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    Percosse, arriva la condanna definitiva per la Ventriglia

    Condanna definitiva per Daniela Ventriglia, attualmente dirigente comunale a Latina, ritenuta responsabile del reato di percosse.La dirigente, che ha lavorato in diversi Comuni pontini, è stata condannata dal Giudice di pace e la sentenza è stata confermata prima dal Tribunale di Latina e poi dalla Cassazione, che ha dichiarato inammissibile il ricorso con cui la difesa dell’imputata aveva chiesto la derubricazione del reato in quello di ingiurie.
    La Suprema Corte ha specificato che “quanto alla qualificazione giuridica corretta dei fatti oggetto della imputazione, va evidenziato che la condotta ascritta alla Ventriglia è quella di aver colpito alla spalla la persona offesa, percuotendola con una borsa portadocumenti”.
    I fatti sono relativi al giorno in cui la dirigente comunale venne rinviata a giudizio per i presunti abusi e le presunte omissioni di atti d’ufficio relativamente alle assegnazioni dei lotti nell’area artigianale di Roccagorga, dove era segretario comunale.
    Uscendo dall’aula Ventriglia colpì la parte lesa in quel procedimento.
    Il processo per i lotti in località Prunacci, tre anni fa, si è poi concluso davanti al Tribunale di Latina con proscioglimenti per intervenuta prescrizione, come nel caso della stessa Ventriglia, e assoluzioni nel merito.
    Il procedimento era nato dal caso di un frantoio che sarebbe rimasto senza uno spazio a disposizione per la propria attività.
    Erano scattate le accuse per tutti quei lotti concessi invece ad aziende che, trascorsi anche anni dall’assegnazione, non avevano realizzato alcun insediamento.
    E, accusati di abuso o omissione d’atti d’ufficio, erano finiti imputati l’allora segretario comunale, Daniela Ventriglia, e i dirigenti comunali alternatisi alla guida dell’area tecnica, il geometra Venanzio Basilico e l’ing. Carlo Viglialoro.
    Risalendo i fatti al periodo compreso tra il 2007 e il 2009, conclusa l’istruttoria, larga parte degli episodi incriminati sono però risultati prescritti.

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    Tar sulla stessa linea del Comune: abbattere la statua del Santo patrono

    Va abbattuta la statua del Santo patrono. O meglio vanno demolite tutte le opere realizzate in piazza Duomo per realizzare un monumento in onore di San Lidano d’Antena.Lo ha deciso il Comune dopo un lungo tira e molla, tra autorizzazioni concesse e poi revocate, e ora lo ha stabilito pure il Tar, respingendo il ricorso di don Massimiliano Di Pastina, che da due anni sta cercando di realizzare davanti alla cattedrale uno spazio dedicato al Santo.
    I giudici amministrativi hanno respinto la richiesta del sacerdote, direttore dell’Archivio Capitolare della Cattedrale e del Museo Diocesano d’Arte Sacra di Sezze, di sospendere l’ordinanza con cui il Comune, il 4 settembre scorso, ha imposto la demolizione delle opere realizzate su area demaniale per l’installazione del monumento e per la riqualificazione della piazza del Duomo.
    Per il Tar, “il ricorso non appare sorretto dal requisito del fumus boni iuris, giacché l’attività edificatoria eseguita dal ricorrente sul demanio civico non appare sorretta da un valido titolo abilitativo“.
    Una vicenda che da due anni sta dividendo la città. Tra permessi concessi appunto e poi revocati, approfondimenti e fughe in avanti, fino a che la patata bollente è finita nelle mani del responsabile dell’ufficio tecnico comunale, Vincenzo Borrelli, che ha firmato l’ordinanza di demolizione e il ripristino dello stato dei luoghi, con lo sgombero delle aree di cantiere da persone e cose, per restituirle alla pubblica fruizione.
    Un abbattimento da realizzare entro trenta giorni.
    In caso contrario la demolizione sarà eseguita a cura del Comune e al sacerdote verranno poi addebitate le spese.
    Ma a questo punto non è escluso che don Massimiliano di Pastena decida di appellarsi al Consiglio di Stato.
    Il braccio di ferro attorno alla statua del patrono potrebbe essere ancora lungo e dagli esiti incerti.

