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    Omicidio Martufi, condanna definitiva per l’operaio che lo aggredì

    Condanna definitiva per l’operaio che, quattro anni fa, uccise Armando Martufi, gestore del centro ippico in località Fontana del Prato, a Cori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di Gabbar Singh, 40enne di nazionalità indiana. L’imputato, condannato a 16 anni di reclusione in primo grado, con l’accusa di omicidio volontario, si è visto […] LEGGI TUTTO

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    Cadavere nel freezer, la Cassazione apre ai domiciliari per la Scarlata

    Sono trascorsi ben 13 anni da quando in una villetta nelle campagne di Doganella, tra Cori, Cisterna e Sermoneta, venne trovato in un freezer il cadavere di un anziano. Era il 68enne romano Giancarlo De Santis e i carabinieri arrestarono subito la donna che viveva in quell’abitazione, Stefania Orsola Scarlata, in precedenza già coinvolta in […] LEGGI TUTTO

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    Collina degli Ulivi, errori in serie da parte del Comune

    Annullata dal Tar di Latina l’ennesima ordinanza di demolizione emessa dall’ufficio urbanistica del Comune di Cori e a quanto emerge dalla sentenza ancora una volta per una serie di errori compiuti nell’attività di antiabusivismo edilizio portata avanti dall’ente locale.
    La vicenda riguarda la lottizzazione “Collina degli Ulivi”, in via Roma, sequestrata a fine ottobre 2018 dai carabinieri del Nipaaf di Latina, su ordine del procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e del sostituto procuratore Giuseppe Miliano, ipotizzando i reati di lottizzazione abusiva, abuso d’ufficio e falso.
    Un sequestro poi annullato in parte dal Tribunale del Riesame e una vicenda per cui sono imputati, davanti al Tribunale di Latina, l’ex sindaco di Cori, Tommaso Conti, l’ex dirigente comunale del settore urbanistica, Vincenza Ballerini, il progettista della lottizzazione, Pietro Carucci, e i due proprietari degli immobili, Antonino e Giancarlo Nardocci.
    Secondo gli inquirenti il piano, anche con la complicità dell’allora primo cittadino, ha subito delle modifiche in corso d’opera non autorizzate e vi sarebbero ulteriori criticità.
    Partite le indagini, lo stesso Comune tre anni fa aveva quindi emesso un’ordinanza di sospensione dei lavori e poi un’ordinanza di demolizione e rispristino per le opere compiute, imponendo ai due proprietari, al costruttore e al progettista di provvedere agli abbattimenti a proprie spese entro novanta giorni.
    Un provvedimento preso dal responsabile dell’urbanistica del Comune di Cori, l’ing. Luca Cerbara, che è stato però prima sospeso e ora annullato dal Tar, a cui hanno fatto ricorso Antonino e Giancarlo Nardocci, difesi dall’avvocato Michela Scafetta, e a cui ha dato appoggio la ditta DMC s.r.l., difesa dagli avvocati Tommasina Sbandi e Maria Rosaria Pistilli.
    Un ricorso in cui è stata impugnata anche la nota municipale del 27 aprile 2020, che ha rigettato la richiesta di permesso di costruire presentata in relazione al lotto n. 15 del piano di lottizzazione, ritenendo necessaria la presentazione di una nuova proposta di piano che tenga conto delle variazioni apportate ai lotti n. 17 e 18.
    I ricorrenti hanno sostenuto che l’ordine di demolizione è nullo perché riguarda un fabbricato oggetto di sequestro penale, ma tale motivo è stato bollato come infondato.
    Fondato invece è risultato il resto, tanto da portare i giudici ad annullare gli atti impugnati.
    I ricorrenti hanno infatti evidenziato che l’ordine di demolizione è stato disposto senza aver mai provveduto al preventivo annullamento in autotutela delle segnalazioni certificate di inizio attività.
    In tal modo è stato ordinato di demolire qualcosa che ancor oggi è legittimato da titoli abilitativi edilizi non annullati.
    Nonostante il sequestro e il processo in corso, insomma, il Comune ha ordinato di abbattere dei manufatti considerati frutto di abusi e falso senza prima annullare gli atti che li avevano legittimati e che così continuano a legittimarli.
    “Nel caso di specie – si legge nella sentenza – come rilevato da parte ricorrente ed evincibile dal fascicolo di causa, il Comune di Cori risulta aver sì avviato un procedimento di riesame degli effetti autorizzatori delle suddette s.c.i.a. che tuttavia, alla data di passaggio in decisione del presente giudizio, non si è ancora concluso con l’adozione di un formale provvedimento di annullamento d’ufficio”.
    Quasi due anni e mezzo dal momento in cui sono stati apposti i sigilli, all’ente locale, a quanto pare, non sono stati sufficienti per provvedere.
    E sempre i giudici: “Ne consegue che il Comune resistente ha sanzionato con la riduzione in pristino un’attività edificatoria privata, posta in essere sulla base di titoli edilizi previsti dalla legge, i cui effetti abilitativi non sono stati però formalmente inibiti o rimossi”, dunque con “palese eccesso di potere, essendo del tutto irragionevole ingiungere la demolizione di opere ancora legittimate da un titolo abilitativo“.
    Nella stessa sentenza vengono poi indicati un’altra serie di errori in cui sarebbe incappato il settore urbanistica del Comune di Cori, tanto che il Tar parla di un’azione amministrativa “viziata” e del recente diniego di permesso di costruire dato “senza una base giuridica, essendo il piano di lottizzazione e la relativa convenzione urbanistica, incluse le modifiche derivanti dalle s.c.i.a., ancora validi ed efficaci”.
    Tutto annullato dunque e l’ente locale condannato pure a pagare seimila euro di spese di giudizio.

