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    Esami gratis in ospedale Caserta, processo per Zinzi e altri trenta

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    Caserta. Esami gratis in ospedale: rinviato a giudizio l’ex presidente della Provincia di Caserta Domenico Zinzi, insieme ad altri trenta imputati.
    Il gup del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, nell’ambito di un’indagine della Procura relativa alla gestione illecita del Reparto di Patologia Clinica dell’ospedale di Caserta ha rinviato a giudizio Zinzi e gli altri imputati accusati di peculato d’uso, perchè secondo l’accusa avrebbero svolto delle analisi al laboratorio clinico dell’ospedale di Caserta senza passare per il Cup (centro unico prenotazione).
    Il gup ha anche condannato in sede di abbreviato, ma per reati più relativi a episodi di corruzione, Angelo Costanzo, ex dirigente della Patologia Clinica (4 anni e otto mesi), la dipendente e sua stretta collaboratrice Angela Grillo (quattro anni e due mesi), Vincenza Scotti (due anni e mezzo), titolare del laboratorio Sanatrix di Caivano, moglie di Costanzo e sorella del killer della Nco Pasquale Scotti (arrestato in Brasile ed estradato nel 2016, non indagato per questa vicenda); due anni e mezzo sono stati inflitti a Giovanni Baglivi, rappresentante farmaceutico di Santa Maria a Vico, mentre sono stati assolti Giuseppe Canzano e Maddalena Schioppa.
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    L’indagine, realizzata dai carabinieri del Nas, porto’ nel luglio del 2019 all’arresto di Costanzo, sua moglie e della dipendente Grillo, accusati di aver creato un sistema in cui un intero reparto ospedaliero veniva piegato ad interessi privati. Dalle indagini emersero, nei confronti della Grillo, factotum di Costanzo, mazzette in danaro, viaggi a Capri o a Torino per la partita di Champions League della Juventus, e addirittura una tangente usata per pagare un’altra tangente. Tra i rinviati a giudizio figura anche Leonardo Pace, facente parte della triade commissariale che tra il 2015 e il 2017 amministro’ l’ospedale di Caserta durante il commissariamento per infiltrazioni camorristiche disposto dal Ministero dell’Interno in seguito ad un’altra indagine che aveva colpito l’ospedale del capoluogo della Reggia. Pace e’ accusato come quasi tutti gli imputati di aver beneficiato di esami senza passare per il cup. Fu durante le indagini sulla latitanza di Pasquale Scotti che gli inquirenti della Dda di Napoli si imbatterono in alcune telefonate della sorella Vincenza Scotti ritenute “ambigue”, da cui emersero i fili di un’associazione a delinquere operante all’interno dell’ospedale di Caserta e molto ben radicata. LEGGI TUTTO

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    Produceva illegalmente marijuana: sequestrati 300 chilogrammi

    🔊 Ascolta la notizia Un ingente quantitativo di marijuana, pronto per essere destinato al mercato illegale, è stato scoperto e sequestrato nei giorni scorsi dai Baschi Verdi della Compagnia Pronto Impiego di Aversa, all’interno un capannone agricolo ubicato nelle campagne di Santa Maria la Fossa, in provincia di Caserta. Si tratta di oltre 300 kg […] LEGGI TUTTO

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    Abusi sulla nipotina di 11 anni: processo allo zio-orco

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    Avrebbe abusato della nipote appena 11enne. Il 14 ottobre prossimo dovra’ comparire di fronte al tribunale di Benevento per rispondere di violenza sessuale su minore.
    I fatti risalgono al 2015, ma la famiglia della vittima ha denunciato un 53enne di Pietrelcina nel 2018, quando la ragazzina ha rivelato che quello zio che spesso le teneva compagnia aveva intenzioni tutt’altro che affettuose.
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    In piu’ occasioni l’avrebbe palpeggiata, si sarebbe infilato nel suo letto e l’avrebbe costretta ad atti sessuali. Il 53enne ha sempre respinto ogni accusa, ma il gup, Loredana Camerlengo, ha ritenuto che vi fossero le condizioni per rinviare a giudizio l’imputato che ora dovrà affrontare il processo con la pesante accusa di violenza sessuale su minore. LEGGI TUTTO

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    Truffa alla Mercedes con documenti falsi: 4 arresti a Casoria

