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    Uccise la figlia appena nata: la Cassazione conferma condanna della madre

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    Uccise la figlia appena nata, lanciandola in un canalone. Ma per piÚ di dieci anni è riuscita a mantenere il segreto. Oggi la condanna definitiva a 14 anni di reclusione

    E’ la storia tragica di una 47enne di Benevento, che nel 2000 partorì una bimba. Il corpicino della piccola con il cranio fracassato fu trovato il 2 aprile del 2000 su un gradone di cemento. Le indagini che seguirono non portarono all’identificazione della madre. Soltanto undici anni più tardi, nel 2011, grazie alle rivelazioni dell’ex moglie di un parente della donna, si riuscì a dare una identità alla madre di quella bimba, trovata in contrada Ripamorta di Benevento e sepolta con il nome di Angela Speranza.

    Incastrata dal Dna
    La donna, durante il processo di primo grado dinanzi alla corte d’Assise di Benevento, si era difesa sostenendo di aver avuto figli solo dopo esseri sposata nel 2004. Ma a incastrarla le prove del dna. Dall’autopsia sul corpicino della bimba emerse che la piccola era nata viva, aveva respirato ed era morta per la grave frattura cranica.

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    Nel 2019 la condanna a 14 anni di carcere inflitta dalla corte d’Appello di Napoli e la conferma oggi dalla corte di Cassazione. La donna è già detenuta. LEGGI TUTTO

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    Napoli, inchiesta sulla prof morta dopo il vaccino: ascoltato il medico curante

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    E’ stato affidato ai magistrati della VI sezione della procura di Napoli, che si occupa di Lavoro e Colpe Professionali, il fascicolo d’indagine sulla morte di Annamaria Mantile, l’insegnante di 62 anni di Napoli morta dopo 4 giorni dal vaccino AstraZeneca.

    Ieri mattina gli inquirenti hanno ascoltato il medico della professoressa, i suoi parenti e hanno acquisito, telefono, computer e la documentazione in relazione al suo stato di salute che secondo i congiunti era perfetto. Uno dei fratelli di Annamaria e’ medico e le aveva anche fatto un elettrocardiogramma. Acquisito anche il documento di adesione alla campagna vaccinale firmato dalla docente prima della somministrazione. La denuncia e’ stata presentata ai carabinieri del Vomero dal fratello della donna.

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    Nella prima  l’informativa, redatta dai carabinieri del Vomero che stanno conducendo le indagini, ci sono le testimonianze sulla morte di Annamaria Mantile, 62 anni, insegnante di inglese alla scuola Pavese di Napoli. E’ stata sequestrata la salma e disposta l’autopsia. L’obiettivo e’ capire come sia morta la donna e se ci siano correlazioni tra il decesso e l’inoculazione di AstraZeneca.

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    Secondo il fratello della vittima, Sergio Mantile, sociologo, la sorella non soffriva di nessuna malattia e non era un soggetto allergico. La somministrazione del vaccino e’ avvenuta sabato a pranzo e gia’ la sera la donna ha ravvisato i primi sintomi: vomito, capogiri, affanno. Poi il decesso martedi’, nonostante il tentativo di rianimazione del medico curante avvisato dalla mamma della vittima, 93 anni, con la quale l’Insegnante viveva. LEGGI TUTTO

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    Napoli, l’omicida di Fortuna Bellisario torna a casa ai domiciliari

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    L’omicida di Fortuna Bellisario torna a casa ai domiciliari, Europa Verde: “Vergognoso che dopo soli due anni in carcere un assassino sia già fuori. Sconcertati da sentenza che dimezza le condanne agli stupratori di Meta di Sorrento”

    [Comunicato stampa]
    “Vincenzo Lo Presto è tornato a casa della madre, agli arresti domiciliari, dopo soli due anni in carcere. Il 43 enne è colpevole di omicidio preterintenzionale nei confronti della moglie, Fortuna Bellisario, che all’epoca dei fatti aveva solo 36 anni. Una decisione che lascia tutti sgomenti, in particolare i familiari della giovane donna rimasta uccisa. Un omicidio che fatica ad essere dimenticato per l’efferatezza fuori dal normale con cui è stato compiuto.