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    Lottizzazione a Valle Rita, l’intervento dei proprietari

    Riceviamo e pubblichiamo:
    In riferimento all’articolo giornalistico apparso sul portale h24 Notizie del 20.3.21 dal titolo “Un cavillo salva una lottizzazione in odore di abuso a Valle Rita” la famiglia del defunto M. R. rappresenta quanto segue: L’articolo giornalistico in oggetto, sia nel titolo (Un cavillo salva una lottizzazione in odore di abuso a Valle Rita) sia nel contenuto lede la memoria del suddetto defunto M.R. che appare come un furbetto abusivo che la scampa grazie ad un “cavillo burocratico”.
    L’articolo invece di rappresentare la sentenza del Tar in tutti i suoi aspetti, mette in evidenza solo l’aspetto burocratico relativo al mancato annullamento della lottizzazione nel termine di legge dei 18 mesi, che è il tempo massimo previsto che la legge concede al Comune per annullare una lottizzazione che dovesse ritenere illegittima.
    A parte che questo aspetto non è proprio un “cavillo” in quanto se il Comune approva una lottizzazione e poi a seguito di ciò rilascia un permesso di costruire, non può pretendere che la persona stia ferma ad aspettare 18 mesi per iniziare a costruire.
    Nel caso di specie il Comune, dopo aver approvato la lottizzazione, non ha detto niente non per 18 mesi ma addirittura per 4 anni e 5 mesi ( lottizzazione approvata il 10.02.2015 – permesso di costruire del 26.01.2018- ordinanza di demolizione del 12.07.2019 a firma Ing., Cerbara) e poi stranamente viene a dire che la lottizzazione non era corretta quando il fabbricato residenziale è già quasi completato.
    Ebbene nell’articolo non si esplicita che il Tribunale Amministrativo, oltre a ricordare che i 18 mesi sono un congruo lasso di tempo concesso dalla legge all’Ente pubblico per correggere eventuali errori che possa aver commesso nel rilasciare l’autorizzazione, ma che sono anche un limite temporale oltre il quale bisogna pur cominciare a considerare l’interesse del privato che ha confidato in buona fede nella correttezza dell’amministrazione, entra anche nel merito della procedura di approvazione seguita dal Rup dell’epoca.
    Infatti il Tar, nel richiamare il ricorso di M.R., che ripercorre l’iter burocratico di approvazione, riconosce che il Rup dell’epoca, Arch. Ballerini, ha interpretato correttamente la legge 36/87 art.1bis, recuperando le manchevolezze della prima approvazione del 10.2.2015 messe in evidenza dalla Regione, la quale aveva richiesto una rettifica catastale del perimetro della lottizzazione e l’acquisizione dei pareri vincolanti e propedeutici (ASL, USI CIVICI e VAS: pareri tutti in capo all’ufficio tecnico) e ancora mancanti.
    Quindi la modifica della lottizzazione è stata conforme al PRG, come variante non essenziale senza alcun abuso e senza alcuna sostituzione di tavole.
    In conclusione il TAR ha accolto il ricorso di M.R. annullando le ordinanze di sospensione e demolizione; e inoltre, per finire, occorre precisare che lo stesso ha costruito un’abitazione di volumetria anche inferiore a quella consentita dalla legge.
    La famiglia del defunto M.R.