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    Malasanità: 2 milioni e 700mila di risarcimenti per i casi di sei pontini

    In arrivo 2 milioni e 700mila di risarcimenti per i casi di 6 pontini residenti fra Cisterna, Sezze, Latina, Pontinia, Formia e Sabaudia, rimasti infettati decenni fa a causa di trasfusioni contaminate effettuate in ospedale. A renderlo noto è l’avvocato Renato Matterelli, specialista in casi di malasanità. Che rimarca: “Ci sono voluti complessivamente 266 anni di ritardi prima di essere risarciti”. “Finalmente, fra novembre 2020-gennaio 2021, una donna e 4 uomini in vita e uno deceduto (o meglio i suoi eredi) sono stati e saranno pagati dallo Stato italiano condannato dal Tribunale e dalla Corte di appello di Roma a risarcimenti per la cosiddetta ‘Epidemia silenziosa del sangue infetto’”, spiega il legale.
    Tra il 1972 e il 1982, i sei pontini vennero infettati da emotrasfusioni contaminate dal virus dell’epatite B e C durante ricoveri presso gli ospedali di Cori, Latina, Formia e un nosocomio del nord.
    “Una tragedia umana, sociale e sanitaria pontina che unisce fra loro persone che non si sono mai conosciute né incontrate nel decennio dei loro ricoveri, ricompreso a sua volta nel trentennio più drammatico della sanità italiana (metà degli anni ‘60 – ‘90)”, evidenzia Mattarelli.
    L’avvocato che ha seguito i casi – assistendo i pazienti ancora in vita e gli eredi dell’uomo deceduto, venuto peraltro a mancare di recente – ha concluso con il Ministero della Salute, condannato a risarcimenti per circa 3 milioni, accordi transattivi con una riduzione parziale del credito per 2 milioni e 700mila complessivi, di cui 800mila pagati nella prima settimana di novembre.
    “E’ stata una scelta difficile quella di consigliare ai propri assistiti di accettare un pagamento ridotto del 5-8 %”, commenta a riguardo l’avvocato Mattarelli. “Ma anche l’unica praticabile considerando i tempi biblici con cui lo Stato provvede spontaneamente al pagamento delle sentenze di condanna del Ministero della Salute per danni da trasfusioni di sangue infetto”.
    La tragedia dei 6 pontini, danneggiati irreversibilmente da virus patogeni (prevalentemente dall’HCV responsabile dell’epatite C) è maturata, fra gli altri, a distanza di decenni dagli anni ‘70-‘80 e in ospedali in alcuni casi di fatto dismessi. Questo ha creato notevoli difficoltà nella ricerca processuale delle schede trasfusionali e delle stesse cartelle cliniche necessarie per la verifica della genuinità o meno del sangue trasfuso.
    “Purtroppo quella dei 6 pontini è solo una piccola parte delle decine di migliaia di danneggiati in Italia da trasfusioni di sangue infetto nel periodo ricompreso fra metà degli anni ‘60-‘90”. Sono infatti centinaia le cause di risarcimento promosse dall’avvocato Mattarelli attualmente in corso in Italia, o concluse con una sentenza di condanna dello Stato a risarcimenti per contagi e decessi post-trasfusionali.
    “Molte di queste risguardano la responsabilità del Ministero della Salute per non aver vigilato nelle fasi della raccolta, conservazione e somministrazione di sangue per uso terapeutico degli ospedali di Latina e provincia”.

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    Omicidio di Gloria Pompili, condanne confermate in appello