    Lo Presto infierì sulla vittima a colpi di stampella finché la moglie non esalò l’ultimo respiro, il tutto mentre i tre figli minori erano a casa della nonna. Chi si macchia di tali crimini non dovrebbe avere così facilmente accesso agli sconti di pena. Dalle carte si legge che i domiciliari sono stati comminati in quanto Lo Presto non viene considerato un soggetto socialmente pericoloso, nonostante sia stato condannato a 10 anni. Ma noi siamo sostenitori della certezza della pena, che deve essere una garanzia per le vittime, perché altrimenti è impossibile rendere giustizia. Siamo vicini a familiari di Fortuna che devono assistere a quest’ingiustizia che si consuma sotto gli occhi di tutti”. Queste le parole di Francesco Emilio Borrelli, Consigliere Regionale di Europa Verde e di Fiorella Zabatta componente dell’Esecutivo nazionale del Sole che Ride.

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    “Attendiamo di conoscere le motivazioni che hanno portato la Corte di Appello di Napoli a dimezzare le pene per i cinque imputati che la sera del 6 ottobre del 2016 violentarono una turista inglese ospite di un albergo di Meta di Sorrento: hanno ottenuto l’applicazione delle attenuanti generiche in quanto la turista non era stata drogata. La riteniamo una sentenza assurda. Appare, da una lettura superficiale, un’applicazione della legge con i paraocchi. I mostri che hanno ripetutamente stuprato una donna – lei racconta che furono 10, e non 5 – attirandola in un locale adibito ad alloggio del personale, hanno ottenuto addirittura la decurtazione di metà della pena (da 8 anni ridotta a 4) solo perché non le avrebbero somministrato un drink alterato con droga.

    Andrebbero innanzitutto riviste le pene per questi tipi di reati perché uno stupro, che cambia il corso della vita di una donna per sempre, e che rappresenta l’atto di vigliaccheria più infimo che un uomo possa compiere, merita pene più severe. In questo caso ci sono la premeditazione e l’organizzazione del branco che attira la vittima per stuprarla. Nel mondo animale non esistono atti così ignobili.
    La speranza è che la Cassazione riveda questa sentenza ed aumenti in maniera esemplare le pene: solo così si possono porre dei limiti ai delinquenti”. Questo il commento di Fiorella Zabatta e Marilena Schiano Lomoriello, rispettivamente dell’Esecutivo e del Consiglio federale nazionale dei Verdi – Europa Verde. LEGGI TUTTO

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    Napoli, voragine all’ospedale del Mare: arrivano gli avvisi di garanzia

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    Napoli, voragine all’ospedale del Mare: arrivano gli avvisi di garanzia.

    Accertamenti irripetibili saranno eseguiti nell’ambito dell’inchiesta sulla voragine che l’8 gennaio scorso si apri’ in un parcheggio dell’ospedale del Mare di Napoli, inghiottendo alcune auto in sosta e provocando gravi danni al sistema di riscaldamento dell’ospedale stesso. La procura della Repubblica di Napoli sta notificando in questi giorni alcuni avvisi di garanzia nei confronti di persone che avrebbero responsabilita’ nell’accaduto.

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    Gli accertamenti irripetibili consisteranno in perizie di natura tecnica sul luogo del disastro, per consentire poi la rimozione delle macerie ancora presenti. L’8 gennaio scorso, intorno alle 6,30, un forte boato fu avvertito dal personale e dai degenti e nel parcheggio si vide una nuvola di fumo che ricopriva l’area della voragine profonda oltre 12 metri e larga una cinquantina. Per sicurezza fu evacuato il vicino Covid Center. LEGGI TUTTO

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    Scarcerato dal Tribunale di Napoli, torna in carcere il boss mandante dell’omicidio del giudice Livatino

    Era stato scarcerato dal Tribunale di Napoli nel 2015: ma dopo sei anni è tornato in carcere il boss Antonio Gallea, accusato di essere il mandante dell’omicidio del giudice “ragazzino” Rosario Livatino.