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    Falsificavano documenti per acquistare con finanziamenti Mercedes: 4 arresti per associazione per delinquere, truffa, sostituzione di persona, falsità in atti pubblici, riciclaggio ed autoriciclaggio. La base operativa era a Casoria.
    I carabinieri della Compagnia di Caserta con l’ausilio di altri Comandi territorialmente competenti, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di misura cautelare, emessa dal gip presso il Tribunale di Napoli Nord, nei confronti di 4 persone (di cui 1 in carcere, 2 agli arresti domiciliari e 1 dell’obbligo di dimora), per associazione per delinquere, truffa, sostituzione di persona, falsità in atti pubblici, riciclaggio ed autoriciclaggio.
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    L’attività di indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Napoli Nord ha avuto inizio nei maggio 2019, allorquando i militari della sezione operativa di Caserta traevano in arresto due persone che cercavano di acquistare presso una concessionaria Mercedes del Capoluogo un’autovettura, esibendo documenti di identità contraffatti. I successivi approfondimenti investigativi hanno consentito di raccogliere gravi indizi di colpevolezza in ordine alle condotte ascritte agli indagati che ponevano in essere un’organizzazione ben strutturata e organizzata (con base operativa a Casoria) con una precisa ripartizione di ruoli, compiti e responsabilità, finalizzata all’acquisto fraudolento di veicoli ed alla successiva rivendita degli stessi.TrendingCovid, aumento costante del tasso di positività in Italia
    I DOCUMENTI FALSI PER I FINANZIAMENTI MERCEDES
    In particolare, secondo l’ipotesi accusatoria avvalorata dal gip, gli indagati procedevano all’acquisto di veicoli, stipulando contratti di finanziamento presso varie concessionarie Mercedes Benz Italia Spa sul territorio nazionale, facendo uso di documenti fiscali e di identità (che avevano provveduto a falsificare) appartenenti ad ignari professionisti. Successivamente, le auto venivano trasferite a società gestite dagli altri membri del sodalizio, che avevano ii compito di rivenderle a terzi acquirenti inconsapevoli. I numerosi e ravvicinati trasferimenti dei veicoli avvenivano tutti mediante la stipula di falsi passaggi di proprietà autenticati presso un’agenzia automobilistica di Casoria, di proprietà di uno degli indagati.Nel complesso, le indagini hanno permesso di ricostruire ben otto episodi di truffa e sostituzione di persona consumati in tutta Italia, ed altrettanti reati di falso, riciclaggio ed autoriciclaggio; condotte delittuose che hanno arrecato alla casa automobilistica ed ai soggetti truffati un danno complessivo ammontante a circa 93.600 euro. LEGGI TUTTO

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    Clan Graziano: condanne per oltre 30 anni di carcere

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    Cinque condanne per esponenti del clan Graziano accusati di racket e minacce a imprenditori del Vallo di Lauro.

    Incendiarono due bobcat, minacciarono ripetutamente operai e titolare dell’azienda che si era aggiudicata i lavori di rifacimento della rete fognaria di Domicella, per un importo di oltre 5 milioni di euro, e pretesero una tangente di 100mila euro dal titolare di un’impresa di servizi funebri che gestisce il forno crematorio sempre a Domicella. Ora i figli e il genero del boss Arturo Graziano e altri due affiliati al clan che controlla il Vallo di Lauro sono stati condannati con rito abbreviato dal tribunale di Napoli. Rispondevano di estorsione e tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, di incendio doloso e danneggiamento oltre che di minacce aggravate.

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    I fratelli Fiore e Salvatore Graziano dovranno scontare 7 anni e 8 mesi di carcere, mentre il genero di Graziano, Antonio Mazzocchi, ex poliziotto poi destituito dopo la strage delle donne del clan Cava del 2002, e’ stato condannato a 7 anni e sei mesi di carcere. Pene piu’ lievi per Domenico Desiderio, condannato a 7 anni, e per Lodovico Rega, condannato a 3 anni e 4 mesi di carcere. I pm della direzione distrettuale antimafia di Napoli Luigi Landolfi e Simona Rossi avevano chiesto 14 anni di reclusione per i fratelli Graziano, ritenuti i mandanti degli attentati e gia’ detenuti per essere arrestati un anno fa per aver progettato un attentato contro la moglie e il figlio del boss rivale Biagio Cava, morto alcuni anni fa.