    Condanne confermate per l’omicidio di Gloria Pompili.Dalla Corta d’Assise d’Appello di Roma la zia della vittima, Loide Del Prete, e il compagno di quest’ultima, Saad Mohammed Elesh Salem, hanno ottenuto solo un po’ di sconto, vedendosi ridurre la pena da 24 a 20 anni a testa.
    Anche al termine del processo di secondo grado i giudici non hanno però avuto dubbi sulla responsabilità della 40enne e del 24enne di nazionalità egiziana, accusati di aver massacrato di botte la 23enne di Frosinone sotto gli occhi dei figli di 3 e 5 anni.
    Era il 23 agosto 2017 quando, su una piazzola di sosta della Monti Lepini, nel Comune di Prossedi, la giovane spirò a causa del pestaggio subito poco tempo prima.
    A finire accusati di omicidio la zia e il compagno di quest’ultima, entrambi arrestati a distanza di un mese dal delitto.
    Imputato solo per maltrattamenti e sfruttamento della prostituzione era stato invece il marito di Gloria, fratello di Elesh, Mohamed Mohamed Hady Saad, di 29 anni, per cui il pm Carlo Lasperanza aveva chiesto una condanna a 12 anni di reclusione, ma che è stato assolto dalla Corte d’Assise di Latina.
    Gloria Pompili, dal mese di febbraio 2006, sarebbe stata fatta prostituire dai parenti nella sua abitazione, sull’asse attrezzato di Frosinone e a Nettuno, sulla Nettunense.
    E proprio rientrando a Frosinone dal litorale romano, giunta nel territorio del Comune di Prossedi, la giovane morì.
    Nel corso del processo la ex padrona di casa della 23enne ha anche raccontato che un giorno vide i due figli piccoli della ragazza chiusi in una gabbia legata con una fune e lasciata penzolare dal balcone.
    Una situazione di profondo degrado.
    Con quegli stessi figli che videro morire sotto i loro occhi la mamma.

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    Duplice omicidio, nuovo arresto per Botticelli

    Nella serata del 15 novembre i carabinieri della Stazione di Latina Scalo hanno tratto in arresto Maurizio Botticelli: l’uomo, classe 1957, è stato raggiunto da un ordine di esecuzione pena emesso dalla Procura Generale della Corte di Appello di Roma. Il provvedimento, con il quale il predetto è stato sottoposto alla misura della detenzione domiciliare, […]
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    Fallimento caseificio Onorati, la battaglia dei creditori

    Iniziata l’ammissione al passivo per i molti creditori del fallimento del caseificio Onorati di Priverno, alcuni dei quali stanno cercando di recuperare tra i 350mila e i 400mila euro.Senza contare che a tentare di recuperare denaro è anche l’Agenzia delle entrate.
    Il Tribunale fallimentare di Latina ha esaminato diverse posizioni, rappresentate dagli avvocati Claudia Poce e Angelo Pincivero, e altre ne verranno esaminate nella prossima udienza.
    Un crac che come sempre, oltre a far emergere tutte le difficoltà di un’azienda, ha portato danni notevoli a una molteplicità di altri imprenditori.

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    Dirty Glass, dal nuovo blitz spuntano altri tre indagati