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    Nel mandamento mafioso di Canicatti’ la Stidda torna a riorganizzarsi e ricompattarsi attorno alle figure di due ergastolani riusciti a ottenere la semiliberta’. In particolare uno dei capimafia, indicato come il mandante dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, avrebbe sfruttato i premi che in alcuni casi spettano anche ai condannati al carcere a vita, per tornare ad operare sul territorio e rivitalizzare la Stidda che sembrava ormai sconfitta. E’ emerso dall’inchiesta del Ros che oggi ha portato a 22 fermi.
    Dopo aver scontato 25 anni per l’assassinio del giovane magistrato, trucidato il 21 settembre del 1990 e da poco proclamato Beato da Papa Francesco, il boss Antonio Gallea e’ stato ammesso alla semiliberta’ dal tribunale di sorveglianza di Napoli il 21 gennaio del 2015 perche’ ha mostrato la volonta’ di collaborare con la giustizia. L’altro capomafia attorno al quale la Stidda si sarebbe andata ricompattando ha scontato 26 anni ed e’ stato ammesso al beneficio della semiliberta’ il 6 settembre del 2017 e autorizzato dal tribunale di Sassari a lavorare fuori dal carcere. Anche lui avrebbe mostrato l’intenzione di aiutare gli investigatori.

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    Una “collaborazione” che la giurisprudenza definisce “impossibile”, in quanto entrambi hanno parlato di fatti gia’ noti alla magistratura non apportando, dunque, contributi nuovi alle indagini, ma che ha consentito a tutti e due di beneficiare di premialita’. Dall’inchiesta e’ emerso che gli stiddari sono tornati a far concorrenza a Cosa Nostra, con la quale alla fine degli anni ’80 si erano fronteggiati in una guerra con decine di morti. Stavolta la “competizione” tra le due organizzazioni criminali non ha ancora visto spargimenti di sangue, anzi le due mafie si sarebbero spartite gli affari.

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    Come quelli nel settore delle mediazioni nel mercato ortofrutticolo, uno dei pochi produttivi della provincia di Agrigento. Dall’indagine viene fuori inoltre che gli stiddari avrebbero usato la loro forza intimidatoria per commettere estorsioni e danneggiamenti. Scoperto anche un progetto di omicidio di un commerciante e di un imprenditore, evitato grazie all’intervento degli investigatori. La Stidda – hanno scoperto i militari dell’Arma – poteva contare su un vero e proprio arsenale di armi.

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    La Corte d’Appello di Napoli: ‘Grave situazione al Tribunale di Napoli Nord’

    “E’ grave la situazione in cui versa il Tribunale di Napoli Nord”. A ribadirlo il presidente della Corte d’Appello di Napoli, Giuseppe De Carolis di Prossedi, nella sua relazione in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario.

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    Il tribunale con sede ad Aversa “ha definito il più alto numero di procedimenti del Distretto, pari a 21.964”, ma “ha visto aumentare la propria pendenza a causa di una sopravvenienza di ben 22.571 procedimenti, che è anch’essa di gran lunga la maggiore del Distretto dopo Napoli”. De Carolis sottolinea, inoltre, un “organico inadeguato” rispetto ai carichi di lavoro. Per quanto riguarda i Tribunali del Distretto, De Carolis osserva che “Avellino, Benevento e Santa Maria Capua Vetere registrano una riduzione della pendenza, mentre Napoli, Napoli Nord, Nola e Torre Annunziata registrano un aumento”.

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    Nel settore penale la pendenza complessiva dei Tribunali del distretto è aumentata, passando da 107.283 a 109.603 procedimenti. In particolare i tribunali di Avellino, Nola e Santa Maria Capua Vetere hanno registrato una diminuzione della pendenza mentre i tribunali di Benevento, Napoli, Napoli Nord e Torre Annunziata hanno registrato un aumento. Anche nel settore penale “continua ad essere in evidente sofferenza il Tribunale di Napoli Nord, che risulta avere anche quest’anno aumentato notevolmente la pendenza e in particolare del 12% per i processi monocratici e del 31% per i processi collegiali”. Per quanto riguarda invece la situazione complessiva dei Tribunali del distretto va evidenziato per il settore civile un aumento “molto contenuto delle pendenze”, passate da 205.195 a 206.092 procedimenti.

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    Appalti agli amici: divieto di dimora per il sindaco di Casal Velino

    Il sindaco di Casal Velino, Silvia Pisapia, e’ destinatario di una misura applicativa del divieto di dimora nel comune che lui amministrato. E’ accusato di corruzione.