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    Uccise la figlia appena nata: la Cassazione conferma condanna della madre

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    Uccise la figlia appena nata, lanciandola in un canalone. Ma per più di dieci anni è riuscita a mantenere il segreto. Oggi la condanna definitiva a 14 anni di reclusione

    E’ la storia tragica di una 47enne di Benevento, che nel 2000 partorì una bimba. Il corpicino della piccola con il cranio fracassato fu trovato il 2 aprile del 2000 su un gradone di cemento. Le indagini che seguirono non portarono all’identificazione della madre. Soltanto undici anni più tardi, nel 2011, grazie alle rivelazioni dell’ex moglie di un parente della donna, si riuscì a dare una identità alla madre di quella bimba, trovata in contrada Ripamorta di Benevento e sepolta con il nome di Angela Speranza.

    Incastrata dal Dna
    La donna, durante il processo di primo grado dinanzi alla corte d’Assise di Benevento, si era difesa sostenendo di aver avuto figli solo dopo esseri sposata nel 2004. Ma a incastrarla le prove del dna. Dall’autopsia sul corpicino della bimba emerse che la piccola era nata viva, aveva respirato ed era morta per la grave frattura cranica.

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    Sarno, incidente sul lavoro: morto operaio, donati gli organi

    Nel 2019 la condanna a 14 anni di carcere inflitta dalla corte d’Appello di Napoli e la conferma oggi dalla corte di Cassazione. La donna è già detenuta. LEGGI TUTTO

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    Forniture e traffico di influenze, processo per l’imprenditore napoletano Romeo

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    Napoli.  Processo per l’imprenditore Alfredo Romeo nell’inchiesta della procura di Napoli per la gestione di forniture pubbliche.

    Romeo, già coinvolto nell’inchiesta Consip, rinviato a giudizio dal Gup di Napoli per il filone napoletano, è accusato di essere stato “promotore e l’organizzatore” di un sistema volto a controllare forniture e la gestione di patrimoni immobiliari di pubbliche amministrazioni.
    Rinviato a giudizio per i reati contestati, tra i quali quello associativo, millantato credito, frode in pubbliche forniture, assolto invece per la corruzione e prosciolto per due reati fiscali. L’imprenditore difeso dagli avvocati Carotenuto, Sorge e Vignola, è stato assolto con l’architetto Ivan Russo della Romeo Gestioni dall’unico reato di corruzione contestato. Rinvio anche a giudizio per l’ex parlamentare Italo Bocchino, l’ex governatore Stefano Caldoro e l’attuale dg dell’Asl Na1 Centro Ciro Verdoliva.

    Ad Alfredo Romeo e all’ex parlamentare di An Italo Bocchino, i pm nella fase delle indagini preliminari avevano contestato l’associazione per delinquere finalizzata a delitti contro la pubblica amministrazione, e alla turbata libertà degli incanti in relazione all’assegnazione e aggiudicazione di appalti relativi ai servizi di pulizia di edifici e strutture pubbliche​, ed altri servizi connessi con la formula del «global service», e alla gestione di patrimoni immobiliari di pubbliche amministrazioni. A Bocchino era contestato il ruolo di ‘organizzatore con il compito di provvedere alla pianificazione e alla gestione dell’attività’ nel corso delle indagini il ruolo dell’ex parlamentare si è mitigato. Il Gup, infatti, lo ha rinviato a giudizio per il reato di traffico di influenze, lo stesso reato contestato a Stefano Caldoro e allo stesso Romeo.

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    Prosciolti dalle accuse di corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio i tre agenti della polizia di stato Aniello Ippolito, Francesco D’Ambrosio e Elio Di Maro, difesi dall’avvocato Sergio Pisani. A giudizio invece due finanzieri. L’accusa di associazione per delinquere, tra le altre, viene contestata, anche a Ivan Russo, collaboratore storico di Romeo. Il reato di corruzione viene contestato a un dirigente di prima fascia del ministero della Giustizia, Emanuele Caldarera, all’epoca dei fatti con funzioni di Direttore generale per la gestione e manutenzione degli uffici ed edifici del complesso giudiziario di Napoli. Assoluzione, invece, per il funzionario del Comune di Napoli, Ciro Salzano, che e’ stato giudicato con il rito abbreviato.

    Rinviato a giudizio anche Ciro Verdoliva, attuale direttore generale della Asl Napoli 1 Centro e, all’epoca dei fatti oggetto dell’indagine, direttore dell’Ufficio Economato dell’Azienda ospedaliera Cardarelli di Napoli. Per Verdoliva il rinvio a giudizio riguarda la frode in pubbliche forniture, la rivelazione di segreto d’ufficio, il favoreggiamento, la falsità materiale, l’induzione a dare o a promettere utilità. Tra gli episodi a lui contestati, alcuni interventi manutentivi nella sua abitazione eseguiti da due dipendenti del titolare di una impresa che stava svolgendo lavori in subappalto nell’ospedale Cardarelli.