    In “Dirty Glass”, a margine del blitz disposto dall’Antimafia di Roma nelle società ritenute riconducibili all’imprenditore Luciano Iannotta, già accusato di aver messo in piedi un vasto sistema criminale avvalendosi anche del clan Di Silvio, spuntano altri tre indagati.Si tratta dei contabili Guido Rachella, di Priverno, e Michele Nappi, di Latina, e del commercialista Sergio Gasbarra, di Cisterna.
    Circa 200 poliziotti, tra investigatori della squadra mobile, dell’anticrimine e della postale, coordinati dallo Sco, hanno perquisito e sequestrato computer e documenti in aziende di Latina, Piacenza, Grosseto, Bologna, Milano, Lecce, Cosenza, Napoli, Avellino, Frosinone e Rieti.
    L’attenzione principale è comunque concentrata sui sequestri compiuti a Sonnino, nel quartier generale di Iannotta, dove sarebbero spuntati subito atti utili a confermare la stessa ipotesi di autoriciclaggio, pacchi di cambiali e un’ampia documentazione anche sugli affari attorno al porto di Sperlonga.
    Il blitz è stato disposto dalla Dda di Roma alla luce di una nota dell’8 ottobre scorso della squadra mobile di Latina e soprattutto della relazione presentata dall’amministratore giudiziario delle società sequestrate a Iannotta al momento del suo arresto due mesi fa, il quale ha evidenziato che la Italy Glass aveva emesso e ricevuto numerose fatture relative ad operazioni inesistenti con società del gruppo Akros, amministrata dall’indagato, anche lui arrestato, Luigi De Gregoris, o con società riferibili comunque a Iannotta.
    Gli inquirenti, alla luce anche degli interrogatori del fisioterapista Natan Altomare, arrestato sempre in Dirty Glass, si sono quindi convinti che Iannotta, ex presidente della Confartigianato di Latina e del Terracina Calcio, si sia unito con De Gregoris, Michele Tecchia, Pio Taiani, Rachella e Nappi per compiere più reati di false comunicazioni sociali, emissione di fatture relative ad operazioni inesistenti, con relativa dichiarazione fraudolenta, trasferimento fraudolento di beni, riciclaggio e autoriciclaggio, utilizzando proprio le società del gruppo Akros.
    La Dda sospetta soprattutto, considerando i rapporti di Iannotta con esponenti della criminalità, da quelli con Pasquale Pirolo a quelli col clan Di Silvio, che abbia agevolato organizzazioni mafiose, mettendo proprio le società del gruppo Akros a disposizione per riciclare denaro sporco, schermato dall’apparente operatività delle imprese commerciali e dalla falsa fatturazione delle stesse.
    Gasbarra invece, già arrestato per la bancarotta Midal, è stato indagato essendo depositario delle scritture contabili delle aziende finite nel mirino.
    Gli investigatori, a caccia di contabilità parallela, e soprattutto i consulenti della Dda, dovranno ora analizzare l’enorme mole di materiale sequestrato.
    Sempre Gasbarra rientra inoltre tra la piccola cerchia di professionisti i cui nomi spuntano fuori nei principali fallimenti decretati dal Tribunale di Latina negli ultimi venti anni e al centro di una maxi-inchiesta della Procura di Latina in corso da tempo, con la quale gli inquirenti stanno cercando di stabilire se dietro a crac e bancarotte, riconducibili a pochi gruppi imprenditoriali, tra cui quello di Iannotta, vi sia stata una vera e propria regia che avrebbe fatto perdere somme enormi, migliaia di posti di lavoro e arricchire pochi imprenditori e professionisti.
    Il commercialista Gasbarra è stato componente del collegio sindacale della fallita Cantieri Navali Rizzardi, un crac attorno al quale gli inquirenti hanno ipotizzato il reato di bancarotta, e tra i destinatari di azione di responsabilità da parte della curatela fallimentare per 92 milioni di euro.
    Incarico avuto anche in Italcraft, società nautica del gruppo ugualmente fallita e al centro di un’articolato procedimento anche per riciclaggio.
    Lo stesso si è occupato della Etr e delle società del gruppo Perrozzi, ovvero dell’imprenditore Fabrizio Perrozzi, a cui è stato confiscato un patrimonio da 150 milioni di euro perché considerato frutto di attività criminali.
    Sempre Gasbarra è stato poi arrestato appunto nell’inchiesta sulla bancarotta Midal ed è imputato nel relativo processo, una società da cui avrebbe percepito annualmente circa 600mila euro.
    Un professionista che nel tempo ha avuto numerosissimi incarichi dalla sezione fallimentare del Tribunale di Latina e che, dopo l’arresto, interrogato dal gip Costantino De Robbio, sostenne che le sue consulenze per il colosso della distribuzione alimentare riguardavano anche il mantenimento di buoni rapporti con agenzie governative locali e con magistrati che avevano ruoli di vertice nell’ufficio giudiziario di Latina.
    Noti del resto i pranzi organizzati da Gasbarra nella sua villa a Cisterna e i voli con il suo elicottero, su cui ospitava anche magistrati, vicende su cui intervenne lo stesso presidente del Tribunale di Latina, Antonio Pannunzio, vietando quelle consuetudini.
    Il commercialista di Cisterna fu infine nominato coadiutore contabile del commissario giudiziale nel concordato Permaflex, società poi fallita e oggetto del primo processo per bancarotta a carico dell’imprenditore Alberto Veneruso.