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    Il provvedimento emesso dal gip di Vallo della Lucania arriva dopo una indagine dei carabinieri che ha appurato che andando al di la’ dei compiti connessi alla sua carica, Pisapia si sia occupata di provvedimenti non di sua competenza in modo da gestirli a proprio piacimento. Nel piccolo comune cilentano del Salernitano, c’era una “macchina burocratica malsana guidata e strumentalizzata con astuzia”, per il procuratore di Vallo della Lucania, Antonio Riccio, gestita dal sindaco attraverso collaboratori e titolari di cooperative che si erano aggiudicate appalti pubblici.

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    L’inchiesta e’ partita da alcune segnalazioni per presunta illegittimita’ nella procedura amministrativa per la realizzazione del Pip di Vallo scalo. Tra i reati contestati, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, abuso d’ufficio e falsita’ ideologica, reati tutti finalizzati ad acquisire in modo diretto e indiretto il controllo delle concessioni, delle autorizzazioni, degli appalti e dei pubblici servizi e quindi la realizzazione di profitti attraverso una “sistematica illegittima attribuzione degli appalti” a imprenditori ‘amici’ in cambio di un consolidamento del suo potere politico, anche con l’assegnazione di posti di lavoro a clientes.

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    Una “logica di reciproca e mutua assistenza” tra primo cittadino e i i suoi ‘amici’ che ha fatto si’ che servizi comunali come quelli inerenti la portualita’, la manutenzione, la raccolta dei rifiuti e la refezione scolastica fossero tutti in mano al sindaco cosi’ come i permessi a costruire in zone particolarmente appetibili dal punto di vista edilizio. LEGGI TUTTO

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    I Casalesi e le imprese alimentari: 12 misure cautelari

    I Casalesi e le imprese alimentari: 12 misure cautelari.

    I carabinieri del Ros e la polizia penitenziaria del Nic – Nucleo Investigativo Centrale -, hanno dato esecuzione a un’ordinanza applicativa di misure cautelari emessa dal tribunale di Napoli, su richiesta della Dda partenopea, nei confronti di 12 persone, ritenute responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso, riciclaggio e intestazione fittizia di beni aggravati dal fine di agevolare il clan dei Casalesi – Gruppo Zagaria. Eseguiti 8 arresti (7 in carcere e uno ai domiciliari) e 4 misure di sospensione dell’esercizio d’impresa nei confronti di 12 persone accusate di associazione per delinquere di tipo mafioso, riciclaggio e intestazione fittizia di beni aggravati dal fine di agevolare il clan dei Casalesi – Gruppo Zagaria.
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    Greco intercettato parlando dei nipoti di Zagaria con i dirigenti Parmalat:’Vi faccio parlare con gente di serie A‘
    Le indagini da cui scaturisce il provvedimento, svolte tra il febbraio 2016 e il maggio 2019, hanno documentato come Filippo Capaldo, nipote ed erede designato di Michele Zagaria, fino a quando non è stato rinchiuso in regime di 41 bis, con la collaborazione dei fratelli Nicola e Mario Francesco e dei sodali Paolo Siciliano e Alfonso Ottimo, abbia diretto il clan assumendo una posizione dominante nel settore della grande distribuzione alimentare.In tale contesto è stata dimostrata la partecipazione della famiglia Capaldo nella ‘Distribuzione Siciliano S.r.l.’ operante nel commercio all’ingrosso di prodotti alimentari, nelle catene di supermercati ‘Pellicano’ e ‘Jolly market’ presenti con 21 punti vendita nella provincia di Caserta, nelle aziende produttrici di beni alimentari ‘Ovopiù di Gravina Giuseppe srls’ e ‘I sapori di bufala srls’, nella ‘3K srls’, impresa attiva nella produzione e commercializzazione di prodotti in plastica destinati all’uso alimentare nonché nella ‘Santa maria srl’, utilizzata per continuare a distribuire il latte a marchio Parmalat in territorio casertano dopo la confisca della ‘Euromilk srl’.

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    Da ultimo sono stati documentati gli investimenti dei Capaldo a Tenerife, ove dalla primavera del 2017 hanno avviato un’attività di noleggio veicoli.Tra i provvedimenti emessi risultano 4 misure interdittive della sospensione dall’esercizio dell’impresa ex art. 290 c.p.p. per un anno, nei confronti di altrettanti soggetti titolari di aziende riconducibili all’organizzazione sotto indagine.

    Mancato versamento della tassa di soggiorno, sequestro a Ischia

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    Mugnano, preso capo zona del clan Amato-Pagano

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    Inchiesta ex Cirio, rischiano di nuovo l’arresto Cesaro e Pentangelo

    Rischiano di nuovo l’arresto i parlamentari Luigi Cesaro e Antonio Pentangelo: accolto il ricorso in Cassazione presentato dalla Procura di Torre Annunziata.

    L’inchiesta sul presunto giro di corruzione per ottenere i permessi a costruire nell’ex insediamento industriale della Cirio di Castellammare di Stabia torna davanti al Riesame di Napoli in quanto è stato accolto il ricorso presentato dal procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli per conto della Procura di Torre Annunziata. La richiesta è chiara: rivalutare l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari, emessa dal gip per circa dodici persone fra cui i due parlamentari di Forza Italia.
    Ex Cirio – foto dal web

    La posizione di Cesaro e Pentangelo, ovviamente, sarebbe passata successivamente al vaglio delle due Giunte per le autorizzazioni a procedere di Senato e Camera che, valutato il provvedimento del Riesame che annullò l’ordine di arresto, archiviarono le due posizioni.

    Conosciute le motivazioni della Cassazione, ora la questione torna al vaglio dei giudici napoletani che si pronunceranno per la seconda volta sugli arresti annullati in base alla sentenza Cavallo che si rifà all’utilizzabilità delle intercettazioni.Se le intercettazioni vengono richieste per un reato diverso da quello per il quale poi si procede, non possono essere utilizzate come fonte di prova. Si tratta di una questione tecnica che però, in questo caso, potrebbe non sussistere, almeno non su tutti i decreti che autorizzano le intercettazioni.

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    L’inchiesta, coordinata dal sostituto Andreana Ambrosino e condotta dalla squadra mobile di Napoli e dal commissariato di polizia di Castellammare di Stabia, era uno stralcio del fascicolo ‘Olimpo’ aperto dalla Direzione distrettuale Antimafia partenopea nel 2013, che ipotizzava una serie di reati di camorra collegati al fulcro dell’inchiesta: l’imprenditore Adolfo Greco, il ‘re de latte’, ex uomo di fiducia di Cutolo. Greco è ritenuto vicino ai clan dell’area stabiese e ad alcuni elementi di spicco dei Casalesi.
    Adolfo Greco

    Sono in corso quindi due processi condotti dall’Antimafia a Torre Annunziata e Santa Maria Capua Vetere che vedono il ‘re del latte’ come principale imputato.In questo caso, secondo l’accusa, Cesaro fu corrotto dall’imprenditore stabiese Adolfo Greco con una mazzetta da 10mila euro, mentre Pentangelo con il regalo di un Rolex per il suo compleanno.Il filone d’inchiesta non aggravato dal metodo mafioso era approdato alla Procura oplontina ed è culminato lo scorso maggio con l’emissione dell’ordinanza, poi annullata dal Riesame perché i reati di corruzione non sarebbero connessi a quelli che hanno permesso l’autorizzazione ad intercettare.
    Cesaro

    La Procura di Torre Annunziata è invece di tutt’altro avviso e ha ottenuto dalla Cassazione l’ordinanza nuovamente al vaglio dei giudici del Riesame per Cesaro, Pentangelo, Greco e gli altri indagati, tra i quali l’ingegnere Antonio Elefante, progettista della riqualificazione dell’ex insediamento industriale diventato motivo di corruzione dei due parlamentari, ultimi due presidenti della Provincia di Napoli, ente che ha poi nominato Maurizio Biondi commissario ad acta per velocizzare la pratica urbanistica ‘bloccata’ al Comune di Castellammare.

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    Il progetto firmato Elefante prevedeva l’abbattimento della Cirio e la trasformazione dell’ex area industriale in un quartiere residenziale in parte dedicato all’housing sociale, con centinaia di appartamenti e locali commerciali. Per farlo, è una delle accuse, Elefante avrebbe ottenuto dalla Regione l’inserimento di una speciale deroga al Piano Casa. Per traffico di influenze è indagato anche il capogruppo regionale Pd Mario Casillo, tirato in ballo in diverse conversazioni. LEGGI TUTTO

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    Casalesi infiltrati nelle imprese edili in Emilia Romagna e Toscana: 34 arresti e sequestro beni

    Casalesi infiltrati nelle imprese edili in Emilia Romagna e Toscana: 34 arresti e sequestro beni.

    I militari del Comando Provinciale di Firenze e dello Scico della Guardia di Finanza, nell’ambito di un’operazione, denominata ‘Minerva’, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, stanno dando esecuzione a un provvedimento del Gip del Tribunale di Firenze che ha disposto 34 misure cautelari nei confronti di altrettante persone accusate di essere legate al clan camorristico campano dei ”Casalesi”. Gli indagati, negli anni scorsi, avrebbero operato sul territorio Toscano, sia mediante società operanti prevalentemente in campo edilizio sia attraverso investimenti nel settore immobiliare.
    Le attività sono in corso nelle province di Firenze, Lucca, Pistoia, Reggio Emilia, Modena, Ferrara, Bologna, Roma, Isernia e Caserta, con la collaborazione dei Reparti del Corpo competenti per territorio e del Roan di Napoli. I dettagli dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà, alla presenza del Procuratore della Repubblica di Firenze, Giuseppe Creazzo, nonché dei vertici del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Firenze e dello Scicom alle 11 di oggi presso il Comando Regionale Toscana della Guardia di Finanza. LEGGI TUTTO

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    Napoli, sequestrate al porto 100 tonnellate di rifiuti speciali: 3 denunciati

    Napoli, sequestrate al porto 100 tonnellate di rifiuti speciali: 3 denunciati

    Il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli ha sottoposto a sequestro, nel corso di tre distinti interventi, oltre 100 tonnellate di rifiuti speciali, stoccati senza alcuna autorizzazione all’interno del porto di Napoli.
    I finanzieri del II Gruppo, a seguito di specifiche attività di analisi di rischio e osservazione del territorio, hanno individuato, nel sedime portuale partenopeo, tre aree in concessione ad altrettante società in cui erano ammassate tonnellate di rifiuti speciali, parte dei quali classificati “rifiuti pericolosi”.[embedded content]

    In particolare, le Fiamme Gialle hanno rinvenuto, tra l’altro, sei container, cinque dei quali pieni di rifiuti, tre cassoni, di cui due pieni di rifiuti, sette semirimorchi per trasporto di container, nonché vernici e solventi, bombole per gas e ossigeno, pneumatici usati, materiali ferrosi, un muletto, un’autovettura ridotta a rottame.

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    Al termine dell’operazione, le aree, per complessivi 1700 metri quadri, sono state sottoposte a sequestro e tre responsabili sono stati denunciati per attività di gestione, deposito e stoccaggio di rifiuti senza le previste autorizzazioni. LEGGI TUTTO

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    Biblioteca dei Girolamini: assolto a Napoli l’ex senatore Dell’Utri

    Biblioteca dei Girolamini: assolto a Napoli l’ex senatore Dell’Utri. Era accusato di concorso in peculato per appropriazione di 13 libri.
    La prima sezione penale del Tribunale di Napoli (presidente Pellecchia) ha assolto – con la formula ‘il fatto non sussiste’ – l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, accusato di concorso in peculato in relazione all’appropriazione di 13 volumi trafugati dalla Biblioteca dei Girolamini di Napoli. Gli inquirenti partenopei avevano chiesto la condanna a sette anni di reclusione per Dell’Utri.

    I libri in questione furono consegnati a Dell’Utri dall’ex direttore della biblioteca Massimo Marino De Caro. “Siamo molto soddisfatti – hanno dichiarato gli avvocati Francesco Centonze e Claudio Botti, legali dell’ex senatore – perche’ siamo riusciti a dimostrare che con la nomina di De Caro a direttore, Dell’Utri non aveva nulla a che fare. L’ex senatore non era a conoscenza della provenienza di quei libri donati da De Caro”. L’inchiesta, che nasce a Napoli, ha avuto anche ripercussioni a Milano, con il sequestro di 40mila volumi all’ex senatore, poi restituiti dopo l’archiviazione del procedimento a suo carico.Un’indagine che ha appurato la legittima proprieta’ di quei volumi da parte Dell’Utri. L’indagine partenopea ha origine dalle dichiarazioni rese dal direttore della Biblioteca dei Girolamini, De Caro, il quale riferi’ di avere consegnato sei libri all’ex senatore. Raggiunto dalla polizia giudiziaria Dell’Utri consegno’ i sei libri piu’ altri sette che aveva catalogato proprio come dono di Massimo Marino De Caro. LEGGI TUTTO