspetto non è proprio un “cavillo” in quanto se il Comune approva una lottizzazione e poi a seguito di ciò rilascia un permesso di costruire, non può pretendere che la persona stia ferma ad aspettare 18 mesi per iniziare a costruire.
    Nel caso di specie il Comune, dopo aver approvato la lottizzazione, non ha detto niente non per 18 mesi ma addirittura per 4 anni e 5 mesi ( lottizzazione approvata il 10.02.2015 – permesso di costruire del 26.01.2018- ordinanza di demolizione del 12.07.2019 a firma Ing., Cerbara) e poi stranamente viene a dire che la lottizzazione non era corretta quando il fabbricato residenziale è già quasi completato.
    Ebbene nell’articolo non si esplicita che il Tribunale Amministrativo, oltre a ricordare che i 18 mesi sono un congruo lasso di tempo concesso dalla legge all’Ente pubblico per correggere eventuali errori che possa aver commesso nel rilasciare l’autorizzazione, ma che sono anche un limite temporale oltre il quale bisogna pur cominciare a considerare l’interesse del privato che ha confidato in buona fede nella correttezza dell’amministrazione, entra anche nel merito della procedura di approvazione seguita dal Rup dell’epoca.
    Infatti il Tar, nel richiamare il ricorso di M.R., che ripercorre l’iter burocratico di approvazione, riconosce che il Rup dell’epoca, Arch. Ballerini, ha interpretato correttamente la legge 36/87 art.1bis, recuperando le manchevolezze della prima approvazione del 10.2.2015 messe in evidenza dalla Regione, la quale aveva richiesto una rettifica catastale del perimetro della lottizzazione e l’acquisizione dei pareri vincolanti e propedeutici (ASL, USI CIVICI e VAS: pareri tutti in capo all’ufficio tecnico) e ancora mancanti.
    Quindi la modifica della lottizzazione è stata conforme al PRG, come variante non essenziale senza alcun abuso e senza alcuna sostituzione di tavole.
    In conclusione il TAR ha accolto il ricorso di M.R. annullando le ordinanze di sospensione e demolizione; e inoltre, per finire, occorre precisare che lo stesso ha costruito un’abitazione di volumetria anche inferiore a quella consentita dalla legge.
    La famiglia del defunto M.R.

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    Sistema corruttivo in Abruzzo, arrestato direttore dei lavori delle Sipportica

    Induzione indebita a dare o promettere utilità, istigazione alla corruzione, tentato peculato, turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio.Queste le ipotesi di reato formulate dalla Procura di Avezzano in un’inchiesta sull’amministrazione comunale di Celano, culminata la scorsa settimana con 25 arresti di amministratori, funzionari comunali, liberi professionisti e imprenditori.
    Un’indagine che, secondo il gip Maria Proia, ha svelato “l’esistenza di un sistema clientelare, fondato su amicizie, conoscenze ed interesse con alcuni imprenditori o cittadini, in totale dispregio dei criteri di imparzialità, trasparenza e buon andamento della pubblica amministrazione, piegando, di fatto, l’interesse pubblico a quello di pochi”.
    Tra gli indagati arrestati dai carabinieri anche l’ing. Livio Paris, direttore dei lavori a Cori per il restauro delle Sipportica, la strada medievale coperta da tempo a rischio crollo.
    Incarico da 130mila euro.
    “Un’inchiesta inerente vicende che interessano il comune di Celano e che non ha nulla a che vedere con l’importante appalto del Comune di Cori per il recupero delle Sipportica – ha dichiarato con un post su Facebook il sindaco Mauro De Lillis – ha purtroppo portato agli arresti domiciliari del direttore dei lavori del cantiere.
    Una vicenda che, ripeto, pur non coinvolgendo il nostro Comune, non ci lascia indifferenti ma amareggiati per l’accaduto.
    Tuttavia ,gli uffici comunali procederanno celermente ad adottare tutte le misure per il cambio del responsabile di cantiere e continuare la messa in sicurezza ed il restauro dell’antico porticato medievale.
    Un’opera che riporterà alla vita un’area centrale del centro storico di Cori, sprigionando tutta la bellezza e il fascino di un antico luogo del Paese”.
    E a quanto pare non è l’unico cantiere per cui il Comune di Cori deve trovare un sostituto.
    All’ing. Paris l’ente locale lepino ha infatti affidato anche i servizi tecnici per gli interventi di adeguamento sismico della scuola media di via Vittorio Veneto, un incarico da oltre 147mila euro.
    E sempre allo studio Paris il Comune di Cori ha affidato anche i servizi tecnici per la mitigazione del rischio idrogeologico del versante fosso dei Pischeri e piazza Fontanaccia a Giulianello, per 39mila euro.
    Un incarico quest’ultimo revocato ad agosto ma poi riassegnato all’ingegnere di Avezzano a settembre.

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    Estorsione, niente sconti ai Di Silvio: processo da rifare

    Niente sconti ai Di Silvio.La Cassazione, accogliendo il ricorso della Procura generale, ha annullato la sentenza emessa il 7 novembre 2019 dalla Corte d’Appello di Roma sull’estorsione compiuta dai fratelli Ferdinando “Pupetto” e Samuele Di Silvio, limitatamente al mancato riconoscimento dell’aggravante mafiosa.
    E su tale aspetto i due imputati dovranno affrontare un nuovo processo d’appello.
    Dall’estorsione al centro di tale procedimento, compiuta dopo che la vittima aveva avuto dei problemi relativi all’affitto di un locale a Monticchio, nel Comune di Sermoneta, è decollata l’inchiesta “Alba Pontina”.
    Renato Pugliese, figlio del boss Costantino Cha Cha Di Silvio, anche lui arrestato, decise di collaborare con la giustizia e a fianco al clan di origine nomade è iniziata a comparire stabilmente la parola mafia.
    Difficile a quel punto escludere l’aggravante, un particolare che aveva visto le condanne di “Pupetto” e Samuele ridotte a 5 anni e mezzo di reclusione a testa da, rispettivamente, 8 e 9 anni.
    A un 48enne di Latina, che aveva preso in locazione il locale di Monticchio, erano stati chiesti, il 19 settembre 2016, 15mila euro da Agostino Riccardo, pregiudicato del capoluogo pontino, poi diventato anche lui collaboratore di giustizia, per evitare di essere aggredito dai due Di Silvio.
    Una richiesta scesa successivamente a cinquemila euro e che alla fine avrebbe visto il gruppo accontentarsi di duemila euro, non avendo il ristoratore altro denaro in quel momento.
    Con “Pupetto” che avrebbe detto alla presunta vittima: “Ma lo sai chi sono io? Io sono quello che ha sparato a Zof. E me la sto rischiando a parlare con te perché non potrei nemmeno uscire di casa”.
    La Cassazione ha specificato che, per quanto riguarda l’aggravante mafiosa, vanno considerati la “natura della minaccia spiegata” e l’effetto della stessa “sulla sensibilità del soggetto passivo”.
    Ancora: “Proprio il richiamo ad attività compiute da più soggetti all’interno di un area territoriale è circostanza significativa della volontà degli agenti di arrecare una maggiore intimidazione al soggetto passivo il cui stato di timore è determinato non soltanto dalla natura della richiesta ma, altresì, dall’evocazione delle modalità operative criminali del gruppo”.
    I paletti fissati sono chiari: “Il giudice di merito dovrà fare riferimento alle modalità di attuazione della richiesta estorsive intimidatoria, al numero di soggetti coinvolti, ai fatti rappresentati dagli autori all’indirizzo della vittima che, ove significativi del coinvolgimento di un gruppo criminale organizzato capace di esercitare il controllo di un determinato territorio o comunque di attuare attività delittuose nello stesso, manifestano nell’esecuzione del fatto illecito proprio lo sfruttamento del tipico metodo mafioso”.
    Soprattutto considerando che “gli autori dei fatti agirono in gruppo e precisamente in quattro persone, obbligarono la persona offesa ad incontrarli in un luogo appartato ed al di fuori dalla visione di altri, erano soggetti di cui la persona offesa conosceva l’inserimento in contesti criminali operanti nella città di Latina e di cui aveva appreso leggendo le cronache locali, fecero espresso riferimento ad un grave fatto di sangue di cui reclamarono essere stati autori, poi risultato essere avvenuto nell’ambito di conflitti tra diverse bande criminali, Di Silvio Samuele fece espresso riferimento alla notorietà del gruppo cui appartenevano ed alla natura della loro famiglia”.
    Nuovo giudizio dunque, ma con la Corte d’Appello di Roma che dovrà attenersi ai principi sanciti dalla Suprema Corte.
    In pratica un verdetto già scritto.

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    Tragedia durante i lavori per la fibra ottica, due rinvii a giudizio

    A distanza di quasi due anni e mezzo dalla tragedia sul lavoro consumatasi in via Madonna delle Grazie, a Sermoneta, dove un operaio che stava lavorando su un cavo Telecom precipitò da un’altezza di circa sei metri e morì dopo due settimana di agonia, il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota, ha disposto due rinvii a giudizio.A dover affrontare un processo, con l’accusa di omicidio colposo e violazione alle norme sulla sicurezza sul lavoro, sono Roberto Balzi, rappresentante della ditta di Genzano esecutrice dei lavori e della ditta appaltatrice, e Antonio Covarelli, direttore dei lavori.
    Vittima dell’incidente, il 3 ottobre 2018, l’operaio Eligio Leoni, 61enne di Velletri.
    Soccorso dal 118, l’operaio venne trasportato in eliambulanza al San Camillo di Roma, dove morì il 16 ottobre successivo.
    La vittima si stava occupando dell’installazione di un tubo aereo necessario a contenere i cavi della fibra ottica, lavorando su un palo telefonico in legno.
    La prima udienza del processo è fissata per il prossimo 1 luglio davanti al giudice del Tribunale di Latina, Enrica Villani.

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    Interventi antisismici, congelato l’appalto per la scuola elementare

    Congelato l’appalto per l’adeguamento e il miglioramento sismico finalizzati a verificare la vulnerabilità della scuola elementare in via Marconi, a Cori.Il Tar di Latina ha accolto la richiesta della società abruzzese Vema Progetti srl e sospeso la determina con cui, il 29 dicembre scorso, il Comune ha aggiudicato in via definitiva il contratto relativo ai servizi tecnici di progettazione preliminare, definitiva, esecutiva, misura e contabilità e coordinamento della sicurezza in fase di progettazione, geologo, indagini, studi e sondaggi degli interventi all’associazione temporanea d’imprese costituita tra l’architetto Pasquale Barone, l’ing. Anna Maria Miracco, il dott. Marco Iannini, la Geo. Geotecnica e geognostica srl e la Geoplanning Servizi per il territorio srl.
    I giudici, a un primo esame del ricorso con cui la Vema ha impugnato l’aggiudicazione e tutti gli atti di gara, hanno ritenuto che lo stesso sia fondato, come emergerebbe da “evidenti elementi”, specificando che le “attività di supporto alla progettazione attengono ad attività meramente strumentali alla progettazione (indagini geologiche, geotecniche e sismiche, sondaggi, rilievi, misurazioni e picchettazioni, predisposizione di elaborati specialistici e di dettaglio, con l’esclusione delle relazioni geologiche nonché la sola redazione grafica degli elaborati progettuali), ma non sono attività di progettazione in senso stretto”.
    Il ricorso verrà esaminato nel merito il prossimo 9 giugno e il Comune di Cori è stato intanto condannato a pagare 1.500 euro di spese di giudizio.

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    Da Don’t touch a Reset, ricostruito il sistema che terrorizzava Latina

    Con gli esponenti delle famiglie di origine nomade Di Silvio e Ciarelli finiti in carcere dopo le indagini seguite alla guerra criminale del 2010 e culminate nel processo “Caronte”, i Travali, anche loro un clan nomade che ha messo radici a Latina, hanno cercato di accaparrarsi la fetta più grande possibile di affari nel capoluogo pontino, partendo dalle piazze di spaccio.Per riuscire nel loro obiettivo hanno tentato in ogni modo di mostrare la loro forza, diventando anche loro un’organizzazione dai tratti mafiosi, arrivando persino a uccidere.
    Questo il filo rosso che hanno seguito gli investigatori della squadra mobile, partendo da quanto emerso nell’inchiesta del 2015 denominata Don’t Touch, con a capo Costantino Cha Cha Di Silvio ed esponenti dell’ala militare dell’associazione per delinquere proprio i Travali, per poi approfondire tutta una serie di episodi e le stesse dichiarazioni fatte dai collaboratori di giustizia.
    Accertamenti lunghi e complessi, che hanno dato vita all’inchiesta denominata “Reset”, con oltre 30 indagati, e che ha portato il gip del Tribunale di Roma, Andrea Fanelli, a ordinare, come chiesto dai pm antimafia Barbara Zuin, Corrado Fasanelli e Luigia Spinelli, 19 arresti.
    Gli inquirenti, alla luce delle nuove indagini, sono ormai convinti che fossero associazioni per delinquere di stampo mafioso tanto quella di Armando Lallà Di Silvio, al centro del processo “Alba Pontina”, che quella di Cha Cha, nonostante la contestazione all’epoca sia stata quella di una semplice organizzazione criminale e con tale accusa siano state emesse le condanne.
    “Le estorsioni realizzate dal gruppo criminale riconducibile a Di Silvio Costantino e Angelo Travali – sottolinea il giudice Fanelli – sono state messe in atto in modo seriale, con cadenza quasi giornaliera, andando a colpire cittadini e imprenditori, cui è stato sufficiente conoscere l’appartenenza o la vicinanza degli estorsori al gruppo Di Silvio-Travali per assoggettarsi alle richieste intimidatorie”.
    A pesare ancora una volta le dichiarazioni dei pentiti Renato Pugliese, figlio di Cha Cha, e Agostino Riccardo, che hanno consentito agli inquirenti di far luce sul traffico di droga di cui ora sono accusati i Travali, indicando come fornitore della cocaina Gianluca Ciprian, un anno fa arrestato in Spagna con un carico di droga e sfuggito a Sezze al duplice omicidio di Alessandro Radicioli e Tiziano Marchionne, Luigi Ciarelli per l’hashish e l’imprenditore di nazionalità romena Valerio Cornici, con socio in affari Alessandro Zof, già imputato per il duplice omicidio al Circeo, per la marijuana.
    L’organizzazione avrebbe inoltre smerciato droga anche nelle piazze di spaccio di Cisterna, tramite Fabio Benedetti, Sezze, tramite Ermes Pellerani, e Aprilia, tramite Cristian Battello.
    Angelo Travali avrebbe comandato anche dal carcere.
    Un altro pentito, Maurizio Zuppardo, ha riferito ad esempio che nel 2019 proprio Travali, detto “Palletta”, avrebbe ordinato alla sorella Valentina Travali di portare in carcere 50 grammi di cocaina.
    Ma del resto lo stesso, nell’inchiesta “Astice”, è finito accusato di essere riuscito a corrompere un agente della penitenziaria per poter avere benefici nella casa circondariale.
    I pentiti hanno poi evidenziato i legami dei Travali con la camorra e nello specifico dell’utilizzo come copertura del locale “New King” di Terracina da parte di Giuseppe Travali, padre di “Palletta”, che gestiva lo stesso locale insieme a Eduardo Marano e al figlio Gennaro, imparentato per parte di madre con il clan Licciardi di Masseria Cardone, aggiungendo anche che da fornitori i Marano erano diventati acquirenti di sostanze stupefacenti dai Travali.
    E nuove accuse sono state mosse proprio dai collaboratori di giustizia al poliziotto Carlo Ninnolino, considerato la talpa che faceva soffiate alla famiglia nomade e assolto in Don’t touch.
    Numerose poi anche in “Reset” le estorsioni contestate agli indagati.
    Sia per fare cassa che soltanto per esibire potere.
    Il titolare di un’azienda agricola di Aprilia, che vantava un credito di 350mila euro nei confronti di una nota società di Latina, sarebbe stato attirato in trappola da un suo conoscente, un imprenditore che gestisce un’agenzia di sicurezza privata a Sabaudia, candidato anche alle ultime elezioni a Terracina, e costretto a cedere alla fine tra i 150mila e i 180mila euro a Francesco Viola.
    Il titolare di un’agenzia di scommesse di Latina sarebbe invece stato costretto a far fare scommesse al gruppo criminale per migliaia di euro senza pagare: “Quando ho provato a dire loro che era il caso che pagassero, mi rispondevano di fare ciò che dicevano e basta. Non è stato necessario che facessero minacce esplicite, perché io sapevo chi erano loro e ciò bastava a terrorizzarmi”.
    Gli indagati avrebbero acquistato anche il pane e cenato in ristoranti di un noto imprenditore senza pagare, sfruttando anche il fatto che il padre di quest’ultimo era da tempo sotto usura per un prestito chiesto a Viola.
    Il ristoratore alla fine lo ha dichiarato alla Polizia: “Viola, esattamente come i fratelli Angelo e Salvatore Travali, venivano a mangiare e non pagavano immediatamente, ma mi davano i soldi quando io ritenevo che il conto fosse diventato troppo alto”.
    Ancora: “Non ho mai denunciato questi fatti per due ordini di motivi. Il primo è che prima dell’indagine Don’t touch io, come tutta la città, non mi fidavo della Polizia, perché era ritenuta collusa con i criminali e in particolare con il gruppo a cui apparteneva Viola che, da alcuni anni e sino a Don’t touch, era percepito come il padrone della città anche perché costoro avevano le mani in pasta dappertutto, anche con la politica. Era quest’ultima circostanza nota alla città intera, nel senso che tutti sapevano che grazie alle loro entrature politiche, a parte le attività di attacchinaggio che avevano monopolizzato nelle varie campagne elettorali, potevano avere appalti con le varie cooperative. In secondo luogo, avendo all’epoca due attività commerciali, non volevo avere problemi”.
    Una vicenda tra l’altro che, come sostenuto dai pentiti, si sarebbe chiusa solo con l’intervento a difesa dell’imprenditore di Carlo Maricca, noto pregiudicato indagato per l’omicidio di Ferdinando Di Silvio detto Il Bello.
    Ed estorsioni, tra le tante, sono state scoperte anche ai danni di due avvocati, di un noto negozio di griffe e del titolare di una nota gioielleria del centro di Latina, in cui Cha Cha e i Travali sarebbero stati soliti prendere gioielli e orologi per decine di migliaia di euro senza pagare un centesimo.
    Un vero e proprio sistema.
    Tanto che un ottico del centro, anche lui vittima di estorsioni, ha dichiarato alla Mobile: “In alcune occasioni le persone che ho citato, venendo a comprare gli occhiali, determinavano il prezzo, nel senso che mi dicevano quale prezzo potevano pagare e io accettavo”.
    Riccardo ha inoltre specificato a proposito del titolare di un distributore di benzina: “Sono anni e anni che Travali Angelo, Viola Francesco, Salvatore Travali, Guerino Di Silvio, Vera Travali, mettono benzina e non pagano. Inoltre Viola gli ha levato 7000 euro sempre con le estorsioni”.
    Un’organizzazione disposta anche a uccidere per mostrare la propria forza, come nel caso dell’omicidio di Adrian Ionut Giuroiu compiuto dai fratelli Ranieri.
    Riccardo ha riferito delle confidenze ricevute da Angelo Travali: “Partecipò all’omicidio dando aiuto ai fratelli Ranieri per far vedere che sul territorio c’era la famiglia Travali e non altre famiglie”.
    Un’organizzazione che ha terrorizzato Latina, ma prima con “Don’t touch” e poi con “Reset” la risposta da parte dello Stato è arrivata.

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    Smokin’ fields, slitta la decisione sulle 22 richieste di giudizio

    Slitta la decisione sui 22 imputati nell’inchiesta “Smokin’ fields”.Sfruttando referti rilasciati da un laboratorio analisi compiacente, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Roma rifiuti inquinanti sarebbero stati spacciati per compost con cui fertilizzare i terreni e sarebbero stati sotterrati in diversi fondi agricoli a Pontinia, Maenza, Sabaudia e Cori, in provincia di Latina, Roma e Ardea.
    Una serie di illeciti, quelli contestati dagli inquirenti, che vedono al centro l’azienda di compostaggio Sep di Pontinia, su cui si sono concentrate le indagini dei carabinieri del Nipaaf e della polizia stradale di Aprilia, culminate con il sequestro di tre aziende, terreni e automezzi, oltre a un milione di euro considerato il frutto degli affari proibiti che avrebbero fatto fumare i campi agricoli, come evidenziato nel nome scelto per l’inchiesta.
    Mancando alcune notifiche agli imputati, il giudice Gerardi ha però dovuto rinviare l’udienza preliminare al prossimo 21 aprile.
    A rischiare il rinvio a giudizio diciotto persone e quattro aziende, ovvero la Sep di Pontinia, la Sogerit sempre di Pontinia, e le romane Demetra e Adrastea.
    I pm antimafia Alberto Galanti e Rosalia Affinito hanno chiesto un processo, tra gli altri, per Vittorio Ugolini, noto imprenditore impegnato nel settore dei rifiuti, e il figlio Alessio, al timone della Sep, per l’ex dirigente regionale Luca Fegatelli, già coinvolto nel processo “Cerronopoli” e diventato consulente di Ugolini, e per Sergio Mastroianni, titolare del laboratorio Osi di Isola del Liri, che analizzava il compost.
    Potranno costituirsi parte civile il Ministero dell’ambiente, la Regione Lazio, i Comuni di Roma, Ardea, Pontinia, Cori, Maenza e Sabaudia, i comitati di Pontinia e i cittadini di Ardea che, nel 2018, notando uno strano traffico di camion e odori nauseabondi provenienti dai campi in via Montagnano, tramite l’avvocato Francesco Falco presentarono subito un esposto alla Procura di Velletri.

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