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    Abusi edilizi a Colle Illirio, ordine di demolizione bloccato

    Stop all’ordine di demolizione degli immobili realizzati a Giulianello, in contrada Colle Illirio, impartito dal Comune di Cori a un 69enne, proprietario dei manufatti, e all’imprenditore edile di Cori che ha eseguito i lavori.Il Tar di Latina, accogliendo il ricorso presentato dai due, assistiti dagli avvocati Maria Rosaria Pistilli e Tommasina Sbandi, ha sospeso il provvedimento emesso il 16 dicembre scorso dal responsabile dell’urbanistica dell’ente locale.
    Per i giudici fondamentali le “esigenze di conservazione della res integra connesse all’esistenza di un sequestro penale, fermo restando che il sequestro di un immobile abusivo non determina l’illegittimità dell’ordinanza di demolizione, ma soltanto l’eventuale differimento del termine fissato per la rimessa in pristino, decorrente dalla data del dissequestro penale, che sarà onere dell’interessato richiedere tempestivamente”.
    La vicenda verrà poi analizzata nel merito il 3 novembre dell’anno prossimo.
    Il 69enne, il 24 settembre 2003, aveva chiesto all’ufficio tecnico comunale il permesso a costruire in sanatoria, che gli era stato rilasciato essendo stato accertato il versamento delle somme previste come contributo per la concessione.
    Il 23 dicembre 2016, l’architetto incaricato dal proprietario dell’immobile, aveva poi presentato una segnalazione certificata di inizio attività per la demolizione e ricostruzione del fabbricato, con relativo ampliamento ai sensi del “Piano Casa”.
    L’allora responsabile dell’urbanistica comunale aveva specificato che l’istanza era procedibile dal punto di vista urbanistico, ma carente di alcuni documenti, che erano quindi stati integrati.
    Il 29 marzo 2017 dal Comune era così arrivato il via libera ai lavori, per cui il 69enne aveva pagato gli oneri di costruzione e urbanizzazione.
    Il 21 novembre scorso, dopo la presentazione di un esposto, la polizia locale di Cori ha però sequestrato l’immobile, contestando una serie di abusi edilizi e portando all’apertura di un fascicolo da parte del sostituto procuratore Giuseppe Miliano, e il responsabile dell’urbanistica ha emesso l’ordine di demolizione, battendo su difformità riguardanti le dimensioni e le modifiche delle opere strutturali rispetto al progetto autorizzato, oltre a specificare che mancherebbero l’autorizzazione paesaggistica e la liquidazione dell’uso civico che grava sull’area.
    Un provvedimento impugnato al Tar dal 69enne e dal costruttore, contestando tra l’altro il mancato annullamento in autotutela degli effetti della Scia e della successiva integrazione e sostenendo che l’ordine di abbattimento va a colpire delle opere realizzate in base a titoli abilitativi ancora validi, suggeriti e indicati dalla stessa amministrazione comunale.
    Un’ordinanza ora congelata dal Tar.

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    Madre e figlia disabile messe alla fame, chiesti due rinvii a giudizio

    Chiesto il rinvio a giudizio dei due imputati accusati di aver raggirato un’anziana di Cori e la figlia disabile, mettendo le mani in soli quattro mesi sui risparmi di una vita, oltre 110mila euro, e lasciando le due donne alla fame.Alla luce delle indagini svolte dal commissariato di Cisterna e della consulenza redatta dal commercialista Salvatore Percuco, il pm Andrea D’Angeli ha chiesto di disporre un processo per Massimiliano Visca, 47 anni, di Monte San Giovanni Campano, e Loris Calicchia, 23 anni, di Veroli, difesi dagli avvocati Biagio Simonetti, Lucia Melone e Primo Rossi.
    A decidere, il prossimo 2 dicembre sarà il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Pierpaolo Bortone.
    Le indagini sono scattate dopo una disperata richiesta di aiuto da parte di un’altra figlia dell’anziana, che si era accorta di movimenti sospetti sul conto corrente della donna.
    Gli investigatori del commissariato di Cisterna, effettuate diverse perquisizioni, acquisiti documenti e compiute delle individuazioni fotografiche, lo scorso anno hanno quindi identificato come autori di circonvenzione di incapace i due ciociari, entrambi senza un’occupazione fissa, salvando almeno il patrimonio immobiliare delle vittime.
    In base alle indagini svolte, le due donne, una 85enne di Cori, deceduta dieci giorni fa, e la figlia di 61 anni, invalida e vittima di un’insufficienza mentale grave, erano state avvicinate a Frosinone da Visca, qualificatosi come avvocato e messo in contatto con l’anziana da un legale del frusinate interpellato dalla donna per dei problemi relativi alla gestione del suo patrimonio, che poi si sarebbe disinteressato della pratica per problemi di salute e avrebbe girato tutto al suo conoscente.
    Calicchia si sarebbe presentato invece come collaboratore e autista del 47enne.
    Le due donne, tra luglio e novembre 2017, sarebbero così state spinte a prelevare tutti i loro risparmi da un conto postale, oltre 110mila euro, girando quel denaro a Visca tra vaglia, ricariche Postepay e la consegna allo stesso di un carnet di assegni già compilati e firmati.
    Al 47enne, in passato incappato anche in un’indagine dei Nas su un allevamento che gestiva a Monte San Giovanni Campano, era stata inoltre consegnata dalle due una procura generale, rilasciata con un atto fatto da un notaio di Gaeta, per consentirgli di gestire il loro intero patrimonio.
    La 85enne sarebbe stata inoltre stata spinta persino a indebitarsi con una conoscente, facendosi consegnare 1.600 euro, da dare a Visca, “suo legale di fiducia che doveva sbloccare i suoi conti correnti”.
    In quattro mesi madre e figlia erano così rimaste senza un centesimo e ridotte letteralmente alla fame.
    Il pm D’Angeli ha ora chiesto il rinvio a giudizio dei due ciociari e la 61enne a cui è stato azzerato il conto si prepara a costituirsi parte civile tramite l’avvocato Emanuele Vari.