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    Sistema corruttivo in Abruzzo, arrestato direttore dei lavori delle Sipportica

    Induzione indebita a dare o promettere utilità, istigazione alla corruzione, tentato peculato, turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio.Queste le ipotesi di reato formulate dalla Procura di Avezzano in un’inchiesta sull’amministrazione comunale di Celano, culminata la scorsa settimana con 25 arresti di amministratori, funzionari comunali, liberi professionisti e imprenditori.
    Un’indagine che, secondo il gip Maria Proia, ha svelato “l’esistenza di un sistema clientelare, fondato su amicizie, conoscenze ed interesse con alcuni imprenditori o cittadini, in totale dispregio dei criteri di imparzialità, trasparenza e buon andamento della pubblica amministrazione, piegando, di fatto, l’interesse pubblico a quello di pochi”.
    Tra gli indagati arrestati dai carabinieri anche l’ing. Livio Paris, direttore dei lavori a Cori per il restauro delle Sipportica, la strada medievale coperta da tempo a rischio crollo.
    Incarico da 130mila euro.
    “Un’inchiesta inerente vicende che interessano il comune di Celano e che non ha nulla a che vedere con l’importante appalto del Comune di Cori per il recupero delle Sipportica – ha dichiarato con un post su Facebook il sindaco Mauro De Lillis – ha purtroppo portato agli arresti domiciliari del direttore dei lavori del cantiere.
    Una vicenda che, ripeto, pur non coinvolgendo il nostro Comune, non ci lascia indifferenti ma amareggiati per l’accaduto.
    Tuttavia ,gli uffici comunali procederanno celermente ad adottare tutte le misure per il cambio del responsabile di cantiere e continuare la messa in sicurezza ed il restauro dell’antico porticato medievale.
    Un’opera che riporterà alla vita un’area centrale del centro storico di Cori, sprigionando tutta la bellezza e il fascino di un antico luogo del Paese”.
    E a quanto pare non è l’unico cantiere per cui il Comune di Cori deve trovare un sostituto.
    All’ing. Paris l’ente locale lepino ha infatti affidato anche i servizi tecnici per gli interventi di adeguamento sismico della scuola media di via Vittorio Veneto, un incarico da oltre 147mila euro.
    E sempre allo studio Paris il Comune di Cori ha affidato anche i servizi tecnici per la mitigazione del rischio idrogeologico del versante fosso dei Pischeri e piazza Fontanaccia a Giulianello, per 39mila euro.
    Un incarico quest’ultimo revocato ad agosto ma poi riassegnato all’ingegnere di Avezzano a settembre.

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    Tragedia durante i lavori per la fibra ottica, due rinvii a giudizio

    A distanza di quasi due anni e mezzo dalla tragedia sul lavoro consumatasi in via Madonna delle Grazie, a Sermoneta, dove un operaio che stava lavorando su un cavo Telecom precipitò da un’altezza di circa sei metri e morì dopo due settimana di agonia, il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Giorgia Castriota, ha disposto due rinvii a giudizio.A dover affrontare un processo, con l’accusa di omicidio colposo e violazione alle norme sulla sicurezza sul lavoro, sono Roberto Balzi, rappresentante della ditta di Genzano esecutrice dei lavori e della ditta appaltatrice, e Antonio Covarelli, direttore dei lavori.
    Vittima dell’incidente, il 3 ottobre 2018, l’operaio Eligio Leoni, 61enne di Velletri.
    Soccorso dal 118, l’operaio venne trasportato in eliambulanza al San Camillo di Roma, dove morì il 16 ottobre successivo.
    La vittima si stava occupando dell’installazione di un tubo aereo necessario a contenere i cavi della fibra ottica, lavorando su un palo telefonico in legno.
    La prima udienza del processo è fissata per il prossimo 1 luglio davanti al giudice del Tribunale di Latina, Enrica Villani.

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    Interventi antisismici, congelato l’appalto per la scuola elementare

    Congelato l’appalto per l’adeguamento e il miglioramento sismico finalizzati a verificare la vulnerabilità della scuola elementare in via Marconi, a Cori.Il Tar di Latina ha accolto la richiesta della società abruzzese Vema Progetti srl e sospeso la determina con cui, il 29 dicembre scorso, il Comune ha aggiudicato in via definitiva il contratto relativo ai servizi tecnici di progettazione preliminare, definitiva, esecutiva, misura e contabilità e coordinamento della sicurezza in fase di progettazione, geologo, indagini, studi e sondaggi degli interventi all’associazione temporanea d’imprese costituita tra l’architetto Pasquale Barone, l’ing. Anna Maria Miracco, il dott. Marco Iannini, la Geo. Geotecnica e geognostica srl e la Geoplanning Servizi per il territorio srl.
    I giudici, a un primo esame del ricorso con cui la Vema ha impugnato l’aggiudicazione e tutti gli atti di gara, hanno ritenuto che lo stesso sia fondato, come emergerebbe da “evidenti elementi”, specificando che le “attività di supporto alla progettazione attengono ad attività meramente strumentali alla progettazione (indagini geologiche, geotecniche e sismiche, sondaggi, rilievi, misurazioni e picchettazioni, predisposizione di elaborati specialistici e di dettaglio, con l’esclusione delle relazioni geologiche nonché la sola redazione grafica degli elaborati progettuali), ma non sono attività di progettazione in senso stretto”.
    Il ricorso verrà esaminato nel merito il prossimo 9 giugno e il Comune di Cori è stato intanto condannato a pagare 1.500 euro di spese di giudizio.

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    Smokin’ fields, slitta la decisione sulle 22 richieste di giudizio

    Slitta la decisione sui 22 imputati nell’inchiesta “Smokin’ fields”.Sfruttando referti rilasciati da un laboratorio analisi compiacente, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Roma rifiuti inquinanti sarebbero stati spacciati per compost con cui fertilizzare i terreni e sarebbero stati sotterrati in diversi fondi agricoli a Pontinia, Maenza, Sabaudia e Cori, in provincia di Latina, Roma e Ardea.
    Una serie di illeciti, quelli contestati dagli inquirenti, che vedono al centro l’azienda di compostaggio Sep di Pontinia, su cui si sono concentrate le indagini dei carabinieri del Nipaaf e della polizia stradale di Aprilia, culminate con il sequestro di tre aziende, terreni e automezzi, oltre a un milione di euro considerato il frutto degli affari proibiti che avrebbero fatto fumare i campi agricoli, come evidenziato nel nome scelto per l’inchiesta.
    Mancando alcune notifiche agli imputati, il giudice Gerardi ha però dovuto rinviare l’udienza preliminare al prossimo 21 aprile.
    A rischiare il rinvio a giudizio diciotto persone e quattro aziende, ovvero la Sep di Pontinia, la Sogerit sempre di Pontinia, e le romane Demetra e Adrastea.
    I pm antimafia Alberto Galanti e Rosalia Affinito hanno chiesto un processo, tra gli altri, per Vittorio Ugolini, noto imprenditore impegnato nel settore dei rifiuti, e il figlio Alessio, al timone della Sep, per l’ex dirigente regionale Luca Fegatelli, già coinvolto nel processo “Cerronopoli” e diventato consulente di Ugolini, e per Sergio Mastroianni, titolare del laboratorio Osi di Isola del Liri, che analizzava il compost.
    Potranno costituirsi parte civile il Ministero dell’ambiente, la Regione Lazio, i Comuni di Roma, Ardea, Pontinia, Cori, Maenza e Sabaudia, i comitati di Pontinia e i cittadini di Ardea che, nel 2018, notando uno strano traffico di camion e odori nauseabondi provenienti dai campi in via Montagnano, tramite l’avvocato Francesco Falco presentarono subito un esposto alla Procura di Velletri.