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    “Nel prendere atto della decisione del Gup di rinvio a giudizio del mio assistito Ciro Verdoliva attuale direttore generale della ASL Napoli 1 Centro, per una parte dei reati che gli erano stati addebitati, pur non condividendo, da suo difensore di fiducia, la decisione, ribadisco la totale fiducia mia e di Verdoliva nei giudici”. Lo dichiara l’avvocato Giuseppe Fusco, legale del dirigente dell’Asl Napoli 1 Centro Ciro Verdoliva, oggi rinviato a giudizio dal gup di Napoli. “L’udienza preliminare – aggiunge l’avvocato – rappresenta una fase in cui non si accertano le responsabilita’ degli imputati per i reati contestati, essendo destinata soltanto alla verifica della esistenza dei presupposti per la successiva fase dibattimentale, i cui giudici avranno il compito e la funzione di stabilire, sulla base delle prove che saranno raccolte, la fondatezza delle accuse e, conseguenzialmente, decidere se condannare o assolvere il Verdoliva, al quale, peraltro, vengono attribuiti presunti reati per condotte risalenti nel tempo e completamente estranei alle sue attuali funzioni di Direttore Generale della ASL Napoli 1 Centro”. “Resta fermo il convincimento mio e del mio assistito che il dibattimento dimostrerà l’insussistenza delle accuse”, conclude l’avvocato Giuseppe Fusco. LEGGI TUTTO

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    Cricca degli appalti in Campania, processo per l’imprenditore Romeo

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    Napoli. Appalti pilotati in strutture pubbliche: processo per l’imprenditore Alfredo Romeo e per i politici coinvolti.

    Romeo, già coinvolto nell’inchiesta Consip, rinviato a giudizio dal Gup di Napoli per il filone napoletano, è accusato di essere stato “promotore e l’organizzatore” di un sistema in grado di condizionare appalti in strutture pubbliche e non, e di controllare la gestione di patrimoni immobiliari di pubbliche amministrazioni.
    Rinviato a giudizio per i reati contestati, tra i quali quello associativo, corruzione, millantato credito, evasione fiscale, frode in pubbliche forniture, prosciolto per alcuni capi minori. Rinvio a giudizio per l’ex parlamentare Italo Bocchino, l’ex governatore Stefano Caldoro e l’attuale dg dell’Asl Na1 Centro Ciro Verdoliva.

    Ad Alfredo Romeo e all’ex parlamentare di An Italo Bocchino, i pm nella fase delle indagini preliminari avevano contestato l’associazione per delinquere finalizzata a delitti contro la pubblica amministrazione, alla corruzione e alla turbata libertà degli incanti in relazione all’assegnazione e aggiudicazione di appalti relativi ai servizi di pulizia di edifici e strutture pubbliche​, ed altri servizi connessi con la formula del «global service», e alla gestione di patrimoni immobiliari di pubbliche amministrazioni. A Bocchino era contestato il ruolo di ‘organizzatore con il compito di provvedere alla pianificazione e alla gestione dell’attività’ nel corso delle indagini il ruolo dell’ex parlamentare si è mitigato. Il Gup, infatti, lo ha rinviato a giudizio per il reato di traffico di influenze, lo stesso reato contestato a Stefano Caldoro.

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    Aversa, sequestrato opificio clandestino che produceva sigarette elettroniche

    Prosciolto da alcuni reati “minori” Alfredo Romeo, tra cui quelli fiscali. L’ex presidente della Regione Campania Stefano Caldoro e’ stato rinviato a giudizio per traffico di influenze, insieme con l’ex parlamentare Italo Bocchino e con lo stesso Romeo. Prosciolti dalle accuse di corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio i tre agenti della Polizia di Stato Aniello Ippolito, Francesco D’Ambrosio e Elio Di Maro, difesi dall’avvocato Sergio Pisani. A giudizio invece due finanzieri. L’accusa di associazione per delinquere, tra le altre, viene contestata, insieme con la corruzione, anche a Ivan Russo, collaboratore storico di Romeo. Il reato di corruzione viene contestato anche a un dirigente di prima fascia del ministero della Giustizia, Emanuele Caldarera, all’epoca dei fatti con funzioni di Direttore generale per la gestione e manutenzione degli uffici ed edifici del complesso giudiziario di Napoli. Assoluzione, invece, per il funzionario del Comune di Napoli, Ciro Salzano, che e’ stato giudicato con il rito abbreviato.

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    Rinviato a giudizio anche Ciro Verdoliva, attuale direttore generale della Asl Napoli 1 Centro e, all’epoca dei fatti oggetto dell’indagine, direttore dell’Ufficio Economato dell’Azienda ospedaliera Cardarelli di Napoli. LEGGI TUTTO

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    Sanità privata & Covid, la Corte dei conti indaga sulla Campania: danno per 18 milioni

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    Un danno erariale da 18 milioni di euro e pagamenti evitati per 29 milioni 916mila euro: indagine della Corte dei Conti sulle cliniche private della Campania ‘ingaggiate’ per l’emergenza coronavirus.

    L’inchiesta è ancora in corso ed è stata svelata dal procuratore regionale Maurizio Stanco nella sua relazione, redatta per l’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti della Campania. La vicenda dell’attività di controllo della Corte dei Conti trae origine dalla trasmissione alla procura contabile, nel maggio 2020, di un report economico-finanziario relativo al contributo della sanità privata all’emergenza epidemiologica dettata dalla diffusione del Covid-19. Sulla base del report, è stata formulata l’ipotesi di danno erariale alla luce della avvenuta stipula di un contratto tra la Regione Campania e l’Aiop Campania(Associazione italiana ospedalità privata), il 28 marzo 2020 per fronteggiare l’emergenza Covid-19, che prevedeva “condizioni contrattuali foriere – spiega Stanco – della corresponsione di notevoli flussi finanziari dalla Regione alle cliniche convenzionate a prescindere dal valore della reale produzione, vale a dire dalla necessaria previa verifica degli interventi di cura Covid effettivamente svolti, in maniera del tutto forfettizzata e senza prevedere l’obbligo della rendicontazione delle attività svolte”.

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    L’ufficio requirente ha proceduto al rilascio di delega per accertamenti istruttori alla guardia di finanza-nucleo di polizia economico-finanziaria, e nell’informativa acquisita è stato evidenziato come nel periodo (marzo-aprile 2020) le case di cura hanno emesso fatture illegittime in quanto comprensive, oltre che della remunerazione, su base mensile, della prestazione effettivamente resa, anche del compenso riconducibile a prestazioni mai rese. Per ciascuna Azienda sanitaria si è proceduto alla quantificazione per i mesi di marzo e aprile 2020, delle somme spettanti per prestazioni rese per i ricoveri ospedalieri di pazienti Covid; degli importi fatturati a titolo di acconto mensile del budget di struttura riconducibile all’accordo del 28 marzo e al seguente addendum del 3 aprirle. L’impulso istruttorio della procura e la conseguente attività della polizia delegata hanno consentito di evitare la corresponsione degli importi fatturati per il mese di aprile, e si è pervenuti così, per ciascuna Asl alla individuazione delle somme illecite corrisposte e somme illecite non corrisposte. Il danno erariale è stato quantificato in 18.056.582,12 di euro, mentre le somme di cui si è evitato il pagamento è di 29.916.567,26 di euro.

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    Inchiesta Covid hospital di Caserta, due nuovi indagati

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    Va avanti l’inchiesta della magistratura sugli appalti Covid, in particolare per quanto riguarda il filone degli ospedali modulari di Caserta, Salerno e Napoli.

    Ci sono due nuovi nomi iscritti nel registro degli indagati: si tratta di Massimo Sibilio, funzionario della Soresa (la centrale regionale per gli acquisti); e di Santo Zaffiro, imprenditore titolare della Tecnomedical (azienda che si occupa di dispositivi medici e attrezzature elettromedicali).
    L’obiettivo degli inquirenti è fare luce su presunte irregolarità nelle gare d’appalto avvenute lo scorso anno, in piena emergenza sanitaria. Anche nei riguardi di Zaffiro e Sibilio l’ipotesi di reato è turbativa d’asta: i loro uffici e le loro abitazioni sono stati perquisiti dai carabinieri, con l’acquisizione da parte degli investigatori di computer e di altri dispositivi informatici.

    Il funzionario Soresa ha fatto sapere di essere certo di riuscire a poter dimostrare la propria estraneità ai fatti contestati, ed ha sottolineato di non conoscere l’imprenditore Santo Zaffiro.
    L’inchiesta sulla realizzazione degli ospedali modulari è coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lucantonio e delegata a un pool di sostituti: Antonello Ardituro, Simone De Roxas, Mariella Di Mauro e Henry John Woodcock. È solo di pochi giorni fa la notizia della proroga delle indagini preliminari per alcuni tra i primissimi indagati, come Luca Cascone (consigliere regionale vicino al governatore De Luca), Roberta Santaniello (dirigente dell’Ufficio di gabinetto della giunta regionale), e Italo Giulivo (a capo dell’Unità di crisi).

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    Costretto dal clan a vendere l’azienda, assolti i fratelli del boss Zagaria

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    Costretto dal clan a vendere azienda, assolti i fratelli del boss Michele Zagaria. Assolti anche tre nipoti, i fratelli Capaldo e altri tre imputati.
    La Corte di Appello di Napoli ha confermato la sentenza di assoluzione, con la formula “il fatto non sussiste”, per Pasquale, Carmine ed Antonio Zagaria, fratelli del boss dei Casalesi Michele Zagaria, per Filippo, Raffaele e Francesco Capaldo, nipoti del boss (sono i figli di Beatrice Zagaria), e per gli altri tre imputati Ciro Benenati, Pasquale Fontana e Nicola Diana; tutti, gia’ assolti in primo grado, erano accusati di estorsione con l’aggravante mafiosa commessa nei confronti dell’imprenditore del settore lattiero-caseario Roberto Battaglia, che aveva denunciato gli Zagaria, finendo anche sotto scorta (il dispositivo di sicurezza gli e’ stato revocato un anno e mezzo fa).
    La Procura generale aveva chiesto per tutti condanne da sei a 14 anni di carcere, ma i magistrati d’appello hanno condiviso l’impostazione dei difensori degli imputati, che puntavano sull’inattendibilita’ di Battaglia, emersa dalle dichiarazioni del pentito Massimiliano Caterino, ex braccio destro del boss Michele Zagaria, che aveva raccontato che Battaglia era amico dei fratelli Zagaria tanto da aver preso parte anche al matrimonio di Carmine Zagaria.

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    Sarno, incidente sul lavoro: morto operaio, donati gli organi

    Battaglia, difeso da Gianluca Giordano e Carlo De Stavola, ha sempre sostenuto che era stato costretto a partecipare all’evento. Dalle indagini messe in moto dalle denunce di Battaglia, e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di NAPOLI, era emerso che Battaglia era stato costretto a vendere parecchi beni aziendali per rientrare da un debito usuraio di 600 milioni di lire; i soldi gli erano stati prestati dell’imputato Ciro Benenati, titolare di una concessionaria d’auto, che e’ stato condannato in un diverso processo a 4 anni per usura con l’aggravante mafiosa.
    Lo stesso Benenati si sarebbe poi rivolto agli Zagaria per recuperare il credito verso Battaglia, che sarebbe rimasto vittima di minacce e pressioni fino ad essere costretto a vendere beni per dare i soldi agli Zagaria; i giudici non hanno pero’ creduto a Battaglia, ritenendolo vicino ai fratelli del boss. I legali di Battaglia avevano anche chiesto di sentire il collaboratore di giustizia Nicola Schiavone, figlio del capoclan Francesco “Sandokan” Schiavone, che aveva raccontato che Benenati era un venditore d’auto a disposizione del clan, ma la Corte ha rigettato la richiesta. Nel collegio difensivo degli imputati c’erano, tra gli altri, Andrea Imperato, Angelo Raucci, Romolo Vignola. LEGGI TUTTO

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    Camorra: pistola illegale a casa, condannato il figlio del boss di Avellino 

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    Subi’ una perquisizione in casa, dopo che nei pressi della sua abitazione erano stati esplosi numerosi colpi di arma da fuoco per danneggiare le auto della sua famiglia.

    E gli agenti che piombarono nell’appartamento di Damiano Genovese, figlio del boss Amedeo, al 41 bis, ex consigliere comunale di Avellino ed ex segretario locale della Lega, trovarono una pistola rubata. Per quella vicenda Damiano Genovese e’ stato condannato a 3 anni di reclusione, con l’accusa di possesso illegale di armi e ricettazione.

    I giudici di Avellino non hanno riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso, in base alla quale il pm della direzione distrettuale antimafia di Napoli aveva chiesto una pena piu’ severa, a 3 anni e 9 mesi di carcere. Il 36enne figlio di Amedeo Genovese ha sempre sostenuto di avere con se’ quell’arma per difendersi. Fu arrestato il 24 settembre 2019. LEGGI TUTTO