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    Carabinieri accusati di falso e calunnia: tutti assolti

    Tutti assolti i carabinieri di Cori accusati di falso e calunnia.La II sezione penale della Corte d’Appello di Roma ha assolto l’ex comandante della locale stazione dell’Arma e due appuntati dall’accusa di aver attestato falsamente, il 17 novembre 2014, di aver eseguito una perquisizione ai danni di un cittadino del posto, scappato dopo essere stato fermato a un posto di controllo ed essersi rifiutato di sottoporsi alla prova dell’etilometro, e di aver attestato falsamente che il perquisito, a cui avevano ritirato la patente e sequestrato l’auto, era stato fermato alla guida di un’Audi A3.
    Assolti inoltre i militari dall’accusa di calunnia per la denuncia nei confronti del cittadino che si sarebbe rifiutato di sottoporsi all’accertamento relativo allo stato di ebbrezza.
    I tre carabinieri erano stati condannati dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Mara Mattioli, a un anno e quattro mesi di reclusione.
    In appello i giudici hanno invece ritenuto che non avessero commesso alcun reato, nessun falso dunque, nessuna calunnia e nessuna perquisizione arbitraria nei confronti di un cittadino che sarebbe stato trovato in precedenza a fare i propri bisogni nei pressi del comando dell’Arma.
    I militari, difesi dagli avvocati Giancarlo Vitelli, Oreste Palmieri, Gaetano Marino e Luigi Civitella, sono stati assolti in parte perché il fatto non costituisce reato e in parte perché il fatto non sussiste.

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    “Feudo”, intercettate le conversazioni tra i sindaci di Artena e Cori

    Nell’inchiesta denominata “Feudo”, che ha portato all’arresto del sindaco di Artena, Felicetto Angelini, è stato casualmente intercettato anche il sindaco di Cori, Mauro De Lillis. Il primo cittadino corese, che è subito opportuno evidenziare non è indagato e sul quale non pendono accuse, è stato intercettato mentre l’8 gennaio 2019 parlava con Angelini e quest’ultimo […]
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    Attentati incendiari a sindaco e vice, liberata Angela Toti

    Annullato l’arresto di Angela Toti.Il Tribunale del Riesame di Roma ha accolto il ricorso presentato da una dei quattro indagati per gli attentati incendiari ai danni del sindaco e del vice sindaco di Sermoneta.
    Il difensore della 49enne, l’avvocato Francesco Vasaturo, ha sostenuto che nei confronti della donna non vi sono gravi indizi e che è estranea ai fatti contestati.
    Il ricorso è stato appunto accolto e il Riesame, annullando l’ordinanza di custodia cautelare con cui Angela Toti era stata messa ai domiciliari, ha ordinato l’immediata liberazione dell’indagata.

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