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    A Cori il ricco business della cocaina, i narcos mettono radici

    I narcos hanno messo radici a Cori.In un centro di appena 10.500 abitanti, 2.400 soltanto di Giulianello, l’unica frazione, la richiesta di cocaina sarebbe tale che, in base alle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Roma culminate con l’esecuzione di undici misure cautelari, un gruppo di albanesi ha dato vita su quella collina dove pochi sono gli spazi per i giovani e dove i ragazzi tendono a spostarsi anche nel fine settimana verso i locali di Latina, a un’associazione per delinquere dedita al narcotraffico.
    Un’organizzazione ben strutturata, con capi che gestiscono il traffico e controllano gli spacciatori, che hanno individuato luoghi dove nascondere la sostanza stupefacente, sigillandola in delle buste e sotterrandola, e dove gli affari vanno talmente bene che non bastano i pusher e hanno anche necessità di farne arrivare altri dall’Albania.
    Le richieste sono continue. In due anni di indagini i carabinieri, che hanno denominato l’inchiesta “Alba Bianca”, ne hanno monitorate decine e decine, con locali pubblici e attività commerciali che diventano punti di riferimento dati dagli spacciatori agli acquirenti: loro stazionano lì fuori e chi vuole la neve sa dove andare.
    Molte poi anche le consegne direttamente a domicilio.
    Una grande piazza di spaccio come quelle su cui l’Antimafia indaga nelle grandi città, ma con il cuore pulsante in una piccola frazione come Giulianello, al confine tra le province di Latina e Roma, e una rete estesa a Cori, nei pressi di piazza Signina e in alcune strade, tanto del centro storico quanto delle zone limitrofe.
    Gli investigatori hanno monitorato 40-50 telefonate ricevute quotidianamente dagli albanesi da quanti sono alla costante ricerca di cocaina, con ricavi medi di duemila euro al giorno, 60mila al mese.
    Abbastanza per non aver bisogno di allargare il raggio di azione ad altri Comuni.
    L’organizzazione si recava ad Artena, San Cesareo e Roma solo per mantenere rapporti con alcuni connazionali e con i fornitori.
    L’affare era poi tutto corese.
    Con piccoli imprenditori, commercianti e agricoltori, tutti sui 30-40 anni, pronti a indebitarsi per avere droga dai narcos.
    “L’attività di indagine – sostiene il gip del Tribunale di Roma, Emanuele Attura, nell’ordinanza di custodia cautelare firmata per undici indagati – ha consentito di dimostrare l’esistenza di un’organizzazione, finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, strutturata, stabile e organizzata in maniera verticistica, caratterizzata da ruoli delineati e operativa in Giulianello di Cori e Cori”.
    Il giudice ha quindi ordinato di mettere in carcere Elton Kanani, Algert Kanani, Alfred Belba, Ermal Arapa, Klajdi Mata, Ardit Kapedani e Juri Macali, e ai domiciliari Vilajet Koci ed Erald Kuka, ritenendo invece sufficiente l’obbligo di firma in caserma per Francesca Coluzzi e Daniel Hysa.
    Nessuna misura infine per Fiorelo Kanani, Fjorab Cela e William Giammatteo, che restano indagati a piede libero.
    Neppure gli arresti, secondo gli inquirenti, avrebbero fermato il business, con gli indagati pronti a gestire gli affari anche dall’estero o mentre erano ai domiciliari, ma soprattutto con la capacità di sostituire in fretta un membro del gruppo finito in manette.
    E a quanto pare a piazzare cocaina nel centro lepino non erano gli unici.
    Anche se gli albanesi, alla luce delle conversazioni intercettate, erano convinti che non avevano da temere alcuna concorrenza, avendo una qualità di neve di gran lunga superiore a quella degli altri spacciatori.

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    Trovato con 27 chili di cocaina e armi, condanna annullata

    Annullata la condanna per il muratore albanese Qemal Shaskaj, un incensurato accusato di essere in possesso di 27 chili di cocaina, due pistole, un fucile a pompa e diverse munizioni.Era il 13 dicembre 2018 quando, in una villetta di Giulianello, frazione di Cori, il commissariato di Velletri e la squadra mobile fecero un blitz.
    Gli investigatori, supportati anche dalle unità cinofile di Nettuno, in alcune pertinenze dell’abitazione trovarono l’ingente quantitativo di droga e le armi e il muratore finì in manette.
    Una perquisizione compiuta indagando sulla morte del fratello dell’arrestato, Aniton Shaskaj, un pizzaiolo ucciso a Velletri nel 2016.
    Il muratore ha sempre sostenuto che sia la cocaina che le armi non fossero sue e il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Mario La Rosa, credendogli parzialmente, lo condannò soltanto per l’accusa di spaccio di droga a cinque anni di reclusione.
    Una sentenza confermata dalla Corte d’Appello, ma ora annullata dalla Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso del difensore dell’imputato, l’avvocato Oreste Palmieri.
    Dovrà essere celebrato un nuovo processo d’appello